Francesco Savasta.
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Il famoso caso di Sciacca.
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1726. Felicella e Magr, PALERMO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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TRATTO DA: Il famoso caso di Sciacca, succeduto tra Giacomo Perollo, barone di Pandolfina, e regio portulano dell'istessa citt, e Sigismondo Luna, conte di Caltabellotta.
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ISTORIA TRAGICA del Dottore D. FRANCESCO SAVASTA della medesima Citt di Sciacca.
Con una Aggiunta preliminare d'altre Notizie istoriche, spettanti all'istessa Citt, e alle Famiglie Nobili, che allora in essa fiorivano.
Dedicata alla Grandezza del Signore D. FRANCESCO PEROLLO,
Senatore della Citt di Palermo, Metropoli di questo Regno di Sicilia.
In Palermo, Per Felicella, e Magr, 1726.
Con licenza de' Superiori.
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INTRODUZIONE.
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Indice della introduzione.
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Alla Grandezza del Signore D. Francesco Perollo Senatore della Felice Citt di Palermo.	
L'autore a chi legge.
In Lode del Signor D. Francesco Perollo.
In Lode dell'istesso.
In Lode dell'istesso.
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Fine indice.
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Alla Grandezza del Signore: D. Francesco Perollo. Senatore della Felice Citt di Palermo.
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Gli sdegni, odj, e infortunj, congiurati a danno di Giacomo Perollo, con tutto lo sforzo della crudelt cercarono atterrare la sua gloria, oggetto dell'altrui livore. Or che rinasce in queste mie carte, per non incorrere in nuova persecuzione, che potrebbono sollevargli contro i critici, viene a ricovrarsi sotto il valevole patrocinio della sua Grandezza. Ella, come eccelso sostegno della sua Famiglia, che per lunga serie di pi secoli ha conservato il pregio di singolare, pu, e deve impegnarsi alla sua tutela. Non manca in lei quell'alto valore, che pu rintuzzare ogni attentato de' malevoli; poicch degno rampollo d'una Prosapia, che, diramata dal celebre Guntrano I. Gran Duca d'Angen, e Perignon, e da Guntrano II. sublimato alla corona della Borgogna, venne ad illustrar co' splendori della sua nobilt la Sicilia sin dal tempo del Conte Ruggiero, glorioso conquistatore del nostro Regno, a cui fu congiunto in parentela. Radicatasi in questa Citt di Sciacca, dilat le sue glorie col possesso di Citt, Terre, Baronie, e Feudi, valevoli ad ingrandir pi Famiglie; onde non  meraviglia, che le Prosapie di pi alta sfera ambirono di stringersi in istretta parentela colla Famiglia Perollo. Oltrepasserei i limiti d'una lettera, se io volessi rammemorar quegli Eroi, che nelle dignit pi riguardevoli si segnalarono non men colla prudenza, che col valore negli affari politici, e militari, e autenticarono coll'opere, che furon retaggio proprio di questa gloriosa Famiglia, non men le gesta del braccio invitto, che le risoluzioni di mente sagace. Di alcuni di essi mi riserbo a toccarne i pregi nell'Opera, ove cade il discorso di tal Prosapia. Solo qu mi basta accennare, che partecipasse della sue eccelsa Grandezza la Regia di Sicilia, Palermo, in cui traspiantata vi fior in D. Federico Perollo, Barone di Pandolfina, Senatore nel 1557. in D. Arcadio, suo ben degno Padre, pur Senatore nel 1694. Offenderei la modestia della V. G. se io volessi s questo foglio notar gli alti pregi, e meriti singolari, che vi guadagnaron la stima universale, onde ha conseguito quegli onori, che sogliono dispensarsi a' cittadini pi accreditati per la maturit de' costumi, e capacit di chiara mente. Ha Ella fatto risplendere co' portamenti, degni d'ogni lode, le rare doti, che adornano il suo animo, nel grado di Senatore, a cui fu sollevato dal merito nel 1707. e in cui oggi la seconda volta si ritrova, non senza l'esercizio della sua somma vigilanza, e prudenza, mostrata in particolare negli ultimi accidenti del formidabile Terremoto, che scosse cotesta Capitale; poicch, spreggiatrice de' pericoli, con intrepido coraggio, e pari attenzione accorse al riparo di quelle calamit, alle quali fu richiamata dalla necessit, ed amore verso la Patria. Ma se Ella pu, molto pi deve impegnare il suo Patrocinio a difesa d'un suo infelice congionto, alla cui tutela  persuaso dalla singolar piet, che nudre fervente nel suo cuore. Quindi a me altro non resta, che supplicarla a gradire questo piccol tributo della mia divozione, e permettere, che io mi dichiari per sempre
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Della Grandezza Vostra Umilissimo e Divotissimo Servitore.
Dottor D. Francesco Savasta.
Sciacca 10 Settembre 1726.
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L'autore a chi legge.
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Sono quasi due Secoli, che la Citt di Sciacca fu lagrimevole Teatro, ove si rappresent l'infausta Tragedia del Caso di Giacomo Perollo, commesso da Sigismondo Luna, Conte di Caltabellotta. Il tempo, che ha per propriet di sepellire colla dimenticanza le memorie pi riguardevoli, se non ha estinto affatto a' nostri tempi la sua ricordanza, l'ha in s fatta maniera alterata, che non pi rassembra, qual veramente si fu. Io, perch ritorni a veduta de' Posteri Istoria s memorabile vestita col candido ammanto d'una incorrotta verit, ho preso l'assunto di richiamare alla luce un Successo cotanto deplorabile, e metterlo in prospettiva de' curiosi, molto diverso di quello, come per l'addietro ha fatto le sue comparse: poicch, avendolo arricchito di peregrine, e veridiche notizie, spero, che invoglier l'animo de' Lettori a vederlo di buon gusto. Ne' trascorsi lustri molti si applicarono a scrivere questo Avvenimento, fra' quali il P. Angelo Galiotto, detto il Candela, Sciacchitano, de' Minori Osservanti di S. Francesco: Vito Bicchetti, Giurato Sciacchitano, in una Relazione, da lui trasmessa al Vice-R, che si conserva dalla nobil Famiglia Inveges: Notar Giambattista Mineo Sciacchitano in diversi notamenti scritti nel suo tempo, che erano appresso il Sac. D. Giuseppe Zacco: Andrea Lucchesi, nobile Sciacchitano, che lo scrisse, essendo stato presente: Cataldo Fiorenza, Accademico Messinese, nel Libro stampato in Venezia dal Baglioni nel 1671. col titolo: Gli Avvenimenti Tragici della Citt di Sciacca in Sicilia: Tomaso Fazello Sciacchitano nella sua Istoria di Sicilia, dec. 2. lib. ult. Francesco Maurolico Messinese nel lib. ult. del Comp. dell'Istor. di Sicilia: Filadelfo Mugnos Lentinese nel Teat. Genol. della Sicilia nella famiglia Luna: Rocco Gambacorta Messinese nel Foro Cristiano f. 85. e 392. D. Vincenzo Auria Palermitano nell'Istor. de' Vice-R di Sicilia f. 14. e 32. e ultimamente il P. Girolamo Ragusa Modicano ne' Frammenti de' suoi Proginnasmi pag. 1. la cui narrazione aggiunger nel fine di questa mia Opera. Ma tutti questi Autori non scrissero tutto quello, che occorse in questo Avvenimento. Io per nel lavoro di questa Istoria addurr molte notizie, quanto veridiche, altrettanto recondite, con alcune minute memorie molto necessarie all'intelligenza del fatto. Alcune di queste furono estratte da un abbozzo, formato da Notar Emmanuele Triolo a 11. Maggio 1455. avendosi trovato presente al primo Avvenimento; le altre notizie sono estratte da una fedelissima nota di Federico Giuffrida, Notaro della Citt, registrata nel suo Archivio sotto li 30. Luglio 1529. ed a 6. Aprile 1530. d'ordine de' Giurati, che trasmessero il veridico Processo al Vice-R. Questi Autori, dotati amendue d'integrit, scrissero con incorrotta verit quanto viddero. A maggior chiarezza si divider l'Opera in quattro Trattati: nel primo addurr la descrizione della Citt di Sciacca, che fu il luogo, ove accadde questo Avvenimento: nel secondo la notizia di quelle Famiglie Nobili, che furon presenti al memorabile Successo, colla distinzione di quali ebbero aderenza col Luna, quali col Perollo, e quali furono indifferenti: nel terzo succeder il racconto del primo Caso, avvenuto tra le famiglie Perollo, e Luna: nel quarto finalmente il pi memorabile Caso, che sia mai successo fra dette Famiglie. Non altro, caro Lettore, io pretendo da questa fatica, che il gradimento d'averti posto sotto l'occhio curioso un memorabile, bench funesto, racconto. Ti assicuro per, che il lavoro di questa istoria , qual usc la prima volta dalla penna, senza essermi permesso di ritoccarlo, per dargli un'esatta perfezione. Nel caso per, che t'incontrassi nelle parole di destino, fortuna, fato, e simili termini degli Etnici, ti priego a riconoscerli per ornamenti dell'elocuzione, non per sentimenti di chi  nato, e nudrito nel grembo della Cattolica Chiesa.
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Rev. Domini D. ANTONINI MONGITORE
S. T. D. Sanct Panormitan Metropolitan Ecclesi, Regni Sicili Primari, Canonici, & Librorum Censoris,
APPROBATIO.
Jussu Reverendissimi Canonici, & Vicarii Generalis, D. Philippi Sidoti, perlegi Librum, cui titulus: "Il Famoso Caso di Sciacca:" scriptum a D. D. Francisco Savasta; & in eo nihil Catholic Fidei, & bonis moribus dissonum invni: imm, ob Auctoris eruditionem, & memorandam hujusce Histori narrationem, dignum censeo, ut typis tradatur. Dat. Panormi 10. Septembris 1726.
Can. D. Antoninus Mongitore.
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Stante suprascripta Approbatione,
Imprimatur Sidoti V. G.
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Adm. Rev. Patris SALVATORIS MARI RUFFO
Tertii Ordinis S. Francisci, S. T. M. & Librorum Censoris,
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APPROBATIO.
Ego infrascriptus ex mandato Illustrissimi Domini, Tribunalis M. R. C. Prsidis, & in hoc Sicili Regno Magni Justitiarii Locum-tenentis, D. Casimiri Drago, perlegi librum, qui inscribitur: "Il Famoso Caso di Sciacca:" compositum  D. D. Francisco Savasta Saccensi, Authore eruditissimo, qui summa fide ex Cod. autographis M. SS. Synchronis hanc Historiam, nullarum partium studiosior, collegit, ac descripsit. In ea non mod omnia juribus Augustissimi nostri Csaris, ac Regis, Regnique sanctionibus nihil officientia, verm etiam multa, qu Lectoribus eruditioni, nobilibus ver Viris probo exemplo esse comperi: alieno enim malo discent isti, ad iram faciles, plurimm conferre inter sese Christianam pacem, concordiamque fovere, ac conservare; quantamque cladem, perniciemque publicam, ac privatam, mutuis odiis, & simultatibus, ni vix nata exolescant, afferri: profect demm habent in hoc Casu Saccensi, quas graphic lib. 1. cap. 2. de Ira describit, rumnas, Seneca his verbis: Jam ver si effectus ejus, damnaque intueri velis, nulla pestis humano Generi pluris stetit: videbis cdes, & venena, & reorum mutuas sordes, & Urbium clades, & totarum exitia Gentium, & Principum sub civili hasta capita venalia, & subjectas tectis faces: nec intra mnia corcitos ignes, sed ingentia spatia Regionum hostili flamma relucentia ........... Aspice solitudines per multa millia sine habitatione desertas: has Ira exhausit. Quapropter dignissimum Opus censeo, quod typis mandetur ad publicam utilitatem. Actum Panormi in Cnobio S. Mari de Misericordia die 8. Octobris 1726.
Fr. Salvator Maria Ruffo  Panormo
Tertii Ordinis S. Francisci.
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Stante supradicta Approbatione,
Imprimatur Prses Drago.
 In Lode del Signor D. Francesco Perollo
a cui dal Dottore D. Francesco Savasta
Fu dedicata la presente Opera,
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Sonetto
del Signor D. Mario Tagliavia
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Lungi Aristarchi, or ch'altro Eroe Sicano
Degno Soggetto ormai d'Epici vanti,
Se in fronte  a questo LIBRO, ardite in vano
Lacerarne l'Epigrafi eleganti.
Suo Avto STEMMA  un Arsenal Sovrano,
Che ostenta a vostro scempio armi abbaglianti,
Se a fulminar de' Momi l'astio insano
Scaglia dal suo CASTEL dardi fiammanti.
Ei, del Ciel della Gloria Astro primiero,
Vibrer contro il Cinico furore
D'influenza letal nembo severo.
Cos con strana Antitesi d'amore,
Se il SAVASTA al PEROL d laude invero,
Il PEROL del SAVASTA  il Protettore.
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In Lode dell'istesso
Sonetto
del Sig. Notar Giacomo Petrelli.
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Per te lodar, Signor, penna, che basti
Appena s'ha; n pu trovarsi altronde,
Che nel mar de' tuoi pregi senza sponde,
Ove ingemma Palermo i suoi gran fasti.
Tu col tuo senno ogn'arduo mal spregiasti,
L'Invidia al tuo apparir vinta s'asconde,
Per te fia, che l'Autor di vanti abbonde,
Onde a te stesso, e ad ogni Eroe sovrasti.
Te corteggian le Muse; ed  tuo dono
Compartir di tue grazie il bel concerto
In dovizia a color, che tuoi gi sono.
Or se a te di virtude  il calle aperto,
Per sormontar d'eterna gloria al Trono,
Gi ti prestano i vanni e il Sangue, e il Merto.
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In Lode dell'istesso
Sonetto
di D. Antonino Sapienza
Palermitano.
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Dicea la fama: oh quanto tu sei degno,
E per merto, e natal di grido, e gloria!
Or che ti scorgo di Virt sostegno
In cos chiara, e ben contesta Istoria.
Fan straniere Provincie alta memoria
Di tue grand'opre; ed il Sicano Regno,
Che pur di te in questa et si gloria,
Fa sudar per tue lodi arte, ed ingegno.
Sceso ancor Febo dall'etereo Coro
Il Capo tuo freggia con man gentile
Di non volgare, e non caduco alloro.
Cos la Fama; ed io divoto, e umile,
Di quella dea le voci udite, adoro
Tue Virt, che in lodarle appena ho stile.
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Trattato 1.
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Indice del Trattato 1.
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Trattato 1. Descrizione della Citt di Sciacca.
Capitolo Primo. Del Nome della Citt di Sciacca.
Capitolo Secondo. Del Sito della Citt di Sciacca.
Capitolo Terzo. Delli Fondatori di Sciacca.
Capitolo Quarto. Delle Fabbriche Spirituali della Citt di Sciacca.
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Fine indice.
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Descrizione della Citt di Sciacca.
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La notizia del luogo, ove  accaduto qualche ragguardevole fatto, molto conferisce alla cognizione di esso; poich ne rischiara le circostanze, ne singolarizza le parti, e ne dilucida il tutto. A ragione dunque, pria di narrare la dolorosa Storia di questo Tragico Caso, pongo in campo la descrizione della Citt di Sciacca, che  il luogo, ove egli accadde: proceder s questo punto con distinzione, chiarezza, e brevit: e divider il presente Trattato in quattro Capitoli.
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Capitolo Primo.
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Del Nome della Citt di Sciacca.
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Sciacca, che or da noi nel latino si scrive colla lettera S, soleva scriversi da' nostri predecessori colla lettera X, cio Xacca: e con ragione; poich questo nome Xacca fu derivato da Xech, nome Saraceno, che volgarmente  l'istesso, che Signora, e Governatrice: cos il P. Angelo Candela in una sua Lettera . 3. la cui copia presso di me si conserva. Onde Xechi erano da' Saraceni chiamati i Governatori delle Piazze, e l'attesta il Fazello nel lib. 6. della Deca 2. cap. 1: o pure fu detta Xacca da Xach, che vuol dire Mercurio, forse per un famoso Tempio di questo falso Nume, che in questa Citt si venerava. Onde in un periodo d'alcuni Manuscritti si legge: Ex parte Occidentis cum Templo Xach falsi Numinis, idest, Mercurii, nunc Judorum Meschita. Altri dicono, che Xach significa Pomona, Dea dell'Abbondanza: onde chiaro si vede, che questo Nome di Xacca,  provenga da Xech,  da Mercurio,  da Pomona, sempre import un decoroso significativo di sue grandezze. Si scrisse poscia nel latino colla lettera S, idst, Sacca, che per la sua abbondanza si volle chiamare, come la Citt di Babelle opulentissima nell'Egitto, che a questo riflesso chiamossi un tempo Sach Babel, quasi sacciens fertilitatem, et abundantiam significans; e per questa ragione fu Sciacca detta pure Eschara, cos chiamata propter annonarum opulentiam, et comestibilium abundantiam, come spiega il Padre Malfi degli Osservanti di S. Francesco nella sua opera de rebus Siculis. Io direi, che Sacca, come al presente si scrive, sia stata cos detta  Saccaro, idst, Saccharum, quod cum sit sal dulce, Sacca dulcedinem sonat. Fu ancora chiamata dagli antichi Therm, o Therm Colonia: e fu detta cos da Thermon, nome greco, che significa Bagno d'acqua calda; e ci per li Bagni dell'acqua, che in questa Citt nobilissima si ritrovano. Il P. Malfi nel suo M.S. nel lib. 6. cap. 2. al nome di Sacca vi aggiunge l'epiteto di Urbs Digna: "In Sicilia est Sacca, sive Therm Selinuntinorum, Urbs Digna.". Con lo stesso titolo la chiam Guglielmo il Malo, Re di Sicilia. Ora per non solo va ornata col titolo di Citt Degna, ma ancora colla prerogativa di Urbs Dignissima, & Fidelissima: e questo per la fede, che sempre incorrotta ha conservato a' suoi Regnanti. Cos volle, che si chiamasse Ferdinando d'Acua, Vicer di questo Regno del Re Ferdinando d'Aragona, chiamato il Cattolico, in due Parlamenti avuti nel 1494. come per Privilegio dato in Catania a 15 ottobre 13. Ind. 1494. Il che pure fu confirmato da Filippo II R delle Spagne, e della Sicilia, come si legge nel libro de' Privilegj della Citt di Sciacca fog. 176. e fog. 120.
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Capitolo Secondo.
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Del Sito della Citt di Sciacca.
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Sciacca, se vogliamo dar fede al computo calcolato dagli Astrologi,  situata nel grado 38. dell'altezza del Polo, ed in gradi 36 della sua latitudine.  posta in quella quarta, della quale hanno il governo Marte, e Venere: con quella quarta Triplicit, che  del Cancro, dello Scorpione, e del Pesce; e spetta all'angolo tra l'Occidente, e Mezzogiorno, e per ragione dell'Occidente governa Marte, e per ragione del Mezzogiorno ha il dominio Venere; conforme lasci scritto il P. Matteo Selvaggio nel cap. 48. della sua Opera, intitolata Opus Pulchrum.
Per quello spetta a situazione geografica,  collocata Sciacca nel promontorio occidentale del Regno di Sicilia, alla parte del Lebeccio, sopra una amenissima, e poco elevata collinetta, che dalle spiagge del mare si eleva soavemente tra le falde del Monte Cronio, o Giummarito, al presente chiamato di San Calogero.
Il mare Libico Mediterraneo sel'avvicina a cinquanta passi, conforme attesta Strabone nel lib. 6. cap. 2. dove disse: Urbs Digna ad Libici maris oram ad montis radices sita est. Mons in mare percurrens, plures habet cavernas, unde lutuoso sulphure, sale, ignibus, & calentibus aquis abundat.
Gode un aere assai giovevole all'umana salute, che invita in ogni tempo all'omaggio di una tranquilla serenit: i zefiretti pi placidi, e l'aure pi soavi, con tale piacevolezza delle stagioni, che ciascuna, per vezzeggiare l'amenit di Citt cos bella, ne comparisce sempre brillante a tripudij di Primavera.
La sua figura  quasi orbiculare, e di essa la prima pianta fu un mezzo Castello, riguardevole fra quanti Castelli Croni edificasse in Sicilia Cham, Secondogenito di No; che fino ad oggi in qualche parte durante, si chiama il Castello Vecchio; che col decorso del tempo rovinato, ed indi migliorato, ed abbellito, fu la Reggia de' suoi Dominanti, ed il Propugnacolo pi sicuro contro l'audacia de' nemici. Crebbe poscia con gli anni ampliato in una certa Abitazione, bastante a formare tutto quel recinto, che suole anche a' tempi nostri chiamarsi Quartiere della Terra Vecchia.
Fu poscia la sudetta Terra ampliata, ed in pi magnifica forma ridotta dal Conte Rogiero, e da esso di mura circondata, come dice il P. Angelo Candela in un suo M.S. della Monarchia del mondo: "Sacca ver sub Rogerio Comite, muris, propugnaculis, & arce veteri munita, lict parva, non parum decoris habuit". Ed in questa forma ingrandita, fu da esso costituita in dote a Giulietta sua figlia, moglie del Conte Roberto Zamparrone; e questi estinto, di Giliberto Perollo, Signore di Perignon, venuto in Sicilia a debellare i Saraceni insieme col detto Conte Rogiero. Quale Citt fu poscia posseduta dagli eredi di detto Giliberto insino agli anni del Signore 1156. nel qual tempo Guglielmo il Malo la tolse a' detti Perolli, dandogli in cambio alcune altre terre, e feudi, lasciandogli solamente il dominio del Castello, e della Cappella Reale, esistente nel Ven. Convento del Carmine, come sino al presente ne tengono il dominio i posteri del detto Giliberto Perollo, di che altrove si dir.
Finalmente la sudetta Terra crebbe in maniera, che fu ampliata, e ridotta in Citt, della forma, e maniera, che oggi si vede, da Federico II. Re di Sicilia: dal quale per gelosia della vicinanza del mare fu meglio fortificata di mura: Mnibusque latioribus circumsepta anno salutis 1330. lo dice Fazello. Ma poscia Carlo V. meglio considerata l'importanza di questa Piazza, diede l'ultima mano a fortificarla con Baloardi, e Castelli circa gli anni del Signore 1524. della stessa maniera, che al presente si gode.
Gira ella un miglio, e settecento passi italiani di circuito di muraglia tutta terrapianata, e compartita in cinque Baloardi, una Torre, e due Castelli, situati amendue alla parte di Levante, dove vi  la campagna piana.
La sua facciata principale guarda direttamente il Libeccio; dove a basso alla spiaggia del mare vi  un'altro Forte per guardia del Carricatore, con un Ponte architettato di sassi, che sporta dalla riva del mare, per commodo del continuo traffico delle Imbarcazioni, e specialmente del Carricatore, per il trasporto del frumento, che in esso si contiene.
Perch Sciacca  disposta in falso piano, viene quasi tutta in Prospettiva a quelle Navi, che s le spiagge del suo mare passeggiano; onde quasi in vaghissima scena ne vagheggino la bellezza: e bench abbia una forma quasi orbiculare; pure con certa soavit  insensibile, in alcune parti si sporta; in altre si incava graziosamente.
Gode finalmente d'un'ampio, e fertilissimo Territorio, abbondante di frumento, vino, olio, miele, legumi, ed altre frutta in abbondanza; quale Territorio si stendeva dal Fiume di Platani a quello di Belci. Gode pure un'amenissimo Mare, che coll'azzurro del suo colorito ricrea la vista di chi lo rimira; oltrech  abbondantissimo di pescaggione, non solo per commodo della Citt, ma delle Terre, e Paesi circonvicini, come specialmente sono Tonni, e Sarde, che si traggittano in paesi stranieri con molto lucro de' Pescatori.
Sembra ( vero) naturalmente situata in un luogo alquanto secco; nulladimeno fu dall'arte provista di Ridotti d'acque fresche, e dolcissime, come sono assaissimi Pozzi, e Cisterne; non mancandole pure sorgive d'acque correnti preziosissime in dolcezza, che sgorgando fuori della Citt, divaricando poscia, e scanalando per lunghi aquedotti, si riducono alla fine in pi luoghi dentro la Citt, col formare due bellissime Fontane per commodo de' Cittadini, e Forastieri, una nella Piazza pubblica, e l'altra nel piano della Chiesa Maggiore della Citt sudetta. Sorge pure un'altra Fonte alla riva del Mare cos inesausta, che somministra prodiga le sue acque, non solo per uso di nettare tutti i panni d'una Citt intiera, e somministrare la giornale bevanda a tutti i Bruti di essa; ma ancora corrono ad essa gran moltitudine di Legni marittimi per dissetare la sete delle loro torme, e provedersene per pi anni, per essere di sua natura incorrottibile, ed inetta ad inverminirsi.
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Capitolo Terzo.
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Delli Fondatori di Sciacca.
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Purificate le macchie d'un Mondo dall'onde d'un Diluvio, e divisa da No a quei pochi, che non ingojarono i vortici dell'acque, la Signoria della Terra, cadde l'Africa in patrimonio a Cam, detto pure Saturno, figlio Secondogenito. Della quale non contento soggiog l'Italia, che chiam col suo nome Saturnia, come in Fazello lib. 1. cap. 1. dec. 2. Quale sceleraggine non potendo soffrire il Padre No, col pretesto di farli acquistare altri Regni, lo discacci in Sicilia. Quivi sopra alcuni Monti, da esso chiamati Cronj, fabbric alcuni Castelli, fortificandoli, per rendersi forte all'empito de' nemici; e ci fu specialmente nella parte occidentale della Trinacria: lo disse Diodoro nel lib. 3. "Saturnus porr in Sicilia, & in Africa, nec non in Italia, ut perhibent, regnavit:" e doppo soggiunse: Qu factum, ut per occidentales Sicili partes etiamnum editiora passim loca Cronia, idst, Saturnia Castella nominentur. Or se Saturno fabbric i Castelli Cronj nella parte occidentale della Sicilia, e dall'altra parte Sciacca  fabbricata in questa parte, come vuole Strabone lib. 6. cap. 2. e s le contrade del Libico mare, "Sacca, sive Therm Selinuntinorum, Urbs Digna, ad Libici maris oram ad montis radices sita est;" ed il suo monte si chiama insino a' nostri tempi Monte Cronio, come lo dice Sergio Monaco nella Vita di S. Calogero, Divum Calogerum incoluisse Montem Cronion; n vi  tradizione, che in questo Libico Promontorio vi sia stato altro Castello Cronio, che questo di Sciacca; dunque si conchiude ad evidenza, che Sciacca fu questo Castello Cronio, fabbricato alle falde del Monte Cronion da Saturno.
Che dopoi per questo Cronio s'intenda Sciacca, e per essa il monte si chiami Cronio,  chiarissimo per due ragioni. La prima si , che questi luoghi Cronj furono ameni, e deliziosi, come disse Diodoro: Editiora passim loca Cronia: il che non si verificarebbe del Monte di S. Calogero, per essere stato un Monte arido, alpestre, sassoso, e privo d'ogni delizia, amenit, e verdura; ma solo ubertoso di bronchi, vepraj, e spineti. Non cos Sciacca, che (come si  detto)  posta sopra una collinetta amenissima, associata dalla vaghezza, corteggiata dall'abbondanza, e ferace d'ogni delizia. La seconda ragione si , che i luoghi Cronj erano luoghi di abitazione, come lo dice Polieno, parlando di Amilcare: Nam hi, qui Cronion inhabitabant: dunque non si pu sentire per il Monte Giummarito, per essere stato sempre incolto, selvoso, inabitato, e solo popolato dalle fiere, in compagnia della sterilit, e dell'orrore. Dunque sempre per luogo Cronio, edificato da Saturno, si intende Sciacca; ed i Prelati Cronesi, dei quali fanno menzione le Storie, furono senza dubbio Prelati di Sciacca, e non del Monte.
La sua prima edificazione, fatta da Saturno, fu negli anni del Mondo 2588. nel quale tempo dominava il Gran Nino, R degli Assirj, dop il Diluvio anni 346. poich il Diluvio fu negli anni del Mondo 2242, E prima dell'Incarnazione del Verbo 2611. alli quali anni 2611. aggiunti gli anni dell'Incarnazione 1726. fanno la somma di anni 4337. e tanto  il tempo, da che Sciacca conobbe la sua prima origine.
E se fu gloria di Sciacca essere stata edificata da Cam, figlio di No, non fu minor pregio di essa l'essere stata negli anni della creazione del Mondo 4880. degna madre di Agatocle, R di Siracusa, conforme con Diodoro l'attesta il Fazello dec. 2. cap. 1. E prima di Agatocle fu pure cuna di Cocalo, R della Sicilia, e tomba di Minos, R di Creta, negli anni del Mondo 3790. che Cocalo nelli Bagni di Sciacca fe' morir soffogato: e lo disse l'istesso Padre Candela loc. cit. "Minos, Jovis, et Europ filius, Rex Cret, a Cocali filiabus, juxta Camerinam Urbem, ad necem conquisitus, patrem Cocalum accersivit, qui eum ad colloquium accitum, quod postulasset, se facturum pollicitus, Domi receptum, cum in balneis lavaretur, ade in longum tempus reliquit, ut nimio Thermarum stu suffocaretur."
Dal valoroso Regnante Agatocle, suo Cittadino, prese Sciacca l'Arma da intargarne il suo Stemma, e sene serv insino al tempo di Giulietta; che fabbricando la Chiesa Maggiore della Citt, e consecrandola a Santa Maria Maddalena, (come si dir in appresso,) prese poscia per Arma la sudetta Maddalena in mezzo a due Leoni rampanti; e lasci quella antica di Agatocle: della quale ancora insino a' miei tempi sene vede una lapida scolpita sotto un Balcone delle case un tempo di Baldassare Tagliavia, poscia di Don Mariano Fiorito, ed al presente del Principe d'Aragona, sopra una porta fatta a volta, dove si dice per antica relazione esservi stata la Zecca da coniare moneta. Quale Zecca fu poscia tolta da Sciacca, e concessa alla Citt di Messina da Federico il Vecchio, R di Sicilia; il quale, per ovviare alle contese, che facevano Messina, e Catania con la Citt di Sciacca, per il battere della moneta, preg istantemente il suo Magistrato a non battere pi moneta, e lasciarla battere a Messina, come si vedono le lettere del sudetto Federico, date in Palermo a 19. Gennajo 14. Ind. 1311. e registrate nel libro della Citt a fog. 147.
La detta arma dunque antica di Sciacca era Agatocle, vestito d'armi bianche a cavallo, con picca in mano, in dominio delli tre Castelli Cronj, ed il tutto meglio si vede espressato in questa figura.
Fu pure pregio di Sciacca essere stata Patrimonio di Ercole Egizio, e di Dorileo successore, come lo dice Leonardo d'Amato nel suo M.S. dell'Anfiteatro delle glorie della Citt di Sciacca: "Dorileus Lacdemonius ad Siciliam navigans, ab Hercule Libicam eam Regionem accepit, & in ea multis poste temporibus post Sach Urbem habuit Heracleam." Della quale Citt Eraclea, detta pure Minoe, furono gli Edificatori i Cretesi, fabbricandola per sepolcro del loro R Minos, dop la sua morte, 16. miglia lontano da Sciacca, sopra Capo Bianco, e poscia da un terremoto subbissata nel mare, come peranco a tempo sereno sene scorgono da' naviganti le vestigia.
Fu pure Sciacca Metropoli de' Damasceni, Fenici, e Caldei; e per la vicinanza dell'Africa fu prima Sede de' Cartaginesi: come rapporta Mario Aretio: "Habemus Thermas in Sicilia, & sunt du Urbes maritim, ad Thirrenum una, de qua dicemus, altera ver ad Libicum Mare spectat, juxta Selinim, quam (ut ait Diodorus) fortissimi quique a Carthaginensibus dilecti, missique, antequm exercitus ad explorandam Insulam mitteretur, coluere; atque ab aquis calidis Thermas vocavere, Xaccam eam hodie appellamus." Fu ancora Colonia de' Romani: Thermas Selinuntinas Romanorum Coloniam, come lo dice Gualterio, e Diodoro lib. 14.
Da tutto ci si vede, quanto sempre magnifica sia stata Sciacca in questi tempi, che anche a tempo di Agatocle, il P. Candela loc. cit. la chiama Regum ornamentum: e bench abbia perduto qualche poco del suo lustro in tempo, che li Barbari ebbero il dominio della Sicilia; lo riacquist nulladimeno allora, quando il Conte Rogiero li pose valorosamente in esterminio.
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Capitolo Quarto.
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Delle Fabbriche Spirituali della Citt di Sciacca.

.Io non voglio perdere il tempo nel racconto della magnificenza delle fabbriche de' Palazzi della Citt di Sciacca, poich  fuori del mio pensiero; solamente con tutta brevit dar qualche notizia degli Edificj di Chiese, Monasteri, Conventi, ed altri, che per compimento della mia Storia faranno di bisogno. E primo.
La Chiesa Maggiore della Citt fu eretta da' fondamenti da Giulietta, figlia del Conte Rogiero, dalla quale fu dedicata alle glorie di Santa Maria Maddalena, Patrona Titolare della medesima Citt. In questa Chiesa si conserva la famosa Reliquia di tutto il Pollice di detta Santa; nella di cui festa si godono le franchiggie di una ricchissima fera per lo spazio di 15. giorni continui, famosa per il concorso delle Citt, e Terre circonvicine, e di altre parti lontane del Regno.
Alla Consecrazione di questo Tempio dalla medesima Giulietta si mut lo Stemma antico della Citt, che era (come si disse) Agatocle a cavallo con li tre Castelli, in un altro, che ostenta intargato in uno Scudo la Maddalena in mezzo a due Leoni, rampanti le sue vesti: e ci fu negli anni di nostra salute 1108. E questo istesso  l'Arma della detta Citt di Sciacca: come si vede nella seguente figura.
La seconda Parocchia  la Chiesa di San Michele Arcangelo, celebre per la sua struttura, fabbricata alla moda, e per una artificiosissima Statua di legno di esso Santo, fatta in Roma a spese di Guglielmo Peralta, Conte di Caltabellotta. Si sta perfezionando un'Organo in detta Chiesa, che non ha pari nella scoltura in tutte le parti della Sicilia.
La terza Parocchia  quella di S. Vito Martire, che  una Chiesa venerabile per l'antichit, per una bellissima Statua di legno, e per una Reliquia di detto Santo, a cui con gran pompa si celebra ogn'anno la festa.
Vi sarebbe stata la quarta Parocchia, posta nel Castello Vecchio, e fabbricata dal conte Rogiero, e consecrata al Principe degli Apostoli S. Pietro, quale era Cappella Reggia; ma diroccata dal tempo, e ritrovata sotto le sue rovine una Immagine miracolosa del Crocifisso, fu un'altra volta rifabbricata, e consecrata alla sudetta Immagine, e ne possederono il Jus, come prima, li Signori Perolli; bench al presente ne tiene il dominio il Sig. Don Alonso Monroi, Marchese di Garsigliano, come unico rampollo di Donna Francesca Perollo, Baronessa di Pandolfina, e di D. Ferdinando Monroi, sposo della sudetta.
Vi  la famosa Chiesa di S. Margarita V. e M. fabbricata, e riccamente dotata da Antonio Pardo, nobile di Sciacca, va adorna di stucco dorato, e di famosi quadroni: si venera in essa la Reliquia di detta Santa, ed un frammento del legno della Santa Croce.
Vi sono nove Conventi di Religiosi, delli quali sei sono nella Citt, e tre fuori di essa: cio
Il Collegio de' RR. PP. Gesuiti, eretto, e splendidamente dotato dal Cavaliere Giam-Battista Perollo, ed  riputato per la sua magnificenza, e ricchezza il quarto Collegio della Sicilia, con una Chiesa di tutta bellezza, ma specialmente divota, mantenuta con la cotidiana applicazione di divoti esercizj dall'esattissimo zelo di quei RR. Padri.
Il Convento dei RR. PP. Domenicani ricco, e magnifico, luogo prima di Studio formale, ed ora di Noviziato, eretto da' fondamenti dal M. R. P. Maestro Tomaso Fazello; che impiegando tutto il suo nella fabbrica, e fondazione di esso, si fece Religioso Domenicano, e fu due volte Provinciale.
Il Convento de' RR. PP. Carmelitani  riccamente dotato con una vaghissima Chiesa, dentro la quale vi  la Cappella Reale dell'Annunziazione, eretta dal Conte Rogiero; in cui dalla Cappella Reale del Castello Vecchio, che rovinava, furono trasportate le ceneri di Giulietta, e Giliberto Perollo, sposi; quale Cappella sino ad oggi  posseduta dalli Signori Perolli.
Il Convento del Terz'Ordine di S. Francesco, detto di S. Maria del Giglio,  dotato d'una Chiesa divota, e d'una Reliquia della gloriosa S. Anna.
Il Convento de' RR. PP. di S. Francesco di Paola tiene una buona Chiesa, sta attualmente in fabbrica, e si spera, che riesca di qualche magnificenza, per l'eredit, che gli lasci D. Pietro di Rosa Sciacchitano, oltre quella, che gli don alla morte Epifanio Bicchetti, nobile della Citt di Sciacca, nell'anno 1610.
Il convento de' RR. PP. di S. Giovanni di Dio; i quali tengono un'Ospedale riccamento dotato da molte persone divote, ed assistito con tutta attenzione dalla carit de' detti Padri.
Il Convento de' RR. PP. Francescani Osservanti, antichissimo, per essere prima abitato da' PP. Minori Conventuali, eretto nell'anno 1224. essendo ancor vivente il Patriarca S. Francesco, e celebre, per esservi stato ricevuto in ospizio, quando ritorn dall'Africa, S. Antonio di Padova; nella di cui selva piant di sua mano un Cipresso, del quale poscia furono fatte le porte della Sacristia, quali a' giorni nostri ancora persistono. Lo dice il Pirri tom. 1. not. 3. f. 336. Lasciato poscia da' PP. Conventuali, fu ripigliato da' PP. Osservanti, e ristaurato da Matteo Agrigentino con una Chiesa assai capace: ed ora  luogo di Noviziato.
Il Convento de' RR. PP. Agostiniani  aggregato all'antica Chiesa di S. Barnaba, ed in esso si venera una Immagine di marmo di S. Maria del Soccorso, ricattata dalla nobile Famiglia Lorefice di Sciacca; per la quale Immagine essendo liberata la Citt dalla Peste, dal Terremoto, e dalla Guerra,  assai venerata da' Sciacchitani, che ogn'anno a primo di Febbrajo si porta processionalmente alla Chiesa Maggiore della Citt, e per voto se le celebra a spese dell'Universit un sollennissimo Ottavario.
Vicino a questa chiesa di S. Barnaba  l'Ospedale degl'Incurabili, sotto titolo di S. Maria della Misericordia, eretto, e riccamente dotato dal Cavaliere Ferrerio de Ferreriis di Sciacca.
Dalla parte di Ponente, non lungi dalla Citt, vi  il Convento dei RR. PP. Capuccini, eretto fra' primi, che fabbricassero questi Religiosi, quando si portarono in Sicilia; ed in quei anni se ne mor in questo Convento F. Arcangelo da Sciacca Chierico, e nobile di sangue, con grido di santit; e fra le altre virt si mantenne sempre illibato col candore della Verginit, come si legge nella di lui Vita. Questo Convento  capace per molti Religiosi; onde vi  stato pi volte il Noviziato.
Vi sono pure cinque Monasterj di Monache, assai commodamente dotati, quattro sotto la Regola di San Benedetto, ed uno di San Domenico.
Il Monastero chiamato delle Giummare, sotto titolo di S. Maria di Belverde,  posto fuori della Citt, 40. passi in circa lontano dalla muraglia, alla parte di Levante, sotto il Castello Nuovo: milita sotto l'Istituto di S. Benedetto: fu fabbricato, e riccamente dotato da Giulietta, figlia del conte Rogiero, l'anno 1103. per li Monaci Cluniacensi, come appare per un Diploma sotto il medesimo anno; ma poscia l'anno 1382. fu concesso dal Pontefice Urbano VI. alle Monache di San Benedetto. Vi  una Chiesa assai pomposa per lo stucco, e le pitture esquisite; e vi si trova una insigne Reliquia di S. Biagio Vescovo, e Martire.
Il Monastero Grande, sotto titolo di S. Maria dell'Itria, fu fondato con ricchi proventi da Guglielmo, e Nicol Peralta, Conti di Caltabellotta, Padre, e Figlio, della Citt di Sciacca, l'anno 1370. e da essi dotato di tre Spine del Redentore, la di cui festa si celebra con sollenne processione: ha una Chiesa assai vaga, ricca, e polita, ed  sotto la Regola di S. Benedetto.
Il Monastero di S. Catarina V. e M. sotto la medesima regola di S. Benedetto, con una Chiesa molto divota fatta alla moda, ristaurata dalli Signori d'Aidone Sciacchitani l'anno 1520.
Il Monastero di S. Maria di Loreto sotto la stessa Regola di S. Benedetto, eretto, e dotato l'anno di nostra salute 1570. dalla nobile famiglia Perollo, come scrive Pirri tom. 1. not. 3. fog. 338.
Il Monastero di Fazello, setto titolo di S. Maria dello Spasimo, e sotto la regola di S. Domenico, fu eretto, e fondato l'anno del Signore 1532. da Francesco Fazello, Cavaliere di Sciacca, Padre del famoso Istorico P. Tomaso Fazello dell'Ordine di S. Domenico.
Vi sono altri due Ritiri, uno di Verginelle, chiamato la Casa dell'Orfane, eretto dal Cavaliere Sciacchitano, D. Cesare Minichelli, nella sua propria casa l'anno 1618. l'altro chiamato delle Ripentite, eretto per opera del servo di Dio, il P. Luigi la Nuza della compagnia di Gesu, da Michele Parrino, pure Sciacchitano, nella sua propria casa l'anno 1626.
Nella sommit del Monte Cronio, oggi volgarmente detto di S. Calogero,  un sontuosissimo Tempio, consacrato al detto Santo, con una veneranda Statua di marmo assai artificiosa, e divota per li continui miracoli, che sene riscuotono. Questo Tempio va dotato d'un Priorato, aggregato con quello di S. Nicol la Latina. Vi sono nella sommit di esso Monte molte altre magnifiche fabbriche di Palaggj, e Casamenti, per commodo di quegli ammalati, che ricorrono a ricevere dal Santo la perduta salute coll'uso delle Stufe, che ivi si rimirano: ed a questo effetto per li poveri vi  pure un divoto Ospedale, ben grande per la concorrenza vi si vede da pi parti del Regno de' poveri ammalati.
Questi Bagni, ovvero Stufe sudatorie furono prima rozzamente dalla Natura in ruvidi, ed orrendi antri incavate, e piuttosto sbandivano coll'orrore, che allettavano coloro, che ardivano di appressarsi. Ma a' tempi del R Cocalo, considerando Dedalo l'utile, che ne riscuoterebbe l'umana salute, le ridusse coll'arte nella maniera, che oggi da noi si vedono: e si sperimentano per presentaneo rimedio a' morbi pi disperati, non abborrendo l'uso di essi Personaggi di prima gerarchia. Onde questo Monte si pu senza iperbole chiamare un Gabinetto de' miracoli della Natura, ed un Santuario de' prodigj della Grazia, per avervi abitato per anni 35. il glorioso S. Calogero: lo dice Sergio nella sua Istoria: Divum Calogerum incoluisse montem Cronion: e prima di esso lo conferm l'Ufficio antico di detto Santo, raccolto dal P. M. Marcello Grasso de' PP. Predicatori, e dato in luce l'anno 1610. ad istanza di donna Angelica Hortaf, Monaca del Monastero di S. Catarina di Sciacca, dove nella lezione 7 si legge: "Beatus Calogerus, fugatis dmonibus, sanctificavit Montem illum, stetitque spatio triginta quinque annorum:" ed allora alla virt naturale dei Bagni sudetti accompagn la supernaturale, impetrata dal Cielo colle sue orazioni a beneficio de' popoli di Sciacca, suoi figli, da esso generati alla grazia, disponendo in quei sudatorj molti sedili di pietra, destinati alla cura di pi morbi precisi, individuandone la virt con caratteri incisi sopra detti sedili: al presente bens dalla forza del tempo cancellati,  dalla ingordigia di quei Medici, come disse il Savanarola, aboliti: conferma chiaramente il tutto la lezione 9. dell'Ufficio sudetto dove parla il glorioso Santo all'Arcario: "Veni ergo fili mi, & vide miracula Dei, qu fecit in Monte isto pro salute populi:" e nella lezione 10. "Duxit Beatus Calogerus ipsum Archarium in quandam cavernam ipsius Montis,in qua erant plures sedes lapide, quas Deus dotavit diversis virtutibus ad certas gritudines, dixitque ei omnes virtutes sedium."
Per compimento di questo Capitolo non devo tralasciare di dire, che in Sciacca vi siano altre 36. chiese, cio 13. nella Citt, e 23. fuori di essa: vi sono pure 8. Compagnie, e 7. Confraternite: la descrizione delle quali qu tralascio per brevit, tenendola in altro mio Libro, intitolato "Sacrum Saccae Theatrum," che spero in appresso sia mandato alle stampe.
Fine del primo trattato.
Prima che dar principio al secondo Trattato, pongo la pianta del Regno di Sicilia, per vedersi in quale parte di esso sia situata la Citt di Sciacca: e bench si potesse vedere in ogni carta Geografica della Trinacria; per aversi per in pronto, ne ho fatta la qu apposta figura.
La Situazione della Citt di Sciacca nel Regno di Sicilia.
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Trattato 2.
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Indice del Trattato 2.
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Breve Cronologia di quelle Nobili Famiglie, che si ritrovarono in Sciacca nel tempo di questo Caso.
Cap. 1. Della Famiglia Abbracciabene
Cap. 2. Della Famiglia Aidone.
Cap. 3. Della Famiglia Amato.
Cap. 4. Della Famiglia Antiochia.
Cap. 5. Della Famiglia Argomento.
Cap. 6. Della Famiglia Beatrice.
Cap. 7. Della Famiglia Bendelmonte.
Cap. 8. Della Famiglia Bicchetti.
Cap. 9. Della Famiglia Blasco.
Cap. 10. Della Famiglia Calandrini.
Cap. 11. Della Famiglia Caltagirone.
Cap. 12. Della Famiglia Campolo.
Cap. 13. Della Famiglia Capriata.
Cap. 14. Della Famiglia Caravelli.
Cap. 15. Della Famiglia Carretti, o del Carretto.
Cap. 16. Della Famiglia Cubici.
Cap. 17. Della Famiglia Ferraro.
Cap. 18. Della Famiglia Ferreri.
Cap. 19. Della Famiglia Graffeo.
Cap. 20. Della Famiglia Imbeagna
Cap. 21. Della Famiglia Incardona
Cap. 22. Della Famiglia Incisa
Cap. 23. Della Famiglia Infontanetta
Cap. 24. Della Famiglia Leofante.
Cap. 25. Della Famiglia Lora.
Cap. 26. Della Famiglia Lorefice.
Cap. 27. Della Famiglia Lucchesi.
Cap. 28. Della Famiglia Luna.
Cap. 29. Della Famiglia Manno.
Cap. 30. Della Famiglia Maurici.
Cap. 31. Della Famiglia Medici.
Cap. 32. Della Famiglia Montaliana.
Cap. 33. Della Famiglia Peralta
Cap. 34. Della Famiglia Perollo.
Cap. 35. Della Famiglia Plaja.
Cap. 36. Della Famiglia Siragusa
Cap. 37. Della Famiglia Tagliavia.
Cap. 38. Della Famiglia Vasto.
Cap. 39. Della Famiglia Ventimiglia.
Cap. 40. Della Famiglia Virgilio.
Avvertenza al lettore.
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Fine indice.
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Se scorgerassi, che m'innoltro in rapportare brevemente la Cronologia di quelle Nobili Famiglie, che si ritrovarono in Sciacca nel tempo, che avvenne Caso cotanto funesto, non vi rechi stupore; poich l'ho fatto, per far conoscere a chi legge, Sciacca aver sempremai goduto Famiglie cos riguardevoli, che poterono colla loro potenza, e valore fugare dalla Patria truppe nemiche, fare ombra alla potenza de' proprj Regnanti, e fra loro stesse suscitare guerre intestine, e sedizioni civili.
Speriment la potenza de' Nobili Sciacchitani negli anni di nostra salute 1303. Carlo d'Angi, fratello del Re di Francia: quando, venuto in Sicilia a danni di Federico II. dop la conquista di molte Piazze, e Castelli, pose un'ostinato assedio, e per mare, e per terra, alla Citt di Sciacca; che ben difesa dal Cavaliere Federico Incisa dell'istessa Citt, quale ne presideva al Governo, lo costrinse a sciogliere vergognosamente dalla Citt l'assedio, ed indi a conchiudere la pace col suo Regnante in un Villaggio, posto tra Sciacca e Caltabellotta: lo dice il Fazello nel lib. 9. della deca 2.
Tem pure la potenza de' Nobili Sciacchitani Martino R della Sicilia, quando non solo toler, che Guglielmo Peralta, detto Guglielmone, Conte di Caltabellotta, reso ribelle, insieme con suo figlio Nicol, s'impadronisse negli anni di nostra salute 1391. di Enna, Sutera, Erice, Naro, Mazzara, e Sciacca; ma che ancora fabbricasse in questa Citt il Castello Nuovo, che insino a nostri giorni si vede, per opporsi con esso alle forze reali. E bench Guglielmo, e Nicol, suo figlio, con molti altri Nobili del Regno, suoi aderenti, fosse stato dichiarato ribelle a 6. Decembre dell'anno 1393. nulladimeno, perch il R li temeva, ridusse nella sua grazia la maggior parte de' Ribelli, fra' quali vi era Nino Tagliavia, Cavaliere di Sciacca, esentando da questa grazia il sudetto Guglielmo, che poscia mor in Caltanissetta nella sua ostinazione, e pertinacia: condon pure la fellonia a Nicol Peralta figlio di Guglielmone, e gli restitu, e conferm di novo il contado di Caltabellotta, Sclafani, e Caltafimi, colle sue pertinenze; lasciandolo pure nell'amministrazione, e governo della sua Patria, Sciacca, colla Prefettura del suo Castello, ma negandoli solamente Mazzara. Il tutto appare per Diploma reale dato a 12. Febraro del anno 1396. E bench il R lo avesse reintegrato; pure non pot mai di venire suo fido amico; anzi s'impadron di bel novo e di Sciacca, e di molti altri luoghi: onde sbigottito il Re non ard mai di venire in Sciacca, se prima non intese la sua morte: lo dice Tomaso Fazello lib. 9. della 2. deca: "Saccam petere non est ausus."
Or da quanto si  detto, si pu comprendere di che tempra fosse stata la potenza delle Famiglie di Sciacca. Che stupore dunque, se fra alcuni Nobili di essa, rigardevoli e per potenza, e per ricchezze, avesse intervenuto questo s memorabile Caso? Permetta dunque la bont del Lettore, che soffra avere sotto l'occhio la descrizione di quelle Nobili Famiglie, che campeggiavano in Sciacca nel tempo di questo Caso: e per riserbare intatte le ragioni della precedenza, al loro merito dovuta, h disposto il tutto con ordine Alfabetico, come siegue.
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Capitolo Primo.
Della Famiglia Abbracciabene
La Famiglia Abbracciabene fu una di quelle, che non ebbe aderenza, n col Perollo, n col Luna; ma si mantenne neutrale: anzi facendosi il Consiglio de' Nobili, non lasci d'impegnarsi a persuadere, che si procurasse raffrenare l'empito giovanile del Conte Luna.
Ebbe l'origine nella Romagna, e pompeggi gloriosa in alcune parti dell'Italia. Venne in Sicilia, allora, che Ludovico, morto il R Pietro II. suo Padre, fu di anni 7. coronato in Palermo, come nella Cancellar. Reg. di Lud. fog. 311. si legge: ed allora nella guerra, che li faceva Damiano Palicio, gran Cancelliero, e Vicario Generale del Regno, N..... Abbracciabene con una valorosa compagnia di soldati, a sue spese stipendiati, fece gloriosissime prove nella presa della Fortezza del Salvatore in Messina: lo dice Mugnos nel suo Vespro Siciliano. E nell'anno di nostra salute 1344. carico di trofei, nobilit colla sua residenza la Citt di Sciacca, sotto li favorevoli auspicj di quella Maest obbligata: ed in detta Citt Davidde Abbracciabene, suo successore, con suoi gloriosi servigj obblig pure la regia munificenza del Re Federico III. a maggiormente ingrandirlo col titolo di Barone del Feudo di Scanzatinni, e di altri Feudi, e Territorj vastissimi, quali per brevit tralascio di nominare; colli proventi de' quali si mantenne questa Famiglia nella Citt di Sciacca sempre luminosa, avendo governato la sudetta Citt con posti maggiori, come di Giurato, Capitano &c. bench oggi si veda estinta. Questa Famiglia per suo Stemma leva un Leone rosso, che abbraccia una Colonna d'Argento in campo d'oro.
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Capitolo Secondo.
Della Famiglia Aidone.
La famiglia Aidone, quando avvenne il Caso di Sciacca, fu neutrale; e tent nel Consiglio de' Nobili di frenare il corso delle truppe Lunesi.
Fu nobile nell'Aragona, da dove Corrado d'Aidone venne in Sicilia, colla carica di segretario di Federico II. dalla di cui reggia munificenza furono i suoi posteri onorati col titolo di tre Baronie nel Territorio della Citt di Piazza, come furono quella di Giuliana, della Montagna di Marzo, e di Zolina. Si portarono poscia a casarsi in Girgenti colli signori di Caro, e d'indi in Sciacca: ove Francesco Aidone si accas con Olimpia Ferraro, e Montaliana, come si vede nell'atti di Notar Pietro di Falco alli 8. di Marzo 1557. per causa del quale pervenne a questa Nobile Famiglia la Baronia di Lazarino, e Misilabesi. Ebbero sempre i gloriosi germogli di questa Prosapia il maneggio delle maggiori cariche della Citt di Sciacca; ed al presente risplende gloriosa nella persona di D. Antonino Aidone, Barone di Lazarino, giovane di somma espettazione. Lo Stemma di questa Casa va formato da due Stelle d'oro, con fascia bianca nel mezzo, e sotto la detta fascia una imbordata bianca.
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Capitolo Terzo.
Della Famiglia Amato.
La Famiglia Amato nel Caso di Sciacca sparse volentieri dalle sue vene il sangue per la Famiglia Luna.
Fu nobilissima nella Catalogna, e venne in Sicilia nell'anno 1282. regnando il R Giacomo d'Aragona, da cui Pagano Amato merit essere armato Cavaliere in presenza de' Signori Alagona, e Peralta, suoi Parenti; e gli cinse a fianco la spada, colla quale mietendo selve di gloriose palme, merit mille gloriosi titoli, ed ampiezze di Dominj, come le Baronie, Feudi, e Territorj di Villanova, Callesi, Gilinda, Belici, Zaffuddi, Ciafaglione, Donzelli, Martufa, Majenza, Borda, Galando, Verdura, Cassaro, Bonfiglio, Garagalufo, Anbaja, Belriparo, ed altri; onde da' Primati del Regno era ambiziosamente ricercata, come di appoggio, la sua parentela. Spiccarono fra i nobili di questa Famiglia riguardevoli il Milite Tomaso, e Milione Amato; i di cui nomi, ed insegne si vedevano nel Cappellone della Chiesa Madre Vecchia, e nel Castello Vecchio: ebbe in Sciacca i primi ufficj, e cariche di essa. Il suo Stemma sono sei Stelle d'oro in campo azzurro: si legga il Mugnos nel Teat. Geneal. fog. 53.
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Capitolo Quarto.
Della Famiglia Antiochia.
La Famiglia Antiochia nel Caso di Sciacca prese le parti del Perollo.
Fu nobilissima nell'Italia, e nella Francia: lo dice Inveges fog. 35. e 635. Il primo ceppo di questa Famiglia fu Corrado, figlio legitimo, e naturale di Federico, R della Toscana, figlio naturale di Federico II. Imperatore. Pigli il cognome d'Antiochia, per avere ottenuto dal R, suo Padre, il Principato d'Antiochia: lo dice Summonte nelle Istorie di Napoli p. 2. f. 237. Venne in Sicilia in tempo di Federico II. Imperatore, e R di detto Regno; per la cui morte, successa a 13. Decembre 1250. dovendo succedere Corradino, suo figlio, e temendo il Pontefice nel governo del figlio le medesime vessazioni del Padre contra la Chiesa, ne diede l'investitura a Carlo d'Angi; e ne successero fierissime guerre. Perloch Corrado impugnando le armi a favore dello Zio Corradino contro l'Angioini col titolo di Vicario Generale del Regno, fu ucciso in battaglia. Fazello deca 2. fog. 458. Questo Eroe glorioso era stato investito dalla reggia beneficenza del Contado di Capizzi, e del Contado di Caltabellotta; onde per la vicinanza di questa Terra faceva la sua residenza in Sciacca; quale poscia nobilit colla discendenza di nobilissimi successori. Ma acquistando tutto il regno Carlo di Angi, priv questa nobilissima Famiglia di tutti i suoi stati; onde restarono poscia ricchi d'una gloriosa nobilt, e poveri delli beni di fortuna. Il suo stemma si scorge miniato nella soffitta di S. Francesco dell'Osservanza, ed  formato d'un Campo rosso, seminato di Gigli d'oro.
 Capitolo Quinto.
Della Famiglia Argomento.
La Famiglia Argomento fu neutrale fra li due nemici, Luna, e Perollo; e come chiaro specchio di nobilt fu ammessa nel Consiglio della Citt.
Fu nobile di sangue, e splendida per ricchezze, apparentata colle principali Famiglie di questa Citt; ove i suoi rampolli ebbero le cariche di Giurati, Capitani, Secreti, e Vice-Portulani: ma sopra tutto fu illustre negli atti della piet Cristiana, essendo tutta applicata alle fondazioni di Chiese, come si furono quelle di San Leonardo, e di Santa Venera. Fu pure molto dedita alla dilezione del Prossimo, e de' suoi Concittadini; mentre in tempo di universale Caristia, quando tutto il Regno pativa un'acerbissima fame, Giacomo Argomento con l'abbondanza de' suoi Granarj non solo providde al commodo della sua Patria Sciacca, distribuendolo a prezzo pi mercato del solito, anche a forastieri, ma pure la sua Casa per pi mesi continovi fu una Osteria apparecchiata per li poveri, distribuendo con proprie mani tutto quello faceva di bisogno alla necessit di quei meschini. Mugnos nel suo Teatro fog. 82. Per suo Stemma intarga tre palle d'oro in campo azzurro, con una fascia bianca nel mezzo.
 Capitolo Sesto.
Della Famiglia Beatrice.
La Famiglia Beatrice fu degli aderenti al Perollo nel memorabile Caso.
Fu nobilissima della Citt di Pisa, da dove passata in Sicilia fece l'unica sua residenza nella Citt di Sciacca l'anno di nostra salute 1500. il Tajoli nelle Famiglie Pisane. Quelli, che vennero in Sciacca, furono Raffaello, e Pietro Beatrice; ove ebbero le primarie cariche: vedi negli atti di Notar Nicol Xanina 8. Aprile, 14. Ind. 1528. Apparent con li Baroni di Partanna di Casa Graffeo, e colla Famiglia Perollo, diramandosi poscia in molti conspicui Eroi. L'ultima di questa nobile Famiglia fu Donna Domenica Beatrice, Madre di Don Antonino Stella, che fu pi volte giurato di questa Citt; e da questo ne nacquero Don Michelangelo Stella, che al presente  molto stimato nella Citt di Sciacca, e Donna Domenica, oggi sposata col nobile D. Ignazio Floreno Sciacchitano. Il suo Stemma  un'Aquila d'oro con una fascia bianca negli artigli, in campo azzurro.
 Capitolo Settimo.
Della Famiglia Bendelmonte.
La Famiglia Bendelmonte fu neutrale col Perollo, e Luna; fu per ammessa nel Consiglio de' Nobili della Citt.
Fu di tanta nobilt in Fiorenza, che gareggiava con quella de' Medici, come si legge nella Reggia Cancellaria l'anno 1394. Il primo, che pass in Sicilia, fu Raineri Bendelmonte con Carlo R di Napoli, ornato colla carica di gran Maresciallo nella guerra contra Federico d'Aragona, R di Sicilia, l'anno 1300. Il di cui figlio Nicol si spos con Adelasia Perapetrusa, portandoli in dote il Feudo di Misilicatini: per il matrimonio, fatto colla Nipote del Conte Peralta di Casa Anglora, ed Amato, acquist la Casa Bendelmonte la Baronia del Feudo della Verdura, come per Privileggio della Regia Cancellaria l'anno 1394. e per detta Baronia rimase in Sciacca; ove dur pi di anni 200. con luminoso chiarore: e si estinse alla fine in Bernardino Bendelmonte; il quale don a Lauria sua Sorella, relitta Vedova da un Nobile della Casa Ferraro, il sudetto titolo della Baronia col Feudo, essendo allora maritata con Alferio Leofante, come consta per donazione negli atti di Notar Antonio Liotta di Sciacca a 4. Febraro 12. Ind. 1478. car. 69. lasciando altre ricchezze a Catarinella Bendelmonte, figlia di Pietro, e sposa di Giovanni Calandrini, figlio Primogenito di Antonio, e Francesca Siragusa, come per gli atti di Notar Cola Randazzo di Sciacca a 4. Gennajo 15. Ind. 1466. Il suo Stemma  una Croce d'oro sopra cinque Monti d'oro in un Campo mezzo azzurro, ed il mezzo di sotto di Argento.
 Capitolo Ottavo.
Della Famiglia Bicchetti.
La Famiglia Bicchetti nel Caso di Sciacca segu le parti del Conte Luna.
Fu nobilissima, ed antichissima nell'Inghilterra; e maggiormente la nobilit l'essere stato uno de' suoi rampolli San Tomaso Bicchetti, arcivescovo di Cantuaria. I congionti del quale essendo stati da Errico IV. regnante dell'Inghilterra, esiliati dal suo Regno, e per conseguenza privi de' suoi Dominj, passarono in Sicilia sotto la protezione di Giovanna, figlia del sudetto Errico IV. e Regina della Sicilia, e sotto la condotta di Riccardo d'Inghilterra, Vescovo di Siragusa; quale passaggio sort nel tempo di Guglielmo II. detto il Bono, e sposo della sudetta Giovanna, l'anno del Signore 1176. l'attesta il P. Angelo Candela nel cap. 8. fog. 103. del suo Scisma Anglicano, e lo conferma Rocco Pirri nel tom. 1. not. 3. fog. 337. e not. 2. fog. 160. Dalla quale Regina questi nobili esiliati furono benignamente accolti; e merc la mediazione di tanta intercessora furono dal R Guglielmo II. suo sposo, impiegati negli ufficj della guerra: nella quale avendo fatto pompa in pi sortite d'un valore, che rec ammirazione al Regno tutto, furono dalla prodiga mano del Regnante carichi di gloriosi Privileggj, e ricchi donativi, oltre l'ufficio di Capitano d'Armi della Citt di Sciacca, conferito a questi Signori: nella quale Citt, oltre li matrimonj fatti con molte nobilissime Dame della medesima Citt, furono anche poscia onorati coll'impiego delle cariche maggiori di essa, come di Giurati, Capitani di Giustizia, ed altre simili.
E non solo questi Signori furono gloriosi nell'armi, ma ancora nelle dignit ecclesiastiche, e nelle lettere. Nelle dignit ecclesiastiche vanta la Famiglia Bicchetti un'Antonio, che fu Canonico di Girgenti, e Vicario Generale di quella Diocesi in sedia vacante nell'anno 1679. e poscia in riguardo al suo gran merito eletto Vescovo di Patti l'anno 1680. ma ritornando da Roma consecrato, per conferirsi alla sua Residenza, mor sopra la Galea, che lo traggittava, a veduta della Citt di Patti, e del suo destinato Vescovado, come le profetizz la Serva di Dio Suor Maria Crocifissa del Monastero di Palma; e lo rapporta nella sua Vita lib. 5. c. 1. f. 561. Don Geronimo Turano. Nella piet Cristiana fu assai celebre Epifanio Bicchetti, che trasfer a proprie spese dalla Parrocchia di Santo Vito, loro Ospizio, li RR. PP. di S. Francesco di Paola al luogo, ove al presente dimorano, l'anno 1610. n di ci contento, negli ultimi periodi della sua vita gli lasci tutto il suo valsente, acci sene sostentassero, come al presente selo godono.
Nelle lettere ebbe la Famiglia Bicchetti un Francesco, Dottore peritissimo nell'una, e nell'altra legge, che fu Giudice pi volte in Palermo della gran Corte Civile, e Criminale: fu molto stimato dal Duca di Terranova, allora Vicer in Sicilia: fu pure assai caro a molti Principi del Regno, e specialmente a Don Pietro di Luna, Conte di Caltabellotta, ed al Principe di Patern, suo Nipote; li stati de' quali egli col suo sapere molto difese; ed ebbe sempre luogo negl'importanti affari del Regno fra' primi Cavalieri del suo tempo: lo dice il Mugnos nel Teat. Gen. fog. 334. Mor in Sciacca, sua Patria a 7. di Maggio 1577. e fu sepolto nel Vener. Convento de' RR. PP. Osservanti di S. Francesco in una tomba marmorea, ed elevata sopra terra, ove al presente si scorge. Il suo Stemma  un becco rosso in campo d'oro.
 Capitolo Nono.
Della Famiglia Blasco.
La Famiglia Blasco fu neutrale col Luna, e col Perollo, ma intervenne al Consiglio della Citt.
Fu nobilissima nelle Spagne, e venne in Sicilia negli anni del Signore 1411. nel tempo di Ferdinando V. R d'Aragona, e I. di Sicilia: ove Antonio Maria Blasco, per alcuni servigj, fatti alla Corona, merit dalla reggia benignit la Castellania del Reggio Castello di Sciacca, colle prerogative, e privileggj, che i Castellani solevano godere: apparentarono per le loro virt, nobilt, e ricchezze con alcuni nobili di Sciacca; ove Aghesio Blasco fu Giurato, e Vice-Ammiraglio della Gran Corte del Grande Almirante negli anni di nostra salute 1528. quale posto di Vice-Ammiraglio glielo diede D. Antonio d'Oddo, Conte di Gulisano, e Grande Almirante, a cui fu molto caro. Per suo Stemma leva una Celata d'oro con piume bianche in capo, col campo azzurro.
 Capitolo Decimo.
Della Famiglia Calandrini.
La Famiglia Calandrini fu aderente al Conte Luna nel Caso di Sciacca.
Fu nobilissima nella Francia, e pass in Sicilia sotto il comando del Conte Rogiero, nobilitando la Citt di Sciacca colla sua residenza. Attesta la sua antichit un Ritratto di anni 400. di Antonio Calandrini di Sciacca, Cardinale di Santa Chiesa, come riferisce il P. Candela in un suo M. S. ed attesta d'aver veduto detto Ritratto nel tetto della Casa di questi Signori. Ebbe questa nobile, ed antica Famiglia Capitani Generali di Guerra, ed altri Nobili, arricchiti di Feudi, e Territorj: apparent sempre con le pi nobili Famiglie della Citt di Sciacca, e del Regno, come sono la Casa Spadafora, Russo, e simili: e possedeva la Baronia del Lago, e di Misirindino, e altri vastissimi Territorj, come si potr leggere nella Reggia Cancellaria di Lodovico R, fog. 1352. Per suo Stemma leva tre Augelli, chiamati Calandri, sopra una fascia d'oro in campo azzurro.
 Capitolo XI.
Della Famiglia Caltagirone.
La Famiglia Caltagirone si mantenne neutrale nel Caso di Sciacca, ed intervenne al Consiglio della Citt.
Fu nobilissima nella Francia; e Gaspare Sardo ne descrive l'origine. Il primo, che venne in Sicilia nell'anno 1220. fu Guido, prima Gentiluomo, poi degnissimo Secretario di Federico II. premiato col dono della Citt di Caltagirone, d'onde nel Regno prese il cognome. Apparent colla Casa Incardona di Sciacca, ove ferm la sua residenza. Illustrarono maggiormente questa Famiglia un Giovanni Caltagirone, che in tempo del Vespro Siciliano fu Rettore di Sciacca: un Pietro, che fu Capitan Generale del Valdemone, un Ferdinando, che fu Gran Cancelliere del Regno, un Antonio, che fu Maestro Giustiziere, un altro Giovanni, che fu due volte Pretore della Citt di Palermo. Fu la detta Famiglia arricchita della Signoria di Giarratana, delle Baronie di S. Stefano, della Valle, e di Barrax, acquistata per matrimonio, contratto colla Casa Polizzi, come pure colla Casa Perollo, dalla quale eredit grandissime ricchezze, come dice il Mugnos nel Vespro Siciliano fog. 19. 10. e 207. Per suo Stemma ha un Braccio armato sopra una Torre d'oro in campo verde.
 Capitolo XII.
Della Famiglia Campolo.
La Famiglia Campolo non ebbe aderenza, n col Luna, n col Perollo; e perci fu ammessa nel Consiglio della Citt.
Fu nobilissima in Venezia. Il primo di questa antica Famiglia, che colla sua residenza nobilit la Citt di Sciacca, fu Antonio Campolo. Ebbe questa nobile Casa per servizj fatti al Re Federico II. il Feudo di Francavilla, quello del Carabo, e la Signoria della Sambuca; e per la caduta di Guglielmo Peralta, detto Guglielmone, Conte di Caltabellotta, la Baronia di san Bartolomeo; e questa l'ebbe Giacomo Campolo come erede della Casa Incisa l'anno di nostra salute 1388. come si vede nel libro della citt di Sciacca a fog. 168. con cui aveva contratto Matrimonio; e da Federigo II. gliela fece dare Ludovico Incisa; e perci si trattenne poi questa Famiglia in Sciacca, dove ebbe le primarie dignit, come di Capitano, Giurato, &c. tutto conferma il Mugnos nel Teatr. Gen. fog. 212. Fior pure questa Famiglia nella Citt di Palermo, ove fu sollevata alle principali dignit, come di Pretore in persona di Francesco Campolo, e di Capitano di Giustizia in persona di Pietro Antonio: ed ebbe altri degnissimi suoi discendenti, che al numero di nove tutti furono Senatori della medesima Citt di Palermo. Di questo nobilissimo sangue fu D. Ninfa, moglie di D. Francesco Leofante, Barone della Verdura, e madre di D. Giovanni Leofante, Duca della Verdura. Il suo Stemma  un Leone nero, sotto molte punte di lancie rosse, con il campo d'argento.
 Capitolo XIII.
Dalla Famiglia Capriata.
La Famiglia Capriata, detta anticamente Rossi, si trattenne indifferente con le due nemiche potenze Luna, e Perollo.
Questa Famiglia tanto pi si deve stimare nobilissima, quanto pi la sua origine non  stata ancora accertata appresso gl'Istorici pi antichi. Non mancarono celebri Autori, che stimarono, che questa Prosapia campeggiasse superba sul cielo della Nobilt di Francia, da dove la crederono transferita nell'Italia con Carlo Magno; e d'indi si sparse per le sue pi famose Citt, ed acquist nobili stati, e titoli; dalla quale ne nacquero Rossi Conte di Cajazzo, Rossi di Romagna, Rossi Vivustino, Rossi della Motta, Rossi Platoni: lo dice Vincenzo Carreri da Ravenna nella Difensione di questa Famiglia, a cui f aggiunta Gian-Pietro Crescenzi nella Corona della Nobilt d'Italia fog. 110. Il Sansovino per a fog. 67. dice, che questa Famiglia Rossi venisse in Italia da Basilea l'anno 500. con Alboino, R de' Longobardi, chiamato da Narsete Eunuco, e si ferm in Parma di Lombardia. Ma  verit poi irrefragabile, che questa nobilissima Famiglia ferm la sua residenza in Genova, Metropoli della Liguria, e lo attesta Flaminio Rossi a fog. 98. da dove Baerano, e Ranuccio Rossi l'anno 1340. andarono a servire all'Imperatore Federico II. detto Barbarossa, nelle famose fazioni de' Guelfi e Gibbellini, prendendo le parti de' Gibbellini, a favore de' quali si aveva dichiarato l'Imperatore sudetto. Dall'Italia questa famiglia Rossi pass in Sicilia col R Carlo d'Angi; onde il Fazello la prima volta, che fa memoria di tal Famiglia Siciliana,  nell'anno 1295. quando il R Giacomo rinunzi il Regno al R Carlo II. di Napoli. Questa famiglia Rossi, resa Siciliana, si diram pure in Messina, Nicosia, Palermo, Mazzara, e Sciacca. De' Rossi Messinesi ne parla il Fazello a fog. 509. sotto il R Federico II. ed ebbero il governo della detta Citt di Messina coll'inalzamento a' primi onori: ma abbusatisi alla fine della dolcezza del Regnante, di Capitani di essa ne divennero assoluti Tiranni; perloch costrinsero quei popoli ad ammutinarsi, ed indi a prendere contra essi le armi: al di cui furore non potendo, bench intrepidi, resistere, furono violentati a prendere un volontario essilio, e a ritirarsi in Genova, madre amorevolissima di Prosapia s nobile: ed ivi si diedero poi con tutta ardenza a servire a quella Repubblica coll'impieghi pi rilevanti. Quindi si fu, che, impegnati da quei nobili Senatori negli affari pi importanti, e nelle imprese pi ardue di guerra, palesarono al Mondo tutto, ed a quei illustri Signori Politici, quanta fosse la grandezza del loro eroico animo: onde in premio di tanti profusi sudori nelle guerre maggiori di quella Repubblica ne ottennero la suprema dignit del Ducato, ed ultimamente la Citt di Capriata, dal dominio della quale ricevettero il cognome di Capriata, lasciando l'antico de' Rossi; bench non lasciassero poi di sempre intargare nel loro glorioso Stemma le solite tre R.R.R. usate per Arma da questa Famiglia sotto il cognome Rossi, che denotano Rodulphus, Russus, Regius.
In Genova dunque si mantenne per pi secoli, e si st attualmente insino a' nostri giorni mantenendo questa gloriosa prosapia Capriata, assai conspicua e per lo splendore dell'antica nobilt de' suoi predecessori Rossi, e per l'inespugnabile valore dimostrato nelle battaglie, e per il chiarore, che scintillava dalle loro immense ricchezze, e per il famosissimo grido delle scienze, nelle quali egregiamente fiorirono: ed a' nostri giorni un Pietro Giovanni Capriata Genovese fu cos celebre ne' studj delle Leggi Civili, e Canoniche, che dagli oracoli della sua bocca riscuoteva le risoluzioni delle maggiori difficolt la Repubblica Genovese. Il primo, che da Genova sotto il cognome di Capriata venisse in Sicilia, fu Girolamo Capriata, e la sua prima residenza fu in Palermo, Metropoli di questo Regno, circa gli anni del Signore 1487. il quale allettato da' continuati traffichi, e negozj, che si tenevano in Sciacca, e specialmente nel suo famosissimo Granajo, lasci Palermo, e venne ad abitare in detta Citt: il tutto si fa manifesto da un'istrumento celebrato in Sciacca per gli atti di Notar Giovanni Custona Sciacchitano l'anno 1529. in virt del quale, abitando in Sciacca, prese il possesso del Territorio della Favara, detto al presente di Santa Maria della Neve, che li fu venduto dal Canonico Girolamo Termini. E non solo il sudetto Girolamo Capriata venne ad abitare in Sciacca carico di ricchezze, ma ancora spalleggiato dalla protezione del R delle Spagne, e della Sicilia, Filippo II. lo che si f chiaro per una Lettera autentica in sua raccomandazione, diretta al Vice-R Marco Antonio Colonna: l'attesta il P. Angelo Candela nelle croniche di Sciacca. Risplendendo dunque questa Famiglia Capriata in Sciacca luminosa, e per la nobilt del sangue, e per il chiarore delle ricchezze, si vidde apparentata colle pi nobili Famiglie di essa: poicch Antonio Capriata spos Naglesia Montaliana, e Perollo, come per gli atti di Notar Leonardo Giuffrida di Sciacca a 4. Ottobre 10. Ind. 1566. e Calogero Capriata, suo figlio, spos Aloisia Lucchesi, e Tagliavia, nipote di quel Ferrante Lucchesi, che segu in questo Caso di Sciacca le parti del Conte Luna. Seguirono poi li gloriosi eroi di stirpe cos illustre ad apparentare insino a miei giorni con molte altre nobilissime Famiglie. Antonio Capriata, figlio del sudetto Calogero, la fece conoscere riguardevole, quando nell'anno 1606. a 5. Settembre f dal Duca di Feria, Vice-R di questo Regno, onorato colla carica di Mastro Giurato, dignit allora conferita a personaggi della Nobilt Siciliana. Agostino Capriata, figlio ancora dell'istesso Calogero, sene and a dimorare in Palermo, ove spos Maddalena Benfari delle pi cospicue Famiglie della Francia, come per gli atti di Notar Simeone Secchi di Palermo sotto li 9. Decembre 1. Ind. nell'anno 1617. da' quali nacque Aloisia Capriata, che pure in detta Citt f collocata in matrimonio con D. Giuseppe Virgilio, Famiglia nobilissima di Sciacca, come per gli atti di Notar Pietro Candone di Palermo sotto li 6. Febraro 10. Ind. nell'anno 1642. Ed ultimamente in Sciacca Vito Capriata compr da Vincenzo lo Bello la dignit di Reggio Segreto, con l'altre gabelle, spettanti a detta Secrezia, e ci in feudum e per tutti i suoi posteri: ed oltre di questa dignit hanno goduto insino a' miei giorni quella di Giurati, e Capitani della stessa Citt. Questa Famiglia mut sotto l'Imperatore Federico II. l'antica Arma di Rossi, che era mezzo Leone rampante al suo colore, con una sbarra, dove erano tre R.R.R. in un'Aquila Imperiale in campo d'oro, sotto di cui siede una banda d'oro, con li tre R.R.R. dell'antica famiglia Rossi col campo rosso.
 Capitolo XIV.
Della Famiglia Caravelli.
La Famiglia Caravelli ader alla partita del Perollo nel Caso di Sciacca.
Fu nobilissima in Ispagna, in Venezia, e nella Normandia in Francia, da dove venne in Sicilia col Conte Roggero, dal quale per li molti servizj prestati ricev la terra di Finalia, e di Bussemi, come per Diploma, confermato dal R Pietro II. nell'anno 1309. e prima di esso da Federico il Vecchio nel 1229. Questa Famiglia govern nella Sicilia coll'ufficio di Presidente di Giustizia del Regno, Pretore di Palermo, Stratic di Messina, come si legge in un Privileggio di Simone Caravelli nell'anno 1216. Roberto Caravelli, pronipote di Simone, apparent colla Casa Perollo con la dote del Feudo di Melia, e con questa parentela venne a piantare la sua Casa in Sciacca, conforme appare per testamento fatto in Sciacca negli atti di Notar Albo Triolo dall'Illustre Signore Nicol Peralta a 16. Ottobre 7. Ind. 1338. Per la sua antica nobilt non lasci questa Famiglia di apparentare colle prime Famiglie del Regno; siccome Beatrice Caravelli si spos con Matteo di Sclafani, Conte d'Adern, e Signore di Ciminna, dalli quali nacque Aloisia, erede gi fatta in virt di testamento, colla tutela di Manfredo Chiaramonte di Sciacca: lo dice l'Inveges a fog. 2149. Questa Famiglia fond in Sciacca la Venerab. Chiesa di S. Antonio Abbate; possed la Terra del Pantano nel Territorio di Milazzo, e quella di Spoleto. Fu una delle Famiglie Baronali, che il R Roggero istitu per l'avvenire ad assistere alla Coronazione de' R di Sicilia; ed a questa Famiglia tocc l'onore d'apparecchiare la Reggia Corona in credenza avanti l'Altare, da prendersi poi per mano dell'Arcivescovo Metropolitano di Palermo, per coronare il R. Il suo Stemma  un campo mezzo di sopra d'argento, e mezzo di sotto nero, ed in questo una imbordata d'argento.
 Capitolo XV.
Della Famiglia Carretti, o del Carretto.
La Famiglia Carretti si port indifferente con li due nemici, Perollo, e Luna, ed intervenne nel Consiglio della Citt: anzi non lasci di cooperarsi per la pace.
Fu nobilissima nell'Europa, come discendente da' R di Sassonia, di Francia, e da Imperatori, con una lunga serie di Principi assoluti, come furono Ugone Unitechindo, Beral, Aleramo, e altri: onde, mancata la diritta linea de' R di Francia, subentr Ugone Re de' Capeti, da cui sino adesso sene conta una lunga serie di posteri regnanti. Unitechindo fu R di Sassonia. Da Beral ne provennero i Duchi di Orleans, d'Angi, d'Anglen, di Lorena, di Borgogna, di Vandosme, di Savoja, e li R Angioini di Napoli. Da Aleramo, Marchese di Monferrato, derivarono i Principi di Piemonte, i Conti di Genova, i Duchi di Baviera, &c. Lo dice Sansovino fog. 202. ove asserisce, che li Carretti venuti in Sicilia ebbero origine da' Marchesi di Savona, e vennero nel principio del governo di Pietro d'Aragona, R di Sicilia, l'anno 1296. come si legge nel Teatro del Mugnos fog. 237. ove rapporta un Privileggio dell'Imperatore Rodolfo nel 1580. che ci conferma, che incomincia: Rodulphus &c. Fidelis Hieronymi de Carretto, Baronis in Rachalmuto, de Marchionibas Savon. E prima di esso si legge in un'altro Privileggio del Cattolico Filippo II. R delle Spagne, che dice: Philippus &c. Fidelis, nobilis, dilectus Hieronymus Carrettus ex Marchionibus Savon &c. e ci fu nell'anno 1577. Il primo, che venne in Sicilia, fu Antonio, con avere sposata Costanza Chiaramonte, unica figlia di Federico Chiaramonte, Signore di Ragalmuto, e fratello di Manfredi, Conte di Modica, Marchese di Malta, e Duca delli Zerbi, dandogli in dote la Terra di Caltabiano, come per atti di Notar Bonsignore Tomaso di Terrana all'11. settembre 1307. e per prova fatta per detto Antonio del Carretto nel Finale appresso Massimino di Massimino, come per gli atti di Notar Giacomo di Accanto a 1. Gennajo 7. Ind. 1309. Venendo a morte Federico Chiaramonte, lasci la Contea di Ragalmuto alla detta Costanza del Carretto, moglie del detto Antonio, Marchese del Finale, come per testamento fatto in Girgenti per gli atti di Notar Francesco di Patti a 27. Settembre 10. Ind. 1311. aperto a 26. Gennajo 11. Ind. 1313. Ma Costanza nell'anno di nostra salute 1344. fece donazione della Terra di Ragalmuto ad Antonio del Carretto, nato da essa, e da Antonio, Marchese del Finale. Il sudetto Antonio donatario fece due Figli, Gerardo, e Matteo: Gerardo fu Marchese del Finale, e vend a Matteo la Contea di Ragalmuto, come per gli atti di Notar Antonio la Rosa nel 1399. Da questo, che fu Maestro Giustiziere del Regno, ne discesero molti nobili successori: il Mugnos fog. 237. e l'Inveges nella sua Istor. Sicil. fog. 229. Fra questi Baldassare del Carretto, figlio di Federico del Carretto, Barone della Fabbrica, fratello di Girolamo, conte di Ragalmuto, si marit in Sciacca con una figlia di D. Prospero Lucchesi, barone di Martusa, di Bartolilla, e Siragusa, (la di cui moglie, chiamata Maria, era restata vedova di D. Giuseppe Luna, nipote di Giovanni Luna, Conte di Caltabellotta,) con dote di grandissima considerazione, come per contratto matrimoniale celebrato per gli atti di Notar Giacomo Janchino 1583. Baldassare, morto l'anno 1610. lasci molti figli, cio Fabrizio, che si cas con Eufemia Perollo, e Maurici, figlia del Barone della Cudda, che poi fu fatta Marchesa di Lucca, e non fece figli; per onde Prospero Terzogenito eredit la Baronia della Fabbrica, per ritrovarsi Alfonso Secondogenito Cavaliere di Malta. Questo Prospero Terzogenito spos una Signora di Trapani, detta Donna Bianca Rizzo, con cui fece una sola figlia, detta Isabella, sposata a D. Pietro Curti, Barone della Motta, da cui ne nacque una sola femina.
Il sopradetto Baldassare lasci, oltre a' figli maschi, altre figlie femine, cio Isabella, che fu moglie di Francesco Lucchesi, da cui nacque Ignazio Lucchesi, che fu Sargente Maggiore del Terzo del Conte di Ragalmuto, suo parente, ne' rumori di Messina: e da questo nacque Francesco Lucchesi, che, maritato ad Alberta Caro, figlia del Barone d'Arcodaci di Trapani, mor in Palermo nell'anno di nostra salute 1721. lasciando un solo figlio maschio, chiamato D. Giuseppe Maria, Cavaliere di Malta. Di pi il sudetto Baldassare, oltre Isabella, lasci Eufemia del Carretto, che mor nel Monastero Grande di questa Citt di Sciacca: quale Citt fu nobilitata dalla Famiglia Carretto, non solo colla residenza, ma ancora col goderne nelle loro mani il suo governo; poich altri furono Giurati, ed altri Capitani. L'ultimo di questa gran Famiglia, che pure fior pi secoli in Palermo, Capitale del Regno, fu D. Girolamo del Carretto, e Branciforti, Conte di Ragalmuto, stato Pretore di questa Citt, sua Patria, Vicario Generale per le Citt di Girgenti, Noto, Caltagirone, ed Alicata nel tempo della ribellione di Messina, e Maestro di Campo, fece gloriose imprese contra i Francesi, rapportate dall'eruditissimo D. Vincenzo Auria nella Cronologia de' Vicer di Sicilia fog. 153. Con la sua morte accaduta in Palermo li 10. Marzo 1710. si estinse la linea maschile, lasciando una figlia dalla prima moglie, D. Melchiora Lanza, e Lucchesi, e dalla seconda, D. Costanza Amato, ed Agliata, nessuna prole. Per suo Stemma leva un Carro tutto d'oro, in campo rosso, tirato da quattro Leoni, guidato da un Uomo armato, che colla sinistra tiene il freno, e colla destra una spada sfoderata; sopra il Carro vi  un'Aquila nera coronata, nel cui petto vi  uno scudo con sette sbarre d'oro a quartiere.
 Capitolo XVI.
Della Famiglia Cubici.
La Famiglia Cubici, detta da altri Cubrici, fu col Perollo nel Caso di Sciacca.
Fu questa Famiglia nobilissima nella Citt di Sciacca; ma insino adesso non ho potuto ritrovare donde tragga l'origine: si ha bens per antica tradizione, che fu assai prospera nelle facolt, tantoch pot apparentare colla Famiglia Graffeo de' Baroni di Partanna, come dice l'Inveges nella sua Istoria fog. 79. dove si vede, che Onofrio Cubici fabbric in Sciacca una Chiesa della Madonna della Grazia, ed un Palazzo nobilissimo con tre Torri vicino ad una Porta della Citt, chiamata la Porta di Mare, (oggi in possesso del Signor D. Giuseppe Pap, Principe di Valdina e Protonotaro di questo Regno:) quali Torri si dice, che formano l'Arma della sua Casa. Apparent pure questa nobilissima Famiglia con quella di Tagliavia, vedendosi per contratto, che Baldassare Tagliavia nel 1542. spos Diana Cubici, da cui ne nacquero molti figli, e fra gli altri Gian-Calogero Tagliavia, e Cubici, che fu Cavaliere di S. Stefano in Firenze. Questa Famiglia, secondo la comune opinione, per suo Stemma leva tre Torri d'argento in campo azzurro.
 Capitolo XVII.
Della Famiglia Ferraro.
La Famiglia Ferraro nel Caso di Sciacca fu della partita del Perollo.
Fu nobilissima nella Lombardia, e venne in Sicilia sotto il comando di Pietro d'Aragona, suo R, colla carica di Coronello della guardia di Sua Maest l'anno 1282. Il primo, che venne in Sciacca, fu Luigi Ferraro,  Pier-Luigi, colla carica della Castellania,  Guardia del Porto di Sciacca, dignit in quei tempi solita darsi a gran Personaggj, per ritrovarsi in quel tempo tutto il Regno in armi, per timore dell'esercito Angioino, che ne minacciava l'assalto. Si cas con Eleonora, figlia del nobile Luca Garresio della Citt di Girgenti: da questa ebbe Giacomo, dal quale nacque Pier-Luigi, che per le sue rare virt fu fatto Gentiluomo della Camera del R Pietro II. e si cas con Eleonora Inveges de' Baroni di Calamonaci; e per li suoi gran talenti ebbe dal R Martino onze 200. di rendita sopra le Secrezie di Trapani in feudo; ed il figlio Filippo si cas colla figlia del Cavaliere Alberto Cosmerio della Citt di Sciacca colla dote della Baronia di Lazarino, e territorio di Misilabesi. Nacquero da questo molti figli: e nell'anno di nostra salute 1453. Martino Ferraro, discendente da questi, si cas con una Signora della nobilissima Famiglia Ruffo, e Spadafora, nobilissimi Signori del Regno, colla Baronia del Cillro e Mazzacalro, e di altri vastissimi Territorj, come il Ferraro, la Carcuseja, Carbollaci, ed altri; e fu negli anni di nostra salute 1455. Apparent pure colla Casa Graffeo, come per gli atti di Notar Pietro di Falco sotto li 30. Novembre 14. Ind. 1555. ed Olimpia Ferraro spos Francesco Aidone, come pure per li medesimi atti di Falco alli 8. Marzo 1. Ind. 1557. e ancora colla casa Bendelmonte, siccome costa per gli atti di Notar Vincenzo di Palermo a 4. Novembre 1593. Ebbe questa nobilissima Famiglia i primi maneggi della Citt di Sciacca, come di Capitano, Giurato, &c. ove fece la sua residenza per ispazio pi di anni 200. Il suo Stemma  un Ponte d'oro nel Mare, con tre Torri d'oro sopra, in campo azzurro.
 Capitolo XVIII.
Della Famiglia Ferreri.
La Famiglia Ferreri fu della partita del Perollo nel Caso di Sciacca.
Venne in Sicilia da Valenza, dove era nobilissima, ed antichissima, sotto il comando del R Martino. Il primo di questa Famiglia, che venne in Sciacca, fu Ferrerio Ferreri, come si osserva nella Reggia Cancellaria: quale compr l'anno 1399. da Pirrone Giojeni la Baronia, e li Feudi di Callesi, Belici, Foresta e Belriposo: ebbe anche la Baronia di Pettineo, Birribaida, e del Catuso, comprata da Federico Ventimiglia per onze 2000. l'anno 1397. ebbe pure il dominio di Calamonaci, e della Favara: il detto Feudo di Callesi, e Bellici, ed il Castello, e Feudo della Sala, li diede a Marco Plaja, suo nepote, e figlio di Antonio Plaja, suo fratello uterino, venuti in Sciacca da Pisa, come per testamento appresso Notar Albo Triolo 10. Luglio 11. Ind. 1403. con condizione, che, lasciato il cognome di Plaja, si dovesse chiamare di Ferreri: di pi lasci sotto l'istessa condizione il feudo del Catuso, al presente Bertolino, a Pietro, e Giacomo Pellizzario, suoi nepoti: (li successori di questi Plaja, e Pellizzario, chiamati dopoi Ferreri, si ritrovarono al tempo di questo Caso:) tutto il restante lo lasci a Serena sua unica figlia, colla condizione, che dovesse fondare fuori le mura della Citt di Sciacca un Ospedale degl'Incurabili, dedicato a S. Maria della Misericordia, che dot col Territorio della Favara, al presente di S. Maria della Neve. Da Serena ne nacque Margarita, moglie di D. Giovanni Marino, e Francesca, moglie di D. Giovanni d'Amato, che per essere l'ultima degli eredi, s'invest delli Feudi l'anno 1450. lo dice il Mugnos fog. 346. Il suo Stemma leva tre Stelle d'oro sopra una fascia, con le sbarre d'oro sotto a quartiere in campo azzurro.
 Capitolo XIX.
Della Famiglia Graffeo.
La Famiglia Graffeo, o Grifeo, fu aderente al Perollo nel Caso di Sciacca, per i legami della parentela, con che veniva con esso congiunta pi volte.
Fu, ed  nobilissima; poich  diramata dal sangue imperiale della Grecia. Il primo, che venne in Sicilia, fu Auripione Graffeo, con Leone, fratello di Niceforo, e Generalissimo dell'armi di Alessandro, Imperatore de' Greci, contra i Saraceni nell'anno del Signore 970. prima della venuta delli Normandi, che fu l'anno di nostra salute 1060. Quale Leone ucciso da quei Barbari in mezzo di Lentini, e Siragusa nell'anno 979. successe al suo Generalato, per il suo gran valore, Auripione Graffeo. Questi contra la volont di sua madre Costantina, figlia del sopradetto Imperatore Alessandro, si un con Giorgio Maniace, Console de' Romani; ed avendo discacciato quei Barbari dal Val di Noto, sene pass in Italia contra i medesimi: lo dice Gaspare Sardo, e Mugnos nel Vespro Sicil. fog. 58. e 228. Ma desiderando di militare con li Normandi, torn altra volta in Sicilia; e si cas con Agnese Ardoino, figlia del Capitan Longobardo Ardoino, e di Geltruda, figlia di Dragone Normando, fratello del Conte Rogiero; da cui ebbe due figli, Gian-Leone Graffeo, e Guglielmo Graffeo. Ma Auripione chiamato dalla madre Costantina in Candia, lasci i due figli col Conte Rogiero in Sicilia; quali si maritarono, il primo con Eutalia, figlia di Metrodoro, Esarco di Sicilia, e di Elopera Trani: il secondo con Valdella, figlia d'Unfrido Normando, fratello di Guglielmo Fortebraccio: ed ebbero dal medesimo Conte Rogiero molte Terre famose, e fra l'altre la Baronia di Partanna, col Privileggio d'assistere alla Coronazione de' R di Sicilia. Si diram poscia in Sciacca; ove apparent con le prime Famiglie di essa, e fra l'altre pi volte colla Casa Perollo, come pure colla Casa Tagliavia, e Montaliana, e vi fecero la sua residenza continua con grandissimo fasto; e vi eressero nobilissimi Palazzi, e fondarono ricchissime Cappelle, come quella del Santissimo. Crocifisso nella Madrice Chiesa. Ebbero oltre il Principato di Partanna, concessogli dal Conte Rogiero, il Ducato di Ciminna, la Baronia di Tripi, Gualteri, e Protonotaro, ed altri beni temporali, pervenutigli per matrimonj; ed oltre di questi beni temporali vantarono pi Vescovadi nel Regno, come Giovanni Graffeo, Vescovo di Lipari, ed altro di Patti, ed a mei giorni un Francesco Maria Graffeo, Vescovo di Mazzara. Hanno governato non solo la Citt di Sciacca con primarj ufficj, ma ancora la Citt di Palermo con la carica di Pretori pi volte, di Capitani di Giustizia, e di Vicario Generale di questo Regno di Sicilia. Un Andrea Graffeo fu nel primo Caso di Sciacca aderente a Pietro Perollo, suo Cuggino, e fu quello, che ebbe in consegna la moglie, e i figli del Perollo, per trasportarli in Partanna, dopo le vendette fatte contro alla persona di Antonio Luna, Conte di Caltabellotta. Un Geronimo Graffeo, ed Onofrio Graffeo, fratelli, furono aderenti a Giacomo Perollo nel secondo Caso di Sciacca. Il suo Stemma  un campo d'oro, nel mezzo di sopra un Grifo nero, e nel mezo di sotto tre sbarre di colore azzurro a quartiere.
 Capitolo XX.
Della Famiglia Imbeagna
La Famiglia Imbeagna fu aderente al Conte Luna nel Caso di Sciacca.
Fu nobilissima, e ricca nella Citt di Napoli; e mediante il suo gran valore la sudetta Citt di Napoli fece gloriosa resistenza alla potenza dell'armi dell'Imperatore Corrado negli anni di nostra salute 1253. e la mantenne illesa insino a tanto, che la fame, quale spietatamente l'affligea, lo costrinse alla consegna di essa con patti assai vantaggiosi. Ed allora Onofrio Imbeagna, con altri Nobili, cedendo alla perversit della sorte, ed alla fortuna del nemico, si ritirarono in questo Regno della Sicilia, passando direttamente nella Citt di Sciacca: ove apparentandosi la Famiglia sudetta con le prime nobili di essa, la governarono con le cariche di Capitani, Giurati &c. Il suo Stemma  composto da tre Rose vermiglie sopra una fascia dd'Argento posta a quartiere in campo d'oro.
 Capitolo XXI.
Della Famiglia Incardona.
La Famiglia Incardona fu nemica della Casa Luna, e aderente al Perollo: e si legge in alcuni Manuscritti, che Francesco Incardona mand molti armati in soccorso di Giacomo Perollo.
Questa Famiglia fu nobilissima nella Francia, mentre fu un ramo di quella regia stirpe, e possedeva il Contado di Cardone, e Piacenza: lo dice Scipione Mazzella nell'Istoria di Napoli fog. 749. Uno di questi nobili, inchinatissimo alla milizia, non comportando, che i suoi spiriti generosi marcissero nell'ozio della pace, in cui allora si trovava la Francia, pass nella Spagna, ove gi infierivano le armi contro de' Goti; e colla chiarezza del suo valore si apr la strada al grado di Generalissimo, esercitando questo ufficio con tanta gloriosa esperienza, che ridusse la quiete bramata in tutto il Regno di Catalogna, e la stabil maggiormente colla sua dimora della sua presenza; tantoch per s rilevanti servigj a quella Corona merit Raimondo Incardona avere per sua sposa Beatrice, figlia di Pietro III. R di Aragona, e Zia del R Alfonso. Spedito dalla Spagna, pass all'acquisto della Corona del Regno di Napoli, posseduta da Giovanna, come Regina; ed alcanzando quel Regno, n'ebbe dalla regia beneficenza la Contea d'Alessano, e quella di Reggio, con altre moltissime preminenze, laureate da reggj encomj, ed eccellentissimi onori. Quietato il Regno di Napoli, pass in Sicilia colla carica di Vice-R: lo dice Fazello nell'Istoria del R Alfonso: governando felicemente questo Regno, finch lo restitu fedelissimo nelle mani del proprio R, che era venuto nel Regno: e ne fu riguardato con amorevolezza, impiegandolo nelle cariche di Console di Guerra, di Presidente, e di Comandante del Regno, arricchendolo colle copiosissime entrate dell'Erario del Regno, e colla Signoria del Carricatore di Caronia, del Contado di Chiusa, di Caltavuturo, del Burgio, di Giebellaro, di Golisano, dell'una, e dell'altra Petralia, e Baronia di Bellici; e cos carico di grandezze cas Antonio Incardona, suo figlio, con Costanza Peralta, Terzagenita del Conte Nicol Peralta di Sciacca, Conte di Caltabellotta, e di Elisabetta Chiaramonte, figlia di Manfredo Chiaramonte ancora di Sciacca, Conte di Modica, colla dote della Terra di Bivona, con molti altri Feudi, e Territorj, con il dominio, e governo della Fortezza nuova di detta Citt di Sciacca, quale dominio di gi lo godeva la Casa Peralta, come dice Mugnos nel Teatro Gen. fog. 230. E bench questa Famiglia Incardona fosse dopo lungo tempo cessata in Sciacca per difetto di figli maschj, avendo solamente lasciato Diana, ed Antonia, l'una poi Duchessa di Montelione, e l'altra Duchessa di Montalto; nulladimeno non cess di risplendere in altre parti del Regno di Sicilia, e specialmente in Palermo, Citt Metropoli, con ufficj degnissimi di pi volte Pretore, di Arcivescovo di Monreale in persona di D. Enrico Incardona, che nell'anno 1526. in vacanza di Vice-R ebbe a sostenere la Presidenza del Regno. Per suo Stemma leva tre Cardoni d'oro in campo celeste.
 Capitolo XXII.
Della Famiglia Incisa
La Famiglia Incisa a niuna delle partite fu aderente, ma intervenne indifferente nel Consiglio della Citt.
Fu nobilissima, e proveniente dalla nobilissima Stirpe de' R di Sassonia, discendente da Valeramo, uno de' sette Marchesi d'Italia, il sesto de' quali fu Valeramo Incisa: Sextus Valeramus Incisa: cos lo attesta il Sansovino di sopracitato nella famiglia Carretti: dalla quale Provincia Incisa prese il cognome del suo Casato. Gli Eroi di questa Imperiale Prosapia Incisa, avidi di gloria, e considerando quanto si faticava in Sicilia, per estirpare i Saraceni, adunato il forzo maggiore, che poterono, vennero in questo Regno; e dop molti dibbattimenti avvuti con Barbari, conoscendo non essere le loro forze bastanti ad atterrare quelle de' Saraceni, risolsero ritornarsene alla Patria, ed ivi guerniti di forze maggiori, venirsene poscia a debellare quella barbara Gente. Come infatti dop alcuni anni ritorn il gran Cavaliere Isidoro Incisa, che collegatosi col Conte Rogiero, fu cos vicendevole il rinforzo di quella lega, che diede la totale sconfitta a quei Barbari infedeli. Restatosi dunque il Regno in una prosperosa felicit, fu dal Conte Rogiero il gran valore d'Isidoro Incisa riconosciuto col dominio di moltissime Terre, Feudi Baronali, ed amplissimi Territorj, con dargli pure una sua nobilissima nipote in Isposa, dichiarando essere suo singolare onore divenire Zio di Personaggio s valoroso. E perch Giulietta, figlia del Conte Rogiero, si era ultimamente sposata in Sciacca con Giliberto Perollo, coll'assoluto dominio di detta Citt; ella, che sommamente godeva della compagnia di s bella nipote, e di Cavaliere di tanta grandezza, volle, che fermassero con essa la sua residenza in Sciacca: e ne contrassero una tale schiambievolezza di affetto, che sempre vissero con una medesima autorit, e splendidezza. Onde nel Cappellone della Madre Chiesa vecchia, da lei eretto, come a suo luogo si disse, volle, che colle sue Insegne pure vi si ponesse quella della Famiglia Incisa: conforme si vidde a' tempi del Rev. Arciprete D. Giuseppe Balletti, che, volendo far pi grande la finestra maggiore di essa Chiesa Madre, lev dalla detta finestra una certa piastra di piombo, che serviva, come d'invetriata, ricevendo, e mandando il lume per li suoi forami, nella quale vi era uno scudo, diviso in quattro parti: nella parte di sopra vi erano l'armi in un quarto della Famiglia Perollo, e nell'altro quarto l'armi della Famiglia Aragona, e nelli due quarti di sotto vi erano, cio in un quarto l'armi della Famiglia Incisa, e nell'altro l'armi della Famiglia Perollo; ed era designata detta piastra di piombo nella forma che si vede nella seguente forma.
E perch detta Insegna era pure posta nel Campanile della Chiesa vecchia, il detto Arciprete facendo colla Chiesa nuova il detto Campanile nuovo, vi fece porre l'Insegna Incisa; e ci fu negli anni del Signore 1666. Anche la medesima Giulietta lo fece reggente della sua Citt, come appare per un Privileggio della medesima, dato in Sciacca a 12. Agosto 1106. e confermato dalla Maest di Rogiero l'istesso anno: ed in detto Privileggio segli confessa talmente obbligata, che con una lunga diceria si scusa di non poter pi dare al merito d'un Personaggio s grande. Quale Reggenza perdurava ancora ne' tempi di Federico R di Sicilia, quando negli anni del Signore 1311. Federico Incisa, che presedeva al governo di Sciacca, sua Patria, la difese col senno, e col valore dalla potenza dell'armata Francese, che per mare, e per terra, sotto la direzione di Carlo, l'aveva assaltata, costringendolo a togliersi dall'assedio, e a conchiudere una Pace, desiderata fra il R Federico di Sicilia, il R Carlo di Napoli, e Roberto Duca di Calabria: quale Pace fu stabilita in uno dei suoi Poderi, posto tra Sciacca, e Caltabellotta, come sopra si disse.
Conchiusa questa Pace, dal luogo istesso, ove fu stabilita, si part Federico Incisa col carattere d'Ambasciatere di tutte le tre Potenze, ed and in Roma da Bonifacio Sommo Pontefice, per ottenere della detta Pace la conferma. Onde per merito s illustre, portenti di autorit, e prodigj di valore, ottenne dal medesimo R Federico la dignit di gran Cancelliere perpetuo del Regno, di Maestro Giustiziere, e di Generale perpetuo dell'Armi: come appare per Privileggj Reali, uno negli anni del Signore 1311. e l'altro a 14. Decembre 4. Ind. 1317. Il tutto sta registrato nel Libro rosso della Citt di Sciacca.
Avanzato nell'et, n potendo pi soffrire le fatighe dell'Armi, deliber di vivere in riposo col solo titolo di Governatore del Castello di Sciacca, sua Patria, onore per pi di 200. anni goduto dalla sua Casa.
E bench molti Autori dicano, che gli Angioini l'abbiano tolti tutti quanti gli stati; nulladimeno ebbe ultimamente a godere la Baronia di S. Bartolomeo, come si vede, che negli anni di nostra salute 1400. Guerrao Incisa diede la sudetta Baronia in dote ad Isabella, sua figlia Primogenita, sposata col Conte di Caltabellotta, allora di Casa Peralta; ed un'altra sua figlia, chiamata Boemonda, la diede in isposa a Roberto Ventimiglia colla dote d'altri Feudi, e Territorj, e specialmente del Carabo, Catuso, Lazarino, e la Baronia di Scunda, chiamata allora Vangamaimuni. Apparent pure con molte altre Famiglie nobili, come furono la Chiaramonte de' Conti di Modica, la Palicia, Peralta, Perollo, ed altre. Leva per Arma quattro sbarre d'oro, rette da s in gi, sopra una targa, ed una fascia d'argento a quartiere, che le divide per mezzo, in campo azzurro.
 Capitolo XXIII.
Della Famiglia Infontanetta
La Famiglia Infontanetta prese le armi contro il Perollo, ed a favore del Conte Sigismondo Luna.
Fu nobilissima in Barcellona, da dove il primo, che venne in Sicilia nel tempo di Pietro II. R di Sicilia, fu Francesco Infontanetta, figlio di Doricello Raimondo Infontanetta, Castellano del Castello di Colonia, e fratello di Doricello Raimondo Berengario Infontanetta: dalli quali ricev undici mila soldi di Barcellona per sua porzione, ad effetto di casarsi in Sicilia: come il tutto appare per gli atti di Notar Bernardo Martines l'anno del Signore 1415. 21. Novembre, e comprando il Feudo della Cava, e'l territorio di Santa Venera, venne ad abitare in Sciacca; dove apparent con molte nobili Famiglie, come Perollo, Montaliana, Bicchetti, Leofante, Tagliavia, Calandrini, Aidone, Ferreri, ed altre.
Molti dicono, che questa Famiglia pass in Sicilia nel tempo di Pietro II. R di Sicilia; e ci si osserva nella Reggia Cancellaria all'anno 1292. e per li suoi molti servigj fu premiata dal R Martino, e da Maria Regina col nobile Feudo di Reiltigri, e co' Territorj di Santa Venera, e col Feudo della Cava. Giovanni Infontanetta sotto l'armi del R Federico III. mostr tanta eroica virt, che merit annue rendite sopra le Dogane di Palermo, e fu annoverato fra' Baroni della Citt di Sciacca; dove esercitarono questi Signori le prime cariche di essa, come di Giurati, di Capitani di Giustizia, ed altre. Per suo Stemma leva nove Picchette d'oro, a tre per ordine, in campo d'argento.
 Capitolo XXIV.
Della Famiglia Leofante.
La Famiglia Leofante non ebbe aderenza alli due nemici Luna e Perollo, ma fu neutrale, ed intervenne nel Consiglio della Citt.
Fu nobilissima nella Francia, e pass in Sicilia nel tempo del Conte Rogiero, segnalandosi con gloriose imprese contro de' Saraceni; onde fu molto cara al R Alfonso d'Aragona. Alfonso Leofante fu fatto Maestro Razionale; Nicol Leofante ebbe la dignit di Luogotenente di sua Maest, e Tesoriero del Regno; e Giacomo Leofante fu degnissimo Vescovo di Patti, coll'abbazia del Parco in feudum. Molto pure assai fu cara questa Famiglia al R Giovanni di Sicilia, e di Aragona, dal quale Arcimbao Leofante fu fatto Maestro Razionale della Reggia Gran Corte, e Maestro Giustiziero del Regno; Nicol Leofante fu Siniscalco di tutto il Vallo di Mazzara; ed un altro Nicol Leofante fu Canonico mitrato della Metropolitana Chiesa di Palermo, e fu Abbate di San Giovanni di Baida, e della Grazia; D. Ugo Moncada Vice-R di Sicilia appoggi per ordine di sua Maest la spedizione di alcune truppe al valore d'un Eroe di questa Famiglia Leofante a difesa di Tripoli di Barbaria, con titolo di Capitan Generale; un altro Alferio Leofante fu fatto Capitano d'armi di Cefal, confidandoli la difesa di quella Piazza contra l'armata Turchesca, che insidiava quelle rivere. Fece dunque questa nobile Famiglia la sua residenza per lungo tempo in Sciacca, per avere ivi apparentato colla nobile Famiglia Bendelmonte; e da questa ricev il Feudo della Baronia della Verdura, che poi D. Giovanni Leofante ridusse a Ducato; ed oggi questo Ducato della Verdura, insieme col detto Feudo,  passato per matrimonio nella nobilissima Casa Landolina di Siragusa; ed il suo inclito Duca, che al presente vive,  D. Michele Landolina, e Leofante, giovane ornato di molta prudenza, e d'ogni altra virt, il quale risiede in questa Citt di Sciacca. Questa nobile Famiglia ebbe le prime cariche di Capitani di Giustizia, e Giurati; god pure in Palermo la dignit di Pretore, Senatore, e Capitano. Per suo Stemma leva un Leofante nero, passante in campo d'oro.
 Capitolo XXV.
Della Famiglia Lora.
La Famiglia Lora, o Laura, combatt nel Caso di Sciacca a favore del Conte Luna, e contro del Perollo.
Fu nobile nella Basilicata, ove possedeva la Terra di Laura, da cui prese il suo Cognome. Venne in Sicilia con Giacomo I. R d'Aragona l'anno di nostra salute 1292. colla dignit di Grande Almirante contra il Francese: ma succedendo alla Corona della Sicilia Federico III. cad dalla sua grazia, e pass al servigio di Carlo, R di Napoli, suo nemico, con la medesima carica di Grande Almirante: ed allora fece conoscere all'Aragonese di che tempra fosse il suo sprezzato valore, mentre in una battaglia navale non solo il R Federico perd il reggio Stendardo con diciotto Galee, ma ancora ebbe a stentare a non restar prigione. Succedendo ultimamente alla Corona di Sicilia il R Ludovico, vi venne anche Antonio Lora a servirlo nell'impiego militare, e fu dal detto Regnante aggraziato, coll'essere rintegrato al possesso de' suoi beni confiscati; e fece la sua nobile residenza esso, e suoi posteri nella Citt di Sciacca insino agli anni di nostra salute 1529. nel quale tempo ritrovandosi Erasmo Lora intruso nel Caso di Sciacca, e complice nella vendetta del Conte D. Sigismondo Luna, fu dichiarato Ribelle, e per isfuggire l'ira di Carlo V. Imperatore, fugg fuori del Regno della Sicilia. Ne parla il Mugnos fog. 223. Per suo Stemma leva quattro Fasce verdi in campo d'oro.
 Capitolo XXVI.
Della Famiglia Lorefice.
La Famiglia Lorefice fu nel Caso di Sciacca aderente al Luna; poich ritrovandosi uno di questa Famiglia, quando successe il Caso sudetto, con la carica di Giurato, si dichiar a favore del Conte.
Questa nobilissima Famiglia Lorefice, che per imperizia de' Notari (come scrive il Mugnos nel 2. vol. del suo Teatro fog. 75.) si ritrova scritta Laurifice, e Lorifice, come ancora Aurifice, ed Orefice, ebbe il suo primo natale nel Cielo della Nobilt Napolitana, e da Napoli si diram ne' paesi lontani. Gualterio Lorefice fa il suo capo, per quanto sinora ho potuto ricavare dalle Scritture pi antiche. Questo magnanimo Eroe nel 1070. fu Generale di Gente d'armi, che avea assoldata a sue spese, ed usc in campo per difesa del Sommo Pontefice Gregorio VII. contrastato in quei tempi dall'Imperatore Errico: diede allora prove tali del suo coraggio, che dal Vicario di Cristo fu rimunerato con la donazione di molte Terre, e Castelli. Gualterio ebbe due figli, Lubello, e Giovanni Lorefice: questi pass in soccorso della Terra Santa in tempo di Goffredo Buglione l'anno 1094. e da Papa Urbano II. fu segnato Cavaliere di Cristo: come appare per Bolla, che si conserva nel Monastero di S. Maria d'Albina nella Citt di Napoli. Lubello poi nell'istesso anno 1094. fu dal medesimo Pontefice onorato con la carica di Vicario Generale dalla Citt di Napoli; e passando con Roberto Guiscardo, Gonfaloniere di Santa Chiesa, contra l'Imperatore Errico, e poi contra i Saraceni in Sicilia, ottenne in rimunerazione delle sue eroiche imprese da Urbano III. Sommo Pontefice l'investitura di Limatula; Capriata, ed Itri. Da Lubello nacquero Marinello, e Bartolomeo. Marinello fu Contestabile di detta Citt di Napoli, e nel 1117. dal Pontefice Pasquale II. fu fatto Ostiario, e Governatore della medesima Citt in tempo, che si ritrovava Republica, come lo mostra una Bolla cavata dal Monastero di Monte-Vergine in Napoli. Bartolomeo nel 1123. fu creato Patriarca d'Antiochia dal Pontefice Innocenzo II. Da Marinello nacque Guglielmo Lorefice, quale, per servigj fatti alla Real Corona, ottenne dal Re Rogiero Normanno la carica di Governatore della Provincia dell'Abruzzo, col titolo di Magno Ostiario: dall'istesso Marinello nacquero Jannello, ed Ottone. Da Jannello ebbe origine Nicol Lorefice, che nell'anno 1201. in tempo dell'Imperatore Federico fu Padrone delle Terre di Castelfranco, Accadia, Guardia, e Lombarda: fu del Consiglio di detto Imperatore, e suo intimo Cameriere: e per fine nel 1218. fu Contestabile di Napoli: ufficj in quei tempi soliti di conferirsi a persone delle Famiglie di primo rango: cos per iscrittura, che si conserva nel Monastero de' PP. Benedettini di Napoli, scritta in lingua Lombarda, e tradotta in Latina per Bartolomeo Ciccarello a 16. Gennajo 1611. Da Nicol nacque Giovanni Lorefice, onorato da Manfredo, R dell'una, e dell'altra Sicilia, co' titoli di Gran Razionale della sua Corte, e del Regno, e di suo Procuratore, e Consigliere, come si legge in un Diploma Reale del 1259. Da Giovanni nacque Angelo Lorefice, che dal R Carlo I. nel 1298. fu onorato con l'ufficio di suo Camerlengo, e per l'alta prudenza, e fedelt alla Corona, visse molto familiare al detto R, come per iscrittura originale, che pure si conserva nel sudetto Monastero, l'anno 1299, e god il dominio, e la Signoria delle terre di Montemalo, Molinara, e Fogliannese. Questi ebbe cinque figli, Berardo, Marco, Giovanni, Nicol, ed Antonio. Berardo nel 1307. si ritrova scrittura nel reggio Archivio della Zecca di Napoli esssere stato annoverato tra' Consiglieri intimi di Stato di Carlo II. R di Napoli: e sposata Zenobia di Manzioria, gli nacquero cinque figli, Riccardo, Sigismondo, Berengario, (Cavaliere Gerosolimitano, e Priore di Barletta, che si trov nell'assedio di Rodi,) Pietro, e Luigi. Di questi cinque Eroi solo Riccardo ebbe figli in Napoli, e furono Gian-Francesco, e Collangelo. Da Gian-Francesco ebbe origine Antonio Lorefice; il quale da Ladislao fu fatto Maestro Portolano di Trani, Doganiere della Dogana di Puglia, e Tesoriere di quella nobile Provincia: fu pure per il suo merito inalzato alla carica di Consigliere di Stato da Ferdinando R, figlio d'Alfonso, ed ebbe per concessione reale la Bagla di S. Severo in Napoli. Ad Antonio successero Riccardo, ed Andrea. Da Riccardo successe Antonio Lorefice, che nel 1577. fu Avvocato Fiscale della Reggia Camera, e poi anche Presidente del Sacro Consiglio. Da Antonio sudetto, Signore della Terra di Sanza, nacquero Antonino, e Gian-Francesco, che fu Vescovo di Acerno: e da Antonio nacque un'altro Antonio, che fu Marchese di Sanza, ed ebbe per moglie Donna Jumara de Mendoza della Casa de' Duchi dell'Infantado. Da questi nacquero Giuseppe Lorefice, Principe di Sanza, che fu Stratic di Messina, Luigi, e Cecilia. Giuseppe prese per moglie Isabella Sanseverino, figlia di Carlo Sanseverino, Principe di Bisignano; e da costoro vennero Antonio, e Jumara Lorefice. Per la morte d'Antonio nell'infantile et di anni tre successe al Principato di Sanza Luigi Lorefice, zio del detto Antonio; il quale sposata donna Giuseppa Bazn de Castro, figlia del Marchese di Santa Croce, non ebbe figli; e perci eredit Donna Jumara Lorefice, e Sanseverino, figlia del Principe Giuseppe, la quale fu moglie di Giam-Battista Monteforte, Duca di Laurito, e con essa si estinse in Napoli quest'antichissima famiglia, che tra gli altri preggi vanta l'essere stata aggregata in quella Citt alla Nobilt di seggio pi riguardevole: tanto ho cavato da Scritture autentiche, Libri, e Privileggj della descritta famiglia. Fiorisce oggi in Modica (giacch si trova gi estinta in Palermo, Siragusa, Trapani, Sciacca, e nel Monte Erice, ove ancora si vidde risplendere con Privileggi reali, e cariche decorose,) e vi fu portata da Sigismondo, e fr D. Berengario, Cavaliere Gerosolimitano, e Priore di Barletta, valorosi nell'armi, e figli di Berardo di sopra nominato. Sigismondo ebbe per figlio Geronimo, a cui fu concesso dal R Alfonso Privileggio per la meliorazione dell'Armi Gentilizie nel 1418. nel quale Privileggio si parla pure dalla connessione di questi Lorefici con quelli di Napoli in queste precise parole: "Non immemores tuorum progressuum, qum etiam Patris tui Sigismundi, et Patrui tui Beringarii Aurifice, Militis Hierosolymitani, Prioris Sancti Joannis in Barullo &c." La famiglia Lorefice in Napoli intargava per suo Gentilizio Stemma due Uccelli, nel dorso tra se opposti, e che si toccavano nella coda, una barra d'oro, con sopra tre Rose d'oro: ma dal detto R Alfonso l'ebbe migliorato, ed in luogo de' due Uccelli, situati nel modo sopradetto, vi fu posto un Leone d'oro, che impugna un ramo di verde alloro, con una barra parimente d'oro, che traversa dalla parte sinistra alla destra di detto scudo, come si potr vedere qu designato.
Quale Stemma sino ad oggi leva questa nobile Famiglia in Modica: si legga il Mugnos nel 2. vol. fog. 75. il P. Paulo dell'Epifania nell'idea del Caval. fog. 13. il Minutoli nel lib. del Prior. di Messina, nelle prove di Fr Agostino Grimaldi, Landolina, Lorefice, e Russo; lo che ancora pu osservarsi nella Reggia Cancellaria di Palermo, ove  il Privileggio originale. Ha posseduto questa Famiglia in Modica molte Baronie, e cariche decorose: il di lei capo in detta Citt  il Barone di Poggio-Diamante, oggi D. Francesco di Paola Lorefice, congiunto in matrimonio con D. Geronima Grimaldi, ed Arezzo. Questa nostra Citt di Sciacca vant questa Famiglia originata da Giulio Lorefice. Fu questi sotto il R Federico II. assai ricco: ebbe per figlio Giovanni, che sotto il R Lodovico resse la Terra di Melilli. Francesco, fratello di Giulio, fu Protonotaro del Regno; e si cas in Palermo, dove nel 1337. fu Senatore: come dice Mugnos nel Vespr. Sic. fog. 288. Quando da Giulio pervenne in Sciacca la sudetta Famiglia Lorefice, allora pure si port in Trapani, e nel Monte Erice. Fermatasi dunque in Sciacca questa nobile Prosapia, diramarono pure in essa Giulio, ed Antonio Lorefice, figli del sopracennato Giovanni: ove propagandosi, colmi di ogni onore, e di ricchezze, ed avendo poi li posteri di questi gloriosi Eroi prestato rilevanti servigj nelle cariche militari alla Corona del R Ferdinando il Cattolico, ne furono ricompensati in questo Regno con molti reggj donativi, e fra gli altri con onze 200. d'annua rendita sopra il Carricatore di Sciacca. Non lasciarono questi nobili Lorefici di palesare la generosit del loro cuore con molte opere temporali, e spirituali, e fra le altre segnalata si fu quella d'Antonio Lorefice nel 1503. che a sue spese, e del nobile Gaspare Gisulfo, e di Giovanni Maurigi, fece scolpire in Palermo il miracoloso simulacro della Vergine Maria del Soccorso, che oggi con tanta divozione si venera nella Chiesa de' RR. PP. di S. Agostino: come appare per istrumento pubblico, celebrato in Sciacca per gli atti di Notar Vicenzo Perniciaro a 9. Giugno 7. Ind. 1503. e registrato nel lib. rosso della sudetta Citt a fog. 235. Pietro Lorefice apparent colla Famiglia Violetta, ricevendo in dote il Feudo delle Donzelle, e doppo compr il Feudo della Foreggia. Apparent pure questa nobile Stirpe con altre nobili Famiglie della Citt di Sciacca, restandone onorata con gli ufficj pi riguardevoli di essa, come di Giurato, e Capitano. E nel tempo, che avvenne il Caso di Sciacca, il sudetto Pietro Lorefice si ritrov Giurato di detta Citt; e convinto complice col Luna, non solo contro il Perollo, ma ancora nell'uccisione del Statella, rest preda dello sdegno vendicatore della Giustizia con la perdita della vita, e della robba, e rest allora estinta in esso la linea mascolina di questa Prosapia Lorefice: come sta registrato nella Reggia Cancellaria all'anno 1529. Lo Stemma di questa Famiglia di Sciacca  una Torre d'argento con un Giglio sopra in campo d'oro. Non ho potuto per sapere, perch porti questo Stemma la Famiglia Lorefice di Sciacca, diverso dal suo ceppo in Napoli, e dal ramo in Modica. Per fine l'Arma di questa Famiglia posa in petto ad un'Aquila Imperiale, colle due teste coronate, come si trova in Napoli.
 Capitolo XXVII.
Della Famiglia Lucchesi.
La Famiglia Lucchesi fu tutta aderente al Conte Luna.
Ella  nobilissima, ed antichissima, traendo la sua origine da Adinolfo, figlio d'una sorella di Desiderio, R de' Longobardi. Questo Adinolfo fu Principe del Castello detto Tre-Palli, donde detta Famiglia prese il cognome di Palli, o Tre-Palli, e l'Arme: ed  l'istessa famiglia Palli, che nella Citt di Lucca govern quella famosa Republica col supremo titolo di Gran Duca: e d'indi detta Lucchesi: come tutto costa per un Privileggio del Re Carlo d'Angi l'anno 1269. a 26. Aprile, registrato nella Regia Cancellaria del Regno di Sicilia l'anno 1474. a 23. Settembre, ch' del tenore seguente: "Nobili, Egregio Militi Joanni Guillelmo Palli de Lucchesio nostr terr Sacc Sicili ultra Pharum, nostr Regi Domus Prfecto, et fidelissimo Consiliario, dilecto, salutem. Attendentes nos multis militaribus servitiis in rebus gestis cum sanguinis effusione, per te, & prdecessores tuos in servitio nostro, nostr Regi Coron, aliisq; urgentissimis necessitatibus continu prstitis; ac enim tu antiquissim Nobilitati, qu  Longobardorum Regibus originem traxit, & ab Adinolpho Castri-Pallorum Principe, & Regis Desiderii pro sorore nepoti,  quo Recherius Palli, Dominus Lucc, cujus quidem dominii caus posteritas illius de Lucchesio fuit vocitata; ac tamen Julius, et Andreas Palli de Lucchesio sub militari servitio Nortmannorum Ducum contra Mauros, aliosque barbaros, in Siciliam trajecerunt; ex quibus gubernium Saccensium Thermarum obtinuerunt; & prdictus Andreas extrenuus Miles, progenitor tuus, bella gerens, ejus filii, et successores ipsamet vestigia prosequentes, nonnulla Feuda nobilia acquisiverunt, pro quibus quidem Celsitudini nostr visum est, ut omnin tua servitia remunerentur: Idcirco &c." Andrea Palli di Lucca, per discordia avuta colla Famiglia Ubaldi, allora molto potente in quella medesima Citt, fu il primo, che pervenne in Sicilia a tempo del Conte Rogiero; a cui fu assai caro: ed essendo stato attenzionato nel servigio dell'armi reali, in ricompensa ne ottenne, oltre a molti Feudi, e Territorj, la Cappella del Salvatore in Sciacca, fondata dall'istesso Conte Rogiero; e perci sene venne a dimorare in Sciacca: come costa per Privileggio dato in Mazzara a 4. Novembre 1067. riferito dall'Inveges nel Libro della Nobilt di Palermo a fog. 91. ed inserto negli atti di Notar Gerardo Calandrino l'anno 1345, e transuntato per gli atti di Notar Pietro di Falco a 7. Agosto 1549. Questi dunque risedendo in Sciacca, lasci il cognome di Palli, e prese quello di Lucchesi, per memoria di quel dominio. Nulladimeno Modesto Lucchesi, pronipote del sudetto Andrea, per aversi casato con Pina Zaffuti, successe in molti grandi effetti d'Antonio Zaffuti, uno de' principali Baroni di Sciacca. La forma del Privileggio sudetto concesso dal Conte Rogiero ad Andrea Lucchesi,  questa: "Nos Rugerius Miles, Dei grati Comes Sicili, etc. Attendentes ad grata, & accepta servitia, nobis cum multiplicibus laboribus, diffuso sanguine, per nobilem Andream Palli, Lucchesium pro Patria nuncupatum, prstita, ac ejus, suorumque nobilitatis merita, concedimus &c. Datum Mazari 4. Novembris anno 1067." Lo rapporta il Mugnos nel luogo cit. Questo Andrea Lucchesi s'interpose in far pacificare il sudetto Conte Rogiero con il Conte Roberto Zamparrone, e Giulietta sua figlia: lo dice il P. Candela nelle Istorie di Sicilia. Nacquero poi da questa nobilissima Prosapia soggetti famosissimi, e per le dignit, che ottennero, e per le ricchezze, che possederono: come un Luigi-Antonio Lucchesi, fatto dalla Regina Margarita, moglie del R Guglielmo il Malo, Rettore di Sciacca: e doppo da Federico II. Imperatore creato Gran Prefetto del Regno, che secondo il parere de' savj corrisponde al grado di Vice-R, rimovendolo dal governo di Sciacca: ed appare per un Diploma del detto Federico l'anno 1239. a 21. Decembre nella forma, che siegue: "Cm in nostro ulteriore Regno Sicili, ob mortem nostri Imperialis militis Gerardi de Passaneto, vacet officium Regni Magni Prfecti, & deberet omnin de sufficienti, fideli, nobili, & circumspecta persona per Majestatem nostram provideri, & cognoverimus nos magnoper virtutem, integritatem, prudentiam, & antiquam nobilitatem nostri Imperialis Militis Aloysii-Antonii Palli, de Lucchesio cognominati, nostr ulterioris Sicili, & nostr Terr Sacc Rectoris, &c." Il riferito Diploma  stato ricavato dal Registro nell'Archivio del Regno di Napoli lett. B. a fog. 129. e transuntato giuridicamente l'anno 1662. a 15. Giugno per gli atti di Notar Cosimo Stella Palermitano. Nicol, figlio del sudetto Luigi-Antonio Lucchesi, fu Giustiziere del Val di Mazzara sotto l'istesso R Federico II. Antonio suo figlio ebbe in feudo grana due sopra l'estrazione de' frumenti, e vettovaglie dal Carricatore di Sciacca in sodisfazione de' suoi servigj nel 1343. Federico Lucchesi, figlio d'Antonio, nel 1392. ebbe dal R Martino il Priorato di S. Maria delle Giummare di Sciacca, e suo figlio Antonio dal medesimo R ebbe nel 1398. un grano in feudo sopra l'estrazione de' frumenti dal sudetto Carricatore. Da Giovanni Lucchesi, altro figlio di Nicol, ne nacque quel Giuliano, quale fu cos ricco, che accommod al medesimo R molte somme di danari; onde l'onor per lettere di proprio pugno con decorosi titoli: "Nobili Juliano Lucchesi, Regio Familiari:" ed a suo nipote Giuliano concesse l'Abbazia di S. Angelo nel Valdemone l'anno 1444. Dal predetto Antonio nacque Ferdinando, che fu Barone del Magazolo de' membri di Misilcassini, e Signore della Tonnara di Castello a Mare del Golfo nel 1466. franca d'ogni aggravio: ebbe pure il feudo del Catuso, oggi detto Bertolino, per la moglie Angela Pellizzeri, e Lucchesi, sorella di Giacomo, e Pietro Pellizzeri nel 1493. A Ferdinando succed Antonio, che colli Feudi del Padre ebbe ancora i primi ufficj della Citt di Sciacca, sua Patria. Da Antonio ne provenne Cosimano, che s'invest della Baronia della Damisa nel 1530. quale Feudo port in dote a suo padre Antonio Margarita Lucchesi, seconda figlia di Bernardo, Barone della Damisa: ne provennero pure Gastone, e Nicol Lucchesi, che in Sciacca ebbero le prime cariche di Capitani, e di Giurati. Da Gastone ne nacque Bernardo, che si cas in Naro con Filippa Palagonia, figlia del Barone di Camastra, e fu Capitano di Naro nel 1500. 1502. 1509. e 1513. e compr da Antonio Palagonia nel 1501. li Feudi della Massaria, della Corte, e di Milici: compr poi nel 1504. da Pompeo Ortolano la Baronia della Damisa, e la baronia di Camastra da Gian-Antonio Palagonia, con molti altri Feudi, come anche nel 1512. l'officio di Secreto di Naro, e fu uno de' pi ricchi Baroni del suo tempo. Da questi provennero i Baroni di Camastra, e della Damisa, e fra questi  memorabile Matteo Lucchesi, che con un picciolo numero di 100. soldati a sue spese diede tale contrasto ad una squadra navale Turchesca, quale con numeroso sbarco nelle spiagge di Mazzara cercava invadere quella Citt, che la fece col suo valore ritirar dall'impresa. Questi nel 1546. compr da Ippolito d'Andrea, e da Calcerano il feudo di Sittafari; e s'aggiudic poi nel 1552. il Feudo, e la Baronia di Palazzolo, per ragion della dote di Donna Vicenza sua figlia, maritata con D. Artale Alagona, e Bonajuto, e morta senza prole. Altri di questa nobilissima Famiglia si segnalarono in guerra con onorevoli cariche, come di Capitani di Guerra della Licata, di Girgenti, Taormina, Trapani, Salemi, Mazzara, e Sciacca, sua Patria; nella quale Citt god questa Famiglia la Baronia di Magasolo, Perrana, Bertolino, Martogna, Bellapietra, della Salinella, del Giardinello, e di Cianciana, &c. E che pi si potrebbe dire di questa nobile Famiglia Lucchesi di Sciacca? Baster solo dire, che si desiderava per imparentata da' pi nobili del Regno; ed in Sciacca non manc di apparentare colle Famiglie Montaliana, Perollo, Luna, Tagliavia, Chiaramonte, e Carretti pi volte: e l'ultimo fu Francesco Lucchesi, il quale spos Isabella del Carretto, come si spieg distintamente nella descrizione della sopra nominata Famiglia Carretti: da cui ne nacque Ignazio, e da Ignazio Francesco, che spos Alberta Caro, e Caraffa: da questi ne nacque D. Giuseppe Lucchesi, e Caro, Cavaliere di Malta, quale sta sostentando il ceppo di questa Famiglia; e sebbene abbia fatta la sua carovana, non per ha fatta sinora la professione. Da' Lucchesi di Naro, gloriosi germogli della Famiglia Lucchesi di Sciacca, ne sono provenuti li Baroni della Gresta, della Delia, di San-Fratello, li Duchi della Grazia, e li Principi di Campofranco: li Feudi, e la Baronia della Culla, e'l Marchesato di Lucca non sono pi posseduti da questa famiglia Lucchesi, perch Donna Francesca Perollo, che li port in dote, sene mor senza figli. Fu ( vero) questa Famiglia in Sciacca assai potente: ma per avere sostenuta la fazione del Conte Luna nel Caso di Sciacca, fu priva de' suoi beni, incorporati al Fisco: nulladimeno ne acquist di alcuni il possesso, quali al presente ancor trattiene. La Famiglia Lucchesi di Sciacca leva per Arme le tre Palle di Lucca d'oro in campo rosso, e quella di Naro un Lione rampante, con una Stella in campo azzurro, per causa dell'eredit della casa Zaffuti.
 Capitolo XXVIII.
Della Famiglia Luna.
La Famiglia Luna fu la principale per il gran Caso di Sciacca successo.
Fu nobilissima, traendo la sua origine dal reggio sangue de' Goti, quale sotto il cognome di Lupo resse lo Scettro di Navarra per reggj matrimonj colli Dominanti d'Aragona. Nel tempo poi, che i Goti furono discacciati dalla Spagna, molti di questa reggia Prosapia abbracciarono la Fede Cattolica, compensando il dispoglio del Trono reale coll'acquisto della santa Fede, come dice Lopez fog. 148. Il primo de' quali fu Ximenez Lupo, restatosi da privato, e occultatosi in quelli stessi paesi, per godere i riposi di quella santa vocazione, come lo attesta Mazzella fog. 546, ma finalmente scoperto per uno della reale Stirpe de' Goti, in vece d'essere perseguitato, fu per divina providenza accolto onorevolmente da quei Cattolici Dominanti, da' quali furongli assegnate pensioni convenienti al suo stato. Ed allora in ogni occorrenza fece pi glorioso risplendere quel suo nobilissime spirito, che per pi tempo aveva a forza nascosto. Onde suo figlio Texrench Lupo, non d'inferiore valore di quello si fosse la persona di Ximenez, per la barbara invasione de' Mori in tutta la Spagna, fu fatto Generalissimo dell'Esercito Spagnuolo, ed in una battaglia generale, squadronato a mezza luna il detto Esercito, cinse cos valorosamente l'Esercito nemico, che allo straordinario valore del suo gran braccio, guidato da santo zelo, tutto lo disfece, con far de' nemici un sanguinoso macello. E per questa s sublime vittoria levando dal suo Stemma il Lupo, Arme del suo Casato, vi pose una mezza Luna, e prese pure il cognome di Luna, lasciando quello di Lupo. Dop questo s glorioso fatto, col salire s i gradi della propria virt, pervenne al Trono de' suoi Antenati, sposando la figlia del R. Fu diramata poi questa gloriosa real Prosapia in quei vasti Regni dal sopradetto Texrench; e l'anno di nostra salute 1386. Artale di Luna, figlio di Ferdinando Luna signore di Ricla, e di Emilia Ruiz signora di Villafelice, e consanguineo di Martino R d'Aragona, e di Sicilia, per parte della Regina madre, D. Maria Luna, non potendo comprimere i bollori del suo generoso spirito nella tepidezza di Martino a rimediare a' sconcerti della Sicilia, insorti dall'alteriggia de' suoi Grandi, (la di cui Corona aveva allora ricevuta per dote di Maria, Regina della stessa Sicilia, novamente sposata in Barcellona,) indusse il detto R Martino ad accorrervi di presenza: e con esso venne ancor egli in Sicilia, con Bernardo Cabrera, e molti altri grandi Aragonesi, Catalani, e Valenziani; e col suo gran valore, e con la sua grande prudenza ben presto ridusse il Regno ad una tranquilla pace, obligando il medesimo R a non discostarselo mai dal fianco. Ritrovandosi poi il R Martino in Sciacca, ed Artale di Luna essendosi invaghito di Margarita Peralta, figlia del Conte D. Nicol Peralta, Dama di tutto merito, e consanguinea dell'istesso R Martino, per parte dell'infanta Leonora, sua Ava; il R, che bramava la sua residenza nel Regno, gliela concesse, con tutto che vi fossero gravi opposizioni dalla parte di detta Leonora, che la bramava dare in isposa a Giovanni Perollo, Cavaliere di Sciacca di gran riguardo, che pure la pretendeva, come si dir in appresso, dal quale matrimonio ne provennero poi tutte quelle fierissime premesse, dalle quali sene dedusse la conclusione funesta del sempre memorabile Caso di Sciacca, che a suo luogo con pi distinzione si dichiarer. Sicch oltre alle infinite ricchezze, ed a' vasti dominj, de' quali Artale di Luna era stato beneficato dalla reggia magnificenza, seli aggiunse la dote del Contado di Caltabellotta, e d'altri amplissimi Feudi, e Territorj; onde rest in Sciacca col titolo di Governatore Dispotico. Trascorsi alcuni anni sene mor il sudetto Artale repentinamente in Sciacca, con sospetto di essere stato avvelenato dal suo rivale, Giovanni Perollo, lasciando suo erede Antonio di Luna suo unico figlio, non solo de' beni paterni, ma ancora dell'odio contro Giovanni Perollo; onde avvenne il primo Caso di Sciacca, del quale diffusamente in appresso si discorrer: per il quale Caso il sudetto Antonio fu col Perollo esiliato da Sciacca, e dal regno di Sicilia da Alfonso R d'Aragona, che allora regnava in Sicilia, essendo morto negli anni del Signore 1409. nell'ultimi d'Agosto il R Martino in Cagliari, e succedendoli il vecchio Martino suo Padre, pure questi mor nell'anno 1410. in Barcellona. Essendo stato dunque Antonio Luna per molti anni esiliato fuori del Regno di Sicilia col Perollo, furono poi dalla reggia clemenza del medesimo Alfonso, prima di morire, aggraziati, e ritornarono in Sciacca a ripigliare col possesso de' beni l'odio, che internamente nutrivano; quale bench per pi d'un secolo si trattenesse sopito, nulladimeno svamp poi con incendio s vasto, che fu la rovina delle due famiglie, e dell'istessa Citt di Sciacca. Onde si ha da sapere, che Antonio Luna, maritato con la figlia d'Antonio Incardona, che fu Vice-R di Sicilia, ebbe tre figli, cio Carlo, il quale successe nel Contado di Caltabellotta, Pietro, che fu Arcivescovo della Citt di Messina, e Sigismondo, a cui fu data per moglie Beatrice, figlia d'Antonio Conte di Sclafani: Carlo mor senza eredi; onde successe Sigismondo, fratello; e morto questo, successe Gian-Vincenzo, suo figlio, avuto da Beatrice; quale morta, successe pure nel Contado di Sclafani. Gian-Vincenzo Luna, conte di Caltabellotta, e di Sclafani, prese per moglie Diana Montecateno, o Moncada, figlia di D. Guglielmo Raimondo Moncada, sesto Conte d'Adern; e da essi nacquero Giovanni Luna, ed altre femmine: e questo Gian-Vincenzo essendo morto in Sciacca, e sepolto nella Chiesa del Monastero Grande in una cassa riccamata (come sino al presente si vede), lasci erede delli due Contadi Giovanni Luna, suo figlio, il quale ebbe Sigismondo, Francesco, e molti altri figli. Sigismondo si spos con Lucrezia (altri dicono Luisa) Salviati, figlia di Giacomo Salviati, Cavalier Fiorentino, e di Lucrezia Medici, figlia della Sorella di Papa Leone X. e Sorella carnale di Clemente VII. Questo Sigismondo fu cugino carnale di D. Contessa Moncada, che fu moglie di Giacomo Perollo, da detto Sigismondo ucciso nel famoso Caso di Sciacca, sortito nell'anno 1529. Da questi ne nacquero Pietro, Giulio, e Giacomo: ma essendo Sigismondo bandito, e morto suffogato nel Tevere in Roma, come si racconter a suo luogo, e morto pure in Palermo Giovanni, suo Padre, fu fatto Conte Pietro, suo figlio, per la interposizione delle preghiere di Clemente Sommo Pontefice fatte all'Imperatore Carlo V. in Bologna, quando l'ebbe a coronare. Pietro Luna si marit con Isabella, e Elisabetta Vega, figlia di Giovanni Vega, allora Vice-R di Sicilia: dalla quale ebbe Aloisia, Bianca, e Leonora, senza maschj; onde si estinse in esso la linea della famosissima Famiglia Luna, che per due secoli illustr la Citt di Sciacca. Aloisia si marit parimente con Cesare Moncada, Principe di Patern, da' quali poi ne nacquero i Duchi di Montalto, e di Bivona: tutto ci lo dice Mugnos nel Teatro Genealog. fog. 85. e Fazello deca 2. lib. 9. fog. 573. e 577. N lasci pure questa Real Famiglia di farsi conoscere luminosissima ne' Regni d'Aragona, che per l'attinenza di sangue, aveva Ludovico Luna con il R Martino il vecchio, alla di lui morte pretese di ereditare quella Corona, e questa di Sicilia, come diffusamente lo dice il riferito Fazello 2. deca lib. 9. fog. 577. In Napoli questa medesima Famiglia Luna risplend onorata con decorosi impieghi, cio, sotto il R Roberto di Napoli, Alfonso di Luna fu creato Cameriere del R sudetto, e Francesco di Luna fu uno degli Ambasciadori per il matrimonio tra Raimondo, figlio del R Giacomo d'Aragona, e Bianca, nipote del R Roberto. Un altro Artale di Luna dalla Regina Giovanna di Napoli nel 1423. fu creato Grande Almirante di quel Regno: il tutto dice Mazzella fog. 546. e Flaminio Rossi fog. 21. In questo Regno di Sicilia govern questa Famiglia col carico di Presidente, e Vicario di tutto il Regno in vacanza del Vice-R, come ancora la Citt di Messina di Stradic. Ed oltre a Pietro di Luna, che fu Arcivescovo di Messina, vi fu un Giovanni Vescovo di Catania: si legga il Pirri not. 2. Per suo Stemma leva uno scudo diviso nel mezzo, nella parte di sopra una mezza Luna con le corna voltate in gi, scaccheggiata d'argento, e nero in campo azzurro, nella parte di sotto uno scacchiero d'argento, e nero.
 Capitolo XXIX.
Della Famiglia Manno.
La Famiglia Manno, nel tempo, che avvenne questo memorabile Caso nella citt di Sciacca, non teneva parzialit alcuna con questi due potenti nemici; e perci entr nel Consiglio de' Nobili della Citt.
Se volessi calcare l'orme impresse da' Scrittori di fama non isprezzabile, direi, che questa nobilissima Famiglia Manno trasse la sua antica origine nella Francia dal sangue glorioso di Carlo Magno negli anni del Signore 811. onde vogliono costoro, che il nome di Manno derivasse da Magno, poich Magno in Ispagnolo si pronuncia Manno. Ma perch non ritrovo confermata l'autorit di costoro con altra veridica attestazione, ne tralascio l'opinione appresso la loro fede. Dir dunque con tutta sodezza, che questa nobilissima Famiglia fu molto illustre nella Citt di Siena, overo (come altri vogliono) di Fiorenza: da dove l'anno 1300. Corradino Manno, e Rainero o (come altri dicono) Raimondo Bendelmonte partirono con 400. Cavalli mantenuti a proprie spese, e si portarono nella Sicilia in quei tempi, che questo Regno veniva occupato dalle armi crudelissime di Carlo R di Napoli, e di Roberto Duca della Calabria; con animo di unirsi a Carlo a danni di Federico R della stessa Sicilia: come lo attesta il P. Candela nel suo Nobiliario di Sciacca M.S. ed il Fazello nella deca 2. Conosciuto allora dal R Carlo il gran valore, che assisteva in Corradino Manno, gli confer la carica di Colonello e Corradino investito di questa dignit, fece prove cos gloriose del suo valore, che incominci la fama a predicarlo guernito di forza, e di senno piucch umano; onde fece talmente costernare l'animo, bench intrepido, del R Federico, che lo indusse a porre sul tappeto i progetti di pace col suo odiato nemico, Carlo di Napoli. Stabilita dunque fra queste due Corone la Pace, ed indi ricevuti Corradino i premj dovuti al suo valore, voleva ritornare trionfante alla sua Patria; ma Federico invaghito delle doti del nobile suo animo, lo costrinse a restarsene nel suo Regno di Sicilia sotto la sua reale protezione: ed allora fu creato Maestro di Campo del suo Esercito, e Vicario Generale delle sue Armi. Nell'esercizio delle quali dignit si di a divedere ornato di tanta prudenza, e generosit negli affari pi scabrosi della Corona, che l'obblig a premiare il suo gran merito con ricchissime entrate, e feudi, e dandogli per residenza la Citt di Sciacca, ove gli confer la carica di Vicario Generale del Val di Mazzara: l'attesta il Candela coll'autorit di Cristoforo Scardella, e Simone Lentini nel suo proseguimento della Istoria del Conte Rogiero. Da questi nacque Nicol Manno, che nel 1343. fu annoverato fra' Baroni del servizio militare della Citt di Sciacca, nel quale anno Lodovico R di Sicilia fece una larga composizione a tutti li Baroni del servizio militare, per soccorrere a' bisogni del Regno, onde, per sapere chi fossero, ne fece la numerazione: lo dice il Mugnos ne' Raguagli Istorici del Vespro Siciliano fog. 203. dove numerando i Baroni di Sciacca, fra gli altri nomina Nicol Manno di Schiatta nobile Fiorentina &c. Assodata dunque questa Famiglia la sua permanenza in Sciacca, incominci ivi a propagarsi con nobili matrimonj: ed infatti il sopra nominato Nicol spos Giacomo Manno, suo figlio, con Bandina, figlia di Guglielmo Peralta, Conte di Caltabellotta, come per contratto matrimoniale, celebrato per gli atti di Notar Manfrido della Muta di Palermo a 4. Giugno 1372. Da Giacomo, e Bandina ne nacquero Nicol, e Mandina Manno: Mandina fu moglie di Corradino Bendelmonte, Barone della Verdura, e Nicol fu sposo di Guglielmina Perollo, figlia del Milite Giovanni Perollo, Barone di Pandolfina, come per contratti matrimoniali, celebrati negli atti di Notar Albo Triolo di Caltabellotta: lo dice il Candela nel luogo cit. Da Nicol, e Guglielmina nacque Alberico Manno: quell'Alberico s memorabile nel valore, che non pavent porsi a fronte di quel famoso Cavaliere di Casa Giliberto, vantato dalla fama per invincibile nelle Giostre, ed insuperabile ne' Tornei, precipitandolo dalla sella in una Giostra, che fu fatta in Palermo, a veduta di tutti quei Nobili, che aveano intervenuto a quella sollennit. Da Alberico ne nacque Puccio Manno, che, oltre all'essere stato pi volte onorato colle cariche maggiori di Sciacca, sua Patria, fu pure nell'anno 1368. Senatore di Palermo: lo dice il Mugnos nel fog. 293. Da Puccio ne nacque Bernardo: da Bernardo Andrea, che prese per isposa Costanza Zaffuti. Da Andrea trassero l'origine cinque figli, quattro maschj, cio Pietro, Antonio, Alberto e Mariano, ed una femina, detta Girolama. Pietro non ebbe figli; Antonio n meno: per da Alberto, terzo figlio, nacque Mariano Manno, che spos Pietra Montaliana: da cui nacque Alberto, che si cas con Francesca Ferraro, figlia di Gaspare Ferraro, Barone di Lazarino: e da questi ne nacquero Alessandro, e Gaspare. Da Gaspare, sposato a Gesia Perollo, nacque Alessandro: Alessandro si cas con Costanza Maurici, e fu il primo Barone di Lazarino: delli quali ne nacque Giuseppe, e da questi Mario Manno, padre di D. Gioachino Manno, Barone di Misilabesi, sposato con una Signora di Casa Lucchesi: il quale amministr le maggiori cariche di Capitano, e Giurato della Citt di Sciacca, sua Patria: dal quale fu generato D. Mariano Manno, oggi vivente. E per fine un altro Mariano Manno, ultimo de' figli di Andrea sopradetto, fu fatto Vescovo di Tribona nella Calabria, essendo stato prima Abbate de' SS. Pietro, e Paolo d'Argir, Priore di S. Nicol la Latina in Sciacca, e del nostro glorioso S. Calogero. Li discendenti di questa Famiglia per lo splendore delle molte ricchezze, che possedevano, furono annoverati fra' primi Baroni di Sciacca, come appare per contratto di Notar Gian-Antonio della Rossa di Girgenti a 11. Giugno 11. Ind. 1508. poich possed li Feudi di Muxiano, Maganaro, della Cudda, di Giaccio vecchio, Mizzano, del Salto, di Cantarella, con gli altri membri, e pertinenze del Muxiano. Ebbe pure la baronia di Scirinda, Lazarino, colli Territorj di Monte di Sara, e di Misilabesi, con altre Possessioni, Territorj, e Feudi, avuti per molti illustri matrimonj. Per suo Stemma leva due sbarre d'oro a croce, e negli angoli di essa quattro stelle d'oro in campo rosso.
 Capitolo XXX.
Della Famiglia Maurici.
La Famiglia Maurici, o Maurigi, nel Caso di Sciacca fu aderente al Conte Luna; e Giovanni Maurici si ritrov Giurato della Citt.
Fu questa Famiglia nobilissima nella Svezia: e perch Aurelio Maurici, Cavaliere di altissimo merito, passava strettissimamente confidenza con Federico II. Imperatore, e VI. R di Napoli, e di Sicilia, ed era glorioso rampollo del R di Svezia, perci fu mandato in Italia dal sopradetto Federico, per suoi rilevanti affari: e poi insorgendo in Sicilia pericolosi disturbi per la moneta di cuojo, come rapporta il Mugnos f. 192. il sudetto Aurelio Maurici, che allora si ritrovava in Capua impiegato ne' gloriosi affari della milizia in posto supremo, fu dalla medesima Reale Maest spedito in Sicilia coll'onore di Vicario Generale contra i malcontenti del Regno l'anno 1239. nella quale importantissima spedizione si port con tanta prudenza, e valore, che superati quegl'intoppi, che all'istessa Real Maest sarebbero riusciti difficoltosi, ridusse il Regno ad una totale, e tranquillissima fedelt, con tanta sodisfazione del R, che gli diede in premio tutta la sua confidenza, facendolo primo Cameriere della sua Camera Reale, arricchendolo di molti Feudi, e Territorj, e colmandolo di gloriosissimi Privileggj, specialmente con farlo Presidente di tutto il Val di Mazzara; onde fermarono la sua residenza nella Citt di Sciacca tanto egli, quanto Marco-Antonio Maurici, suo figlio; il quale fu Governatore Generale della Real Camera di Costanza, figlia del R Manfredo, e pronipote di Federico Imperatore, come per Privileggio dato nella Citt di Catania a 10. Agosto l'anno di nostra salute 1283. che sta riservato nell'Archivio di Lentini. God pure questa nobile Famiglia l'onore di Capitan Generale dell'armi in difesa della Real Camera della Regina Leonora contra le armi Ottomane: come appare per Privileggio dato in Lentini a 20. Aprile dell'anno 1325. Ebbe questo gran Cavaliere Marco-Antonio Maurici in isposa Claruccia Chiaramonte, sorella di Manfredo Chiaramonte, che allora dimoravano nella Citt di Sciacca, loro Patria, per causa del matrimonio di suo Padre: dalla quale il detto Marco-Antonio avendo avuto quattro figli, cio Federico, Giovanni, Aurelio, ed Antonino, e governando da Vicario Generale la Camera della Regina Leonora, cad ammalato in Noto, dove sene mor, lasciando erede di tutti i suoi beni li quattro suoi figli di sopra nominati, come appare per testamento negli atti di Notar Giulio Perespio di Noto a 14. Agosto 13. Ind. dell'anno del Signore 1329. Di questi quattro figli Giovanni il Secondogenito, cinto Cavaliere dal R Alfonso, si cas nella Citt di Sciacca con una Signora di Casa Peralta, stretta co' vincoli di parentela col Conte di Caltabellotta; dal quale matrimonio ne nacque Simone Maurici, che fu pi volte Capitano, e Giurato di Sciacca. Questi si spos con Graziana Garro, figlia di Pietro Garro, Governatore, e Castellano di Sciacca, e di Benvenuta Perollo, figlia del nobile Signore Giovanni Perollo, Barone di Pandolfina, e Signore di Castello a Mare del Golfo, e Maestro Giustiziero del Regno, per la morte di Bernardo Cabrera, Conte di Modica. Si effettu questo matrimonio colla Dispensa Pontificia, per essere strettissimi congionti della Casa Perollo, come per Breve Pontificio registrato nell'Archivio della Corte Vescovale di Girgenti a 3. Luglio 8. Ind. 1475. e per contratto celebrato negli atti di Notar Ferdinando Giuffrida a 21. Febbrajo 3. Ind. 1484. da cui ebbe in dote il territorio dell'Arancio; quale poscia lasci agli eredi, con la condizione di doversi successivamente chiamare Giovanni, e Simone: lo che si ha veduto osservare insino a' nostri giorni; poich da Simone fu generato Giovanni; dal quale, sposato con Donna Isabella Russo di Catania, figlia del Principe di Cerami, ne nacque un altro Simone, e molti altri figli, che al presente tengono la loro residenza in Palermo. Un altro Simone Maurici nel 1529. ritrovato complice del delitto del Luna nel Caso di Sciacca, ne pat la pena colla confiscazione della maggior parte de' suoi beni. Giovanni Maurici, suo figlio, nel medesimo tempo Giurato, perch non diede li dovuti soccorsi alla Citt in quelle urgenze, fu condannato a perdere in un perpetuo carcere la vita nel Castello di Matagrifone di Messina: bench poi la clemenza di Carlo V. reintegrasse nella sua grazia i successori di Giovanni col rilascito di due Feudi, Arancio, e Cavallaro; e del Territorio del Monte di Sara (quali questa antichissima Famiglia insino a' nostri giorni possiede,) come riferisce Mugnos nel suo teatro fog. 129. e costa dalla Reggia Cancellaria nell'anno 1668. In Sciacca ha goduto i supremi ufficj di Giurato, e Capitano, ed in Palermo ancora a' nostri tempi quello di Senatore in persona di D. Simone Maurici, e del di lui figlio D. Giovanni Maurici, oggi vivente. Si arma questa nobile Famiglia con un Leone d'oro coronato, e rampante in campo azzurro, e sopra lo scudo vi ha una Corona reale, ed un Aquila coronata coll'ale aperte, che tiene un cartoccio, col motto: Nisi Ferox Fero.
 Capitolo XXXI.
Della Famiglia Medici.
La Famiglia Medici, detta prima del Medico, fu indifferente, n ebbe parzialit con le due Famiglie nemiche, e fu di quelle che entrarono nel Consiglio della Citt.
 cos antica e nobile la Famiglia Medici in Sicilia, detta del Medico, che in Lentini, ove ella ebbe la sua residenza, si mostra dall'Armi incise ne' suoi Palazzi col numero dell'anno 1021. essere stata prima de' Normanni. D'onde tragga la sua origine,  incerto; bench sia pure antichissima in Milano, Fiorenza, Viterbo, Orvieto, Napoli, ed altre famose citt dell'Italia, specialmente in Fiorenza, da dove ha dato al Mondo molti Illustri, e degni soggetti, che sono stati eletti Cardinali e Sommi Pontefici, come appare dal tomo 1. del Bollario Romano a fog. 26. e 27. Fu cara questa Famiglia a Carlo, Re di Napoli, ed a Roberto, suo fratello, militando sotto questi Regnanti con fama immortale, ed ottenendone in premio cariche di supremo onore, e Privileggj di molta importanza: e fatta la pace tra questi Regnanti Germani, e Federico R di Sicilia, venne questa Famiglia in Regno, ed il primo fu Luigi del Medico; il quale fatto Castellano di Sciacca nel tempo del R Federico II. che fu nell'anno 1370. venne a fermare la sua residenza nella Citt sudetta. Da Luigi ne nacque Dario, che prosegu, ed assod la sua residenza in detta Citt, dove fece risplendere la sua gloria con i fasti della magnificenza; e per i gran serviggj, fatti al R Martino, ottenne da quel Regnante gran Privileggj, e rendite annuali sopra l'estrazione de' frumenti del Carricatore di Sciacca. Questa Famiglia del Medico ebbe un Cavaliere Gerosolimitano di Sciacca nell'anno 1582. e fu sempre in istrettissima alleanza coll'Altezza del Gran Duca di Toscana; onde in riguardo di questo Signore, ed a contemplazione di lui cambi il cognome del Medico in quello de' Medici, e ci fu nell'anno 1615. non variando bens l'insegna dell'Arme. Risplend sempre in Sciacca con i chiarori di ricchezze, con Feudi, ed amplissimi Territorj; ed ivi apparent colle pi nobili Famiglie, come furono la Montaliana, Perollo, Tagliavia, Lucchesi, ed altre. Mazzella lib. 22. e 6. fog. 396. Ebbe li Feudi di Zaffarana, e Forficicchia. Tiene questa nobilissima Famiglia in Sciacca, in segno della sua magnificenza, per sua Cappella, e Sepoltura il Cappellone maggiore della Chiesa de' PP. di San Domenico, eretto da' fondamenti con molto dispendio da Antonio del Medico, e perfezzionato da Cesare, e Michele, suoi figli, l'anno del Signore 1582. l'attesta un tabellone marmoreo esposto nelle pareti di detto Cappellone, e nella veduta della pubblica strada. In detto Cappellone vi  sepolta Catarina del Medico, figlia del detto Antonio, Baronessa del Nadore, e della Culla. Per suo Stemma leva tre Torri sopra un Castello d'oro in campo azzurro.
 Capitolo XXXII.
Della famiglia Montaliana.
La Famiglia Montaliana nel Caso di Sciacca fu aderente al Conte Luna, ritrovandosi in quel tempo Giurato di detta Citt uno di questa nobile Famiglia.
Or questa Famiglia Montaliana, che nell'Alemagna si chiama Mutiliana, venne nell'Italia con l'Imperatore Ottone I. nell'anno 964. lo dice Carlo Sigonio nella 1. p. delle sue Istorie, a fog. 280. lib. 7. Guidone, figlio del fratello del sopradetto Imperatore Ottone, e della figlia del Duca di Sassonia, fu il primo, che fece la sua residenza nell'Italia. Poi sotto gl'Imperatori Germani visse questa Famiglia ricca, e potente; poich investito Guidone da Ottone, suo fratello, della contea di Mutiliana, ne invest poi uno de' suoi nobilissimi figli, e volle, che dal nome della sua Conta prendesse il Cognome di Montaliana. Molti di questa nobile Famiglia, spinti dal santo Zelo, passarono col Conte Rogiero all'acquisto della Sicilia, tiranneggiata allora da' Saraceni: e Guido Montaliana in tale occasione fece molte imprese degne del suo gran valore, non desistendo giamai, se non vidde prima liberato tutto il Regno dalla tirannica invasione di quei Barbari infedeli: e doppo carico di gloriose spoglie sene ritorn nella propria abitazione. Ma insorgendo poi le crude fazioni de' Guelfi, e Gibellini, Arnolfo Conte di Mutiliana, seguendo la parte de' Gibellini, fu preso da' Guelfi Bolognesi, ed avendo in queste rivolte perduto lo stato, e le antiche forze, i figli del predetto Arnolfo, quali furono Alarcone, Riccardo, e Roberto, nell'anno del Signore 1239. si unirono con l'Imperatore Federico II. Svevo, e R della Sicilia, suo parente, e col R Pietro d'Aragona, e Federico, suo figlio. Onde sotto l'Imperio degll'Aragonesi un Guido Montaliana, movendo con la sua prudentissima condotta un fioritissimo Esercito, fece prove degne del suo gran valore, costringendo gl'inimici a cedergli la palma, e la vittoria; ed obblig quel Regnante a rimunerarlo con gloriosi Privileggj, facendolo Vicario Generale delle sue armi nel Regno di Sicilia: e perci venne ad abbitare nella Citt di Sciacca, carico di ricchezze, dovuteli pure per il merito de' suoi Antecessori. Un altro Guido Montaliana nell'anno 1282. quando nel decantato Vespro Siciliano sort quella famosa stragge di tutti li Francesi, che abitavano nella Sicilia, rest Rettore della Citt di Sciacca, con Giovanni di Caltagirone, Consalvo Abbracciabene, e Filippo di Soria. Il R Pietro d'Aragona nell'anno 1283. prima di avvicinarsi all'impresa della disfida con Carlo d'Angi, elesse molti Baroni di Terre, e di Feudi per tutto il Regno, e fra gli altri Baroni di Sciacca vi fu Riccardo Montaliana, Barone del Nadore, Luca Montaliana, e Pietro Montaliana, figli di detto Riccardo Montaliana; e fra li cento Cavalieri, che si doveano portare dal cennato R Pietro in Bordeus di Guascogna, allora del R d'Inghilterra, vi fu Berardo, Conte di Montaliana, Cavaliere di gran valore: lo dice Mugnos nel Vesp. Sicil. fog. 104. 154. e 163. E nell'anno 1336. il R Federico, figlio Terzogenito del sudetto R Pietro, succeduto al Reame di Sicilia, per il rifiuto della Corona fatto da suo fratello, acciocch si calmassero gli sconvolgimenti del Regno, mand Berardo Montaliana, ed altri prudenti Baroni col carico di Vicarj Generali. E nell'anno 1343. Lodovico R di Sicilia fece una larga composizione a tutti i Baroni del serviggio militare, per soccorrere alli bisogni del Regno, oppresso da continue guerre, e fra' Baroni di Sciacca vi fu Pietro Montaliana de' Conti di Montaliana, figlio di Riccardo, Barone del Nadore: come rapporta il Mugnos nel luogo cit. a fog. 193. e 203. Fece in tal tempo questa nobilissima Famiglia molti matrimonj, degni di gloriosa memoria, con Famiglie assai rinomate: come un Riccardo Montaliana spos Alfana, Signora del Porto di Girgenti: e da questo matrimonio nacque un Manfredo, il quale spos Anna Perollo, figlia del Milite Raimondo Perollo, Barone di San Bartolomeo, e del Nadore: da Manfredo, ed Anna nacque Riccardo, primo Barone del Nadore: da Riccardo nacque Filippo, che sposato a Leonora Sclafani, dalla quale ricev in dote il Feudo della Cavalera, gener solamente una femina, chiamata Eufemia, la quale fu maritata con Errico Ventimiglia, Conte di Geraci: e da questi ne nacquero in Sciacca il Conte Francesco di Geraci, e Girolama, che fu sposa d'Andrea Perollo, Barone del Cillaro, della Salina, e Culla, quale era restato vedovo d'Anna Spadafora. Come pure da Riccardo, Padre del sopradetto Filippo, nacque Nicol Montaliana, che nel 1335. ebbe in feudo il mezzo grano sopra il Carricatore di Sciacca. Questi gener Manfredo Montaliana, che, oltre alle predette Baronie del Nadore, della Cavalera, ed altre, ebbe il Feudo del Giardinello, che essendoli poi tolto poi dal Regnante, fu da esso conceduto a Gandolfo Zaffuti di Sciacca. Il sudetto Manfredo si spos con Ginebra Doria, e Chiaramonte, figlia di Brancaleone Doria, e di Costanza Chiaramonte, come appare per testamento del sudetto Manfredo fatto per gli atti di Notaro Stefano Migliore di Sciacca a 28. Agosto 5. Ind. 1312. quale Ginebra era vedova di Antonio del Carretto, Marchese di Savona, e del Finale, come per contratto matrimoniale, fatto in Girgenti per gli atti di Notar Bonsignore di Tomaso di Terranova a 11. Settembre 1307. e ratificato in Finale l'istesso anno: lo riferisce il Baronio de Majest. Panor. e l'Inveges a fog. 229. Da Manfredo dunque, e Ginebra nacque Giovanni, che si cas con una Dama di Casa Ventimiglia; da questi nacque Ippolito, che si cas con Placida Amato di Sciacca; da' quali ne nacquero Gian-Filippo, Girolamo, e Priamo, e molti altri figli, autori di molte nobilissime Famiglie. Gian-Filippo si cas con Rosaria Tagliavia, figlia di Baldassare Tagliavia, il quale insieme col socero si ritrovava Giurato in tempo, che avvenne il Caso di Sciacca: e da essi nacque Nicol Montaliana, e Tagliavia, che congionto in matrimonio con una Dama di Casa Leofante, gener Costantino; e da questi nacque Nicol, XII. Barone del Nadore, il quale mor senza figli. Da Priamo, figlio del predetto Ippolito, nacque un altro Nicol, dal quale, sposato ad una Signora di Casa Graffeo, fu generato Francesco: e da questi, apparentato con altra Signora dell'istessa Casa Montaliana, nacque Nicol, il quale, meritato con Bradamante Medici, gener Don Riccardo, e Donna Lauria: questa si profess nel Monastero di Santa Maria dell'Oreto di Sciacca, sua Patria; e Don Riccardo gener Don Mario Montaliana, Reggio Portolano del Carricatore di questa Citt di Sciacca; il quale prima si spos con D. Anna Lucchesi, figlia del generoso Don Ignazio Lucchesi; e questa morta senza prole, si ammogli altra volta con D. Anna Termini, Sorella del Principe di Casteltermini: ed essendo egli di et cadente, in quest'anno 1726. a 27. Giugno sene mor senza lasciar prole, e diede fine colle lagrime della sua Patria dolente all'Imperiale Famiglia Montaliana, gloria, decoro ed onore per molti secoli della Citt di Sciacca. Ebbe questa nobilissima Famiglia per mantenimento della sua grandezza (conforme si disse sopra) il Feudo del Nadore, oggi detto della Gran Montagna, il Mezzo-Grano, il Giardinello, e da Matteo Conte di Sclafani, e d'Adern, zio di Nicol Montaliana, figlio di Riccardo, il Feudo della Cavalera, e del Catuso, oggi detto Bertolino, come appare per gli atti di Notar Bonaga di Salvo nell'anno 1340. La Reggia Castellania della Citt di Sciacca, in quei tempi solita conferirsi a' Primati del Regno, fu goduta da questa antichissima Famiglia, avendo pure goduto le prime cariche della sua Patria, come di Giurato, e Capitano. E se si dona luogo alle conjetture, mancarono (credo io,) e non possiede questa Casa i Feudi sopradetti, poich stimo esserle stati confiscati nel tempo del Caso di Sciacca, allora quando Gian-Filippo Montaliana si ritrovava Giurato, che per non avere soccorso alla Citt, conforme era in obbligo, ne pat la morte, doppo una lunga prigionia in Messina nel castello di Matagrifone. Per suo Stemma leva questa Famiglia cinque Monti rossi in campo d'oro.
 Capitolo XXXIII.
Della Famiglia Peralta.
La Famiglia Peralta, per ritrovarsi apparentata col Conte Luna, calc l'orme intraprese dal medesimo Luna.
Fu nobilissima, ed antichissima in tutta la Spagna, e specialmente nella Catalogna, da dove trasse la sua origine; ed un Cavaliere di questa Casa Peralta fece pompa gloriosa della sua gran potenza l'anno del Signore 774. contro de' Barbari Mori, che con assedio tentavano l'acquisto di Barcellona, difendendola in maniera con Carlo Magno Imperatore, ed altri valorosi Eroi, che inaffi le palme con i fiumi del sangue nemico: lo dice Berella nell'assedio di Barcellona, e Bauter par. 1 fog. 84. Lo stesso pure oper Romano Peralta con la sua eroica assistenza fatta a Don Raimondo Berenguer, XII. Conte di Barcellona, e primo Principe d'Aragona, suo strettissimo parente, nell'assedio di Lerida, discacciandone l'usurpatore l'anno di nostra salute 1038. come dice l'istesso Bauter loc. cit. fog. 84. God questa nobilissima Famiglia il Marchesato di Saluzzo per molti secoli, come dice il P. Lengueglia ritrat. 17. fog. 563. Fu anche questa Casa, per riflesso di Filippo Peralta, fratello uterino di Costanza, sposa del R Pietro III. d'Aragona, in tanta venerazione nella Corte del R Giacomo II. che non solo intervenne con esso a strettezze di parentela, ma di tutto il dispotico di quella vasta Corona, con tanta benevolenza del R, che fece maritare con esso Donna Aldenza Fernandez, Signora della Baronia di Castro, e Peralta; il di cui Padre ebbe per moglie l'Infanta Eufemia, sorella del R Pietro, e la madre fu figlia di Mois Pierez di Peralta, Gran Contestabile del Regno di Navarra, primo erede di Don Pietro, Conte di Monteglia, figlio di Carlo I. R di Navarra. Da questo real matrimonio nacquero molti figli, e tralasciando il discorrere degli altri, parler solamente di Raimondo Peralta, Secondogenito, ed erede della Baronia di Peralta, allora in Aragona. Egli dunque sotto il R Alfonso IV. fu onorato colla carica di Grand'Almirante, e Generale dell'armi contra la Sardegna l'anno del Signore 1335. nella quale famosa spedizione Raimondo sorvol a quel grado di gloria, che lo rese nel Mondo famoso sopra ogn'altro Eroe; poich col suo valore ridusse quell'impresa a glorioso fine nello spazio di 10. mesi, quando che da molti altri non poteva perfezionarsi in molti anni: lo dice il Surita lib. 6. p. 65. fog. 68. Morto poi il R Alfonso, si risvegliarono nella Sicilia guerre s fiere l'anno 1337. che indussero il R Federico figlio d'Alfonso, e stretto parente di Raimondo Peralta, a trasmetterlo investito colla dignit di Generalissimo in questo Regno di Sicilia, colla facolt dell'assoluto comando della Citt di Palermo, allora assediata da Roberto R di Napoli; il quale alla sola comparsa di Raimondo Peralta, predicato dalla fama per insuperabile, abbandon l'assedio, e fugg, con avere ricevuto una notabile sconfitta, bench vi restasse il Peralta ferito. Restato per in una pacifica tranquillit il Regno, lo prosegu Raimondo a governare colla carica di Vicario Generale, di gran Cancelliere, ufficio tolto al ribelle Damiano Palici, e di grand'Almirante, avendone ricevuto in premio il Contado di Caltabellotta, con li suoi membri, di Caltavuturo, Borgetto, Castell'a Mare del Golfo, che erano tutti stati levati a quel gran Cavaliere Federico d'Antiochia, ribelle del R Pietro II. come per Privileggio nell'Archivio del Regno l'anno 1337. riferito dal Lengueglia loc. cit. Cedendo Raimondo alla fine, oppresso dall'incarco degli anni incontr la morte, accelerata dalle sue gloriose fatighe, in Palermo, lasciando erede delle sue ricchezze Guglielmo Peralta, suo figlio, giovane non meno spiritoso, e di gran valore di quello si fu il padre. Sposatosi Guglielmo con la figlia del nobile Matteo conte di Sclafani, e d'Adern, chiamata Aloisia, per difetto di linea maschile ebbe il dominio degli stati del socero; e dop aversi sbrigato d'alcune dissenzioni, e liti avute con suo cognato, Matteo Perollo, (che pure aveva in moglie un'altra figlia del detto Matteo di Sclafani, chiamata Francesca,) alla fine venuti ad un'amichevole concerto, vissero ambidue nella citt di Sciacca con tutta cordialissima corrispondenza. Da questo Guglielmo nacque un altro Guglielmo, detto volgarmente il Conte Guglielmone Peralta. Questi fu quegli, che edific in Sciacca quella sodissima Fortezza, che al presente i Sciacchitani chiamano il Castello Nuovo, quale stimarono molti egregj Ingegnieri, che sono stati di passaggio in Sciacca, essere riguardevole, e per l'architettura, e per l'artificio militare, bench alla moda degli antichi: quel Guglielmone, che fabbric pure quel ricchissimo, e sontuosissimo Monastero di Santa Maria dell'Itria, chiamato da' medesimi Sciacchitani il Monastero Grande, dotandolo d'immense ricchezze, ed arricchendolo col dono di due Spine di quelle, che trafissero il capo al nostro Redentore, assegnandogli pure entrate bastanti non solo a sostentarsi un numeroso stuolo di Religiose, ma ancora a sollennizzarsi ogn'anno un Ottavario, e due sollennissime Processioni alle sudette Sante Spine. Prese questo Signore per moglie l'Infanta Leonora d'Aragona, figlia di Giovanni, Duca di Randazzo, e figlio Secondogenito di Federico II. R di Sicilia, come per contratto negli atti di Notar Gioachino Agliata a 30. Ottobre 1. Ind. dell'anno di nostra salute 1388. transuntato in Palermo a 14. Gennajo 7. Ind. dell'anno 1406. lo dice l'Inveges nel Palermo Nobile a fog. 369. Riusc il cennato Guglielmone Peralta Cavaliere, quanto virtuoso, altrettanto severo; e veniva in un punto istesso amato, e temuto, non solo dagli Sciacchitani, ma ancora dal Regno tutto, avendo l'assoluto dominio di molte Piazze, come di Sciacca, Mazzara ed altre Citt Reali: onde diede assai che fare con la sua potenza all'istesso R Martino, in disgrazia del quale, e da esso dichiarato ribelle, mor in Caltanissetta, come pi diffusamente si dir in appresso. Rest unico di lui erede Nicol Peralta, suo figlio, che ebbe per moglie Elisabetta Chiaramonte di Sciacca, figlia del conte Manfredo Chiaramonte, con la dote della Terra di Bivona, ritrovandosi in questo tempo Maestro Giustiziero del Regno, e Reggio Castellano, e pocomeno che Dominante della Citt di Sciacca sua Patria. Dove bench avesse perseverato nella fellonia del Padre contra il proprio Regnante, come a suo luogo dirassi; nulladimeno fin i suoi giorni nella medesima Citt di Sciacca rassegnatissimo al suo Sovrano, lasciando eredi del suo vasto dominio tre sue figlie femmine, cio Giovanna, Margarita, e Costanza. Margarita d'ordine del R Martino fu sposata ad Artale di Luna, parente del sudetto Regnante, con la dote della Contea di Caltabellotta; e questo matrimonio fu la causa della fierissima inimicizia tra la famiglia Luna, e la famiglia Perollo, e per conseguenza del memorabile Caso di Sciacca. Costanza fu sposata ad Antonio Incardona, Conte di Reggio; e Giovanna, figlia maggiore, cedendo al dolore della perdita del padre, sene mor. Lasci pure il Conte Nicol Peralta un figlio naturale, chiamato Raimondello, a cui lasci la Baronia di San Giacomo; e da questo derivarono i Signori di Peralta, quali con tanto splendore si trattennero nella Citt di Sciacca, che apparentarono con le pi nobili Famiglie di essa. Da questi pure deriv quel Girolamo Peralta, barone di San Giacomo, che fu aderente al Conte Don Sigismondo Luna nel cennato Caso di Sciacca. Per suo Stemma leva questa nobilissima Famiglia un campo diviso per mezzo, quello di sopra  di color celeste, e quello di sotto d'argento.
 Capitolo XXXIV.
Della Famiglia Perollo.
La Famiglia Perollo fu la principale per il gran Caso di Sciacca.
Fu nobilissima, ed antichissima nella Francia, originata da Guntrano, Gran Duca d'Angen, e di Perignon, amplissime Provincie di quel Regno. Quale Guntrano dop aver dato gloriosissimo fine, con Clodoveo II. R di Francia, alla fierissima guerra contra i Germani nell'anno di nostra salute 652. combattendo, e comandando da Capitan Generale, avvenne, che in un fatto d'armi improviso ritrovatosi fortemente bloccato da numerosi nemici, che senza respiro lo incalzavano da ogni parte, avvalorati dalla presenza del R nemico, combatt con valore cos sovrano, che dissipando i nemici, ed incontrando il medesimo R, con ucciderlo, lo rese glorioso trofeo del suo valore: il di cui capo posto sopra una lancia a veduta de' nemici, talmente l'intimor, che li pose in un confuso spavento: ed in tal maniera restitu la quiete perduta al Regno con gran contento del Regnante Clodoveo. Nemico poi Guntrano dell'ozio, intraprese da se solo la conquista dell'ampio stato di Perignon, sopra cui aveva ragionevoli pretensioni; e doppo due anni di continuate vittorie, lo conquist felicemente, ed ivi sopra d'un alto Monte, nominate Peraul, fabbric per segno de' suoi trionfi una fortissima Torre; ed allora dal luogo sudetto prese il cognome Perollo, e dal Castello, o Torre l'Insegna del suo Casato; e prevenuto all'et d'anni 35. spos Clauteria, figlia del R Clodoveo, ed in tal modo arriv all'apogeo delle sue grandezze: il tutto dice il Conte Loschi tom. 1. Nell'anno poi 923. regnando Eudo nella Francia, un altro Guntrano, dal primo discendente, prese per moglie la figlia del R di Borgogna; quale R morto senza figli maschj, chiam Guntrano, suo genero, alla Corona, che fu nel 948. onde sed questa Real Famiglia sul Trono della Borgogna sino al tempo d'Ugo Capto, R di Francia; con cui avute premurose pretensioni, sostenne per ispazio di 9. anni un acerbissima guerra, che non potendo pi sostenere, fu forzato cedere alla fine l'anno 996. la Corona a quel Regnante, ed allora lasciata la Borgogna, si ritir nel suo dominio d'Angen: lo riferisce il Mugnos nel suo Teatro Genealog. fog. 193. ed il P. Candela nel suo Nobiliario di Sciacca; quale in conferma rapporta molti Autori di grido. Da questo Guntrano II. nacque Guglielmo Perollo; dal quale poi ne provennero Roberto Signore del Gran Ducato d'Angen, e Giliberto Signore di Perignon: Roberto rest a signoreggiare il suo stato nella Francia; e Giliberto Perollo sposato con Aldelia, nipote di Adelasia, figlia d'Ottone Imperatore Greco, seconda moglie del Conte Rogiero, ed unito col detto Conte suo zio, pass in Italia con la moglie Aldelia, e con un suo figlio, chiamato Guglielmo, a portar le armi contro de' Saraceni: da dove nel 1071. pass in Sicilia per li medesimi stimoli di acquistar gloria al suo nome. Liberato il Trinacrio Regno dalla tirannide degl'Infedeli, e riuscito a Giliberto di tutto genio il Clima Sicano, ebbe a grado far residenza in quelle Terre, delle quali teneva il dominio, che ne aveva conquistato col suo valore, e che li furono confermate dalla reggia munificenza del regnante Rogiero. Ed in questo tempo, restato vedovo della sua cara sposa Aldelia, il conte Rogiero, suo zio, volle, che passasse alle seconde nozze con sua figlia Giulietta, che gi pure era restata vedova del suo amato sposo, il Conte Zamparrone; e si celebrarono queste nozze in Sciacca, quando Giliberto era di gi arrivato all'et di anni 51. colla dispensa Pontificia; ed ebbe allora in dote l'assoluto dominio della Citt di Sciacca, col suo Territorio, del Reggio Castello, e della Cappella Reale della Vergine Annunziata, fabbricata dal sudetto Conte Rogiero nella Chiesa del Salvatore, oggi de' RR. PP. Carmelitani, con la Signoria di Gagliano, della Terra dell'Aquila in Napoli, e di altre Terre, Feudi, e Territorj, come viene riferito da Fr Simeone Lentini nella Vita del Conte Rogiero fog. 72. ed anche appare il tutto per un Privileggio del sudetto Rogiero, dato in Sciacca a 10. giugno, 8. Ind. nell'anno 1100. ch' del tenore seguente.
Jesus. In nomine Dei terni, & Salvatoris nostri Jesu Christi. Amen. Rogerius, Dei gratia, Comes Trinacri &c. & Christianorum Adjutor, considerantes grata, & accepta servitia, honores, & beneficia, per vos, nobilem, & circumspectum virum, Gilibertum Perollo Nortmannum, Dominum Galliani, Nepotem nostrum charissimum, ac dilectissimum, qui cum magno equitum comitatu Nobis, & nostr Curi ben servisti, & multos Saracenos cum tuis manibus debellasti, ut Nobis constat, & oculatim vidimus, laude dignus, ac prmio; ide damus, & concedimus tibi, hredibus, & successoribus tuis in perpetuum, Terram cum Castro Sacc, ac etiam Regali nostra Ecelesia, sub titulo dell'Annunziata, extra mnia prdict Terr, ex parte Occidentis: & hoc succedente casu, qud absit, mortu fili me amatissim, ac inclyt Juliett Nortmann, Domin dict Terr, & Castri, ac Ecclesiarum, cum omnibus, & singulis suis justis juribus, & pertinentiis, ut ad prsens est. Unde ad certitudinem veritatis fieri fecimus prsens Privilegium, nostra manu propria signatum, & communi sigillo munitum. Datum in dicta Terra Sacc die decimo Junii, 8. Ind. 1100. Comes Rogerius Rolandus. Loco  sigilli. Datum per manum notarii Thom apud Urbem Panormi anno Incarnationis Domini millesimo centesimo, mense Junii, Ind. octava, anno ver gloriosissimi, ac famosissimi Comitis Rogerii quadragesimo. Amen, Amen. Ex consimili in pergameno, conservato in Arca Privilegiorum, & Scripturarum Archiepiscopats Messanensis Ecclesi, & nunc ints Thesaurum nobilis Civitatis Messan, prsens copia exemplata est, & cum solito sigillo Civitatis in pede munita. Messan 1. decembris 14. Ind. 1569. Coll. Sal. Jo. Philippus N. S. &c.
Quale dominio della Citt di Sciacca, e del suo Territorio goderono i posteri di questa gloriosissima Stirpe insino a Guglielmo il Malo, R di Sicilia, che glieli cambi con altri Feudi, e Territorj, lasciandogli solamente il dominio del Castello Vecchio, e della Cappella Reale, quali oggi ancora godono. Morto Giliberto Perollo, lasci quattro figli maschj, cio Guglielmo, avuto da Adelasia, sua prima moglie, e Giorgio, Matteo e Lodovico, avuti da Giulietta, sua seconda sposa. Lasci Guglielmo erede delli Stati, che teneva nella Francia: e questi, massimo nel valore, e grande nel sapere, parve, che non solo avesse accoppiate in sestesso le virt del padre, ma che ancora le ostentasse maggiori, ottenendo per premio de' suoi gran meriti la Signoria della Terra di Veria, e pi volte la carica di Maestro Giustiziere del Regno, come nell'anno 1144. e 1151. e la dignit di Stratic di Messina l'anno 1154. Si spos con Girolama, Dama di sangue reale, in Sciacca, ove fece la sua residenza, ed ove alla fine mor carico di glorie, e fu sepolto nella sua Reale Cappella. Giorgio, Matteo e Lodovico furono dal sudetto Giliberto lasciati eredi di tutti quei beni, che teneva in Sicilia, ed in Napoli; ed il Conte Rogiero, loro zio, primo R di Sicilia, e fratello di Giulietta, loro madre, non lasci onore, n dignit, che in persona di questi Eroi non conferisse. Quindi si fu, che fece Lodovico Perollo, Terzogenito di Giliberto, Generalissimo delle sue Armi; e sposatolo colla figlia del Principe di Salerno, ne nacquero due figli, Antonio, e Giliberto: questi fu sposo d'una figlia del Duca di Bivona; ed Antonio fu spedito dal zio Guglielmo a sedare i tumulti de' ribelli del suo Stato di Perignon, fomentati da Filippo II. R della Francia; nella quale impresa, doppo molto gloriose azzioni, dando saggio del suo gran valore, fu ultimamente ucciso in un fatto d'armi, colla perdita dello Stato, l'anno 1180. Matteo, secondo figlio di Giliberto, e fratello di Lodovico, fu due volte Stratic di Messina. Giorgio Primogenito fu onorato dal R Rogiero, suo zio, colla carica di Vicario Generale di tutto il Regno, e due volte fu mandato Ambasciatore in Roma al Sommo Pontefice. Da questi nacquero quattro figli; ed il primo fu Matteo Perollo; ma tralasciando la Genealogia degli altri figli di Giorgio, descriver solamente quella di Matteo, da cui incominci a diramarsi in Sciacca questa Real Famiglia; li cui discendenti sempre goderono il titolo tanto onorifico di Barone, e di Milite. Come in fatti Matteo Perollo fu Signore della Terra di Ciminna, e sposatosi con Francesca di Sclafani, figlia del Conte Matteo di Sclafani, e d'Adern, ne nacque Giovanni Perollo; il quale fu un Cavaliere assai spiritoso, e possed la Signoria di Castello a Mare del Golfo, colla Baronia della Salina, della Culla, di Pandolfina, di San Bartolomeo, ed altri. Questi nell'anno 1398. fu fatto dal R Martino Maestro Giustiziere, e Consigliere di Stato, e di Guerra nel 1444. come si vede dall'iscrizione posta nella sua Cappella, che  nel Convento del Carmine in Sciacca. Questi fu quegli, che, pretendendo la figlia di Nicol Peralta, Conte di Caltabellotta, in isposa, e vedendola per ordine del R Martino sposata ad Artale di Luna, sparse i primi semi del Caso di Sciacca, come altrove dirassi. Egli perch soccorse alla Regina Bianca, assediata da Bernardo Caprera con 500. cavalli, mantenuti a sue spese, ottenne il Privileggio fra gli altri, che tenea, di sepellirsi con bandiera, e armi bianche, quali al presente si vedono nella sudetta Cappella: lo dice il Surita, che descrive questa Istoria, nel lib. 11, cap. 7. Questo Giovanni ebbe un cugino, chiamato Delfino Perollo: e nel 1343. in tempo, che regnava Lodovico R di Sicilia, avendo il detto Lodovico fatta una larga composizione a tutti i Baroni del serviggio militare, fra gli altri baroni della Citt di Sciacca vi fu il detto Delfino Perollo: lo dice Mugnos nel Vesp. Sicil. fog. 204. quale pure fu nominato fra i Baroni eletti dal R Pietro l'anno 1293. come l'istesso Mugnos nel luogo cit. fog. 174. Giovanni in fine ebbe per moglie Livia Squarciafico, figlia del Signore della Pantellaria, e da loro nacquero Pietro, Matteo, Gaspare, e Giovanni. Matteo Secondogenito fu dal Padre fatto erede della Signoria del Castello della Sala, della Baronia di Calamonaci, e del Ponte; dal quale incominci poi a distendersi questo ramo nella Citt di Sciacca in pi illustri Baroni di padre in figlio; e fra gli altri vi fu Girolamo Perollo, Barone del Ponte, quale ebbe ad essere uno de' personaggj, che furono nel Caso di Sciacca; e l'ultimo di questi Baroni del Ponte fu Don Vincenzo Perollo, che, morto senza figli, lasci erede Donna Calogera, sua sorella. Gaspare, Terzogenito di Giovanni, fu dal Padre lasciato erede della Baronia del Cassaro, e di Bonfiglio; il quale sposatosi con una Signora di Casa Graffeo, ne provennero poi pi discendenti; e fra questi vi fu Federico Perollo, che in tempo del Caso di Sciacca si ritrovava Capitano di Giustizia della Citt: vi fu pure fra questi un Giam-Battista Perollo, il quale eresse da' fondamenti, e dot di abbondantissime entrate un Colleggio de' RR. PP. Gesuiti nella Citt di Sciacca; quale  di tanta magnificenza, che si vanta il quarto Collegio del Regno. Giovanni, che fu l'ultimo figlio, sene mor fanciullo. Ma Pietro Perollo, primo figlio di Giovanni, rest erede universale di tutto lo restante del vasto dominio del padre, come della Signoria di Castello a Mare del Golfo, della Baronia di Pandolfina, della Salina, della Culla, di S. Bartolomeo, e d'altre. Questi ebbe per moglie Francesca del Carretto, e ne nacquero molti figli; li maschj per furono Domenico, Nicol, Stefano, ed Antonio. Questi  quel Pietro, che fu dotato di spiriti cos generosi, che ebbe ardire di tentare quel temerario eccesso contra Antonio Luna, figlio di Artale, assaltandolo, e colpendolo in una sollenne Processione, a veduta d'un popolo assistente: e finalmente mor in Sciacca, lasciando tutta l'eredit a Domenico, suo Primogenito; perch Nicol, Stefano, ed Antonio si portarono nella Francia, per militare a favore di quella Corona. Domenico dunque, fatto Capo della Famiglia Perollo, si marit con una Signora di Casa Alagona, e ne nacquero Andrea, Pietro, e Giacomo. Giacomo fu dal Regnante onorato col titolo di Reggio Consigliere; da cui nacque Domenico, che fu Barone di Licoda, e da questo ramo ne venne N. Perollo, che eresse, e dot il Monastero di Santa Maria dell'Oreto in Sciacca: lo dice Pirri not. 3. fog. 336. Pietro, secondo figlio del sopranominato Domenico, ebbe la Baronia di Pandolfina; e da questi nacque un altro Domenico Perollo, che dal R Ferdinando, il Cattolico, fu fatto Presidente della Sicilia. Da Domenico nacquero Giacomo, e Cosimo: questo si marit con una Signora di Casa Impugiades, e mor senza erede; Giacomo Primogenito si spos con Donna Contessa Moncada, figlia di Don Ferdinando Moncada, Barone di Francofonte, secondo figlio di Don Guglielmo Raimondo, VI. Conte d'Adern; il quale Giacomo, oltre all'essere Barone di Pandolfina, fu Reggio Portolano della Citt di Sciacca, sua Patria. Questi fu quel Giacomo, che, se avesse saputo regolare le proprie inclinazioni, e non si avesse tanto invanito della propria grandezza, sarebbe stato a suoi tempi senza pari. Questi fu quegli, che serv di Paggio d'onore nella Real Corte di Spagna al R Ferdinando, il Cattolico, insieme con D. Ettore Pignatelli, che fu Vice-R di Sicilia. A questo Giacomo era rimasta una certa sovranit sopra la Citt di Sciacca, ed altre Citt, e Terre convicine, che, non potendolo soffrire gli altri Nobili di Sciacca, lo fecero mettere in discordia con Sigismondo Luna; onde ne provenne quel memorabile Caso di Sciacca. Da questo Giacomo dapoi ne nacquero successivamente molti altri Baroni di Pandolfina, l'ultimo de' quali fu Don Giacomo III. da cui nacque solamente Donna Francesca Perollo, che fu Baronessa di Pandolfina; la quale si spos con Don Ferdinando Monroy, Marchese di Garsigliano. Da Andrea, Primogenito del sopranominato Domenico, maritato con Girolama Ventimiglia, e Montaliana, sorella del conte Francesco di Geraci di Sciacca, nacque Giovanni II. che fu Barone del Cillaro, Gulmo, Castellazzo, della Salina, Culla, ed altri; il quale sposatosi con un'altra Dama di Casa Ventimiglia, ne nacquero tre figli maschj, Nicol, Calogero, ed Alfonso. Da Alfonso, terzo figlio, a cui fu lasciata dal Padre la Baronia della Culla, nacque Benedetto Perollo, Barone della Culla; il quale ebbe ad essere in ajuto di Giacomo Perollo nel Caso di Sciacca. Da questo successivamente di padre in figlio nacquero molti altri Baroni della Culla, e l'ultimo fu Don Francesco Perollo, che lasci erede della Baronia, e di tutto il suo valsente Donna Francesca Perollo, sua unica figlia: la quale diede principio alla fabbrica della Terra di Lucca, donde prese il titolo di Marchesa; e non avendo generato figli con il Principe di Campofranco, suo sposo, fece donazione del tutto doppo morte al Collegio Nuovo de' Reverendi Padri Gesuiti della Citt di Palermo; li quali dapoi cambiarono detta Terra col Principe di Cut, dandogli questi li Feudi di Scorciavacchi, che al presente detti Padri possedono. Da Calogero, Secondogenito del sopranominato Giovanni, da cui li fu lasciata la Baronia della Salina, nacque Gian-Paulo Perollo, il quale ebbe ad essere uno dei maggiori personaggj, che intervenissero alla Tragedia del memorabile Caso di Sciacca, dopoch ritorn dalla Francia, dove fu Coronello sotto il comando di Lodovico XII. Da Gian-Paulo nacque Accursio Perollo, Barone della Salina, il quale si spos con Franzina Montaliana, e ne nacque D. Francesco; che sposatosi con D. Brigida Perollo, figlia di Don Pirro Perollo, Barone di Pandolfina, gener D. Accursio II. Da questo ne nacquero Giovanni, Guglielmo, Francesco, ed altre femine. D. Giovanni fu Barone della Salina, e mor senza figli; Guglielmo, abbandonate le delizie della Casa, ed il titolo, e Feudo della Salina, con gli altri effetti, entr ispirato da Dio nella Serafica Religione de' RR. PP. Capuccini, ove prese il nome di Francesco Maria da Sciacca; e doppo aver menata una vita esemplare nell'astinenza, e mortificazione, ed in ogni altra virt per lo spazio di anni 50. sene mor in Palermo di anni 71. con fama di santit a 7. marzo 1717. D. Francesco Perollo, terzo figlio di D. Accursio, avanzato in et di anni 50. per impulso divino abbracci pure lo stato Ecclesiastico, ordinandosi Sacerdote; e mor in Sciacca a 7. Novembre 1709. d'anni 62. Nicol Primogenito del gi sopranominato Giovanni, ebbe li Feudi, e le Baronie del Cillaro, Culmo, Castellazzo, e tutto il resto dell'eredit paterna. Da questo nacque Gian-Filippo, che fu Barone del Cillaro; e questi fu nel Caso di Sciacca in ajuto di Giacomo, suo zio, ed ebbe per sua sposa una sorella di Gian-Vincenzo Tagliavia, ed Aragona, primo Conte di Castelvetrano. Da Gian-Filippo nacque Vincenzo; da questi nacquero D. Carlo, e D. Giovanni: da D. Giovanni ne nacque D. Vincenzo Perollo, che fu l'ultimo Barone del Cillaro, e che gener D. Arcadio, da cui nacquero D. Francesco Perollo e D. Anna, ancor viventi, e commoranti in Palermo. D. Anna  sposata con D. Giuseppe Catena, ed il sudetto D. Francesco, per la morte della sua prima moglie, D. Leonora Ferreri, pass a seconde nozze con D. Anna Agliata, sorella del Barone di Solanto; dalla quale ebbe due figli maschj, D. Emanuele, e D. Arcadio, di minore et, quali si spera, che riduceranno col chiarore della loro nobilt, e virt altra volta al primiero splendore la Famiglia Perollo. N manc pure questa illustre Prosapia di esser feconda d'altri celebri Eroi senza numero, quali goderono molte Terre di Vassallaggio, nobilissimi Feudi, ed amplissimi Territorj, con titoli di Baronie, e Signorie, che tutti sono stati originati dalle pi nobili Famiglie, che allora risplendevano in Sciacca, e nella Sicilia, imparentate con la Famiglia Perollo. N mancarono ancora altri soggetti degni d'immortal memoria, discendenti da questa nobilissima Famiglia, che maggiormente la illustrarono, o con dignit Ecclesiastica, o con isplendore di Religione, o con gloria di vita esemplare: poich ebbe un Rogiero Perollo Vescovo di Conturbia nella Francia, un Dionisio Vescovo di Remi nell'istessa Francia, un Guglielmo Abbate Cisterciense, un Domenico, ed un Cosimo, Cavalieri Gerosolimitani, un Accursio Cavaliere di Santo Spirito in Fiorenza, e moltissimi altri Religiosi, cos maschj, come femine, che sono morti con fama di Santit. Al presente questa Famiglia in Sciacca  di gi estinta, dop di avervi fatta gloriosa dimora per lo spazio di pi di sei secoli. Per suo Stemma leva una Torre d'oro in campo azzurro.
 Capitolo XXXV.
Della Famiglia Plaja.
La Famiglia Plaja non ebbe aderenza alcuna con li due nemici, Luna, e Perollo, nel Caso di Sciacca.
Questa nobile Prosapia tre volte venne in Sicilia da tre parti diverse dell'Europa. La prima volta venne dalla Catalogna; e fu, quando Rogiero Plaja accompagn il R Pietro I. l'anno 1282. lo scrive Giovanni Sanchez, citato dal Mugnos fog. 53. lo riferisce ancora lo Inveges nel Palermo Nobile fog. 108. ed allora facendo la sua residenza in Palermo, govern quella Reggia con gli ufficj di Pretore, e Senatore: ed infatti il detto Rogiero Plaja, nobile Catalano, fu Pretore in Palermo nel 1319. ed ancora nel 1322. come riferisce il Mugnos nel Vespro Siciliano fog. 285. fu pure Senatore nel 1323. come il detto Mugnos fog. 286. Venne questa nobile Famiglia la seconda volta in Sicilia dalla nobilissima Citt di Pisa sotto il comando di Federico III. l'anno 1330. e fu, quando Andrea Plaja venne insieme con Corrado, e Luca Cosmerio, fratelli, Pietro Cal, e Gerardo Staiti, Generalissimi Pisani. Ed in questi tempi si vidde pure in Palermo un Guglielmo Plaja Senatore nel 1470. un Pietro Antonio Plaja pure Senatore nel 1473. 1479. 1485. 1489. 1494. e 1497. Pretore nel 1502. e nel 1509. come dice Mugnos nel luogo citato a fog. 287. 308. 310. 311. 313. 314. e 315. Fu pure Pompilio Plaja, Barone di Batticane, Senatore in Palermo l'anno 1600. e 1618. Mugnos nell'istesso luogo a fog. 343. e 350. Venne l'ultima volta la nobile Famiglia Plaja nella Sicilia da Valenza sotto il comando del R Martino l'anno di nostra salute 1392. con Artale di Luna: e furono Antonio Plaja, Marco, e Martino Plaja, padre, e figli, in compagnia del nobilissimo Ferrerio de' Ferreri, fratello uterino del detto Antonio Plaja, e zio delli cennati Marco, e Martino Plaja: vennero pure con essi Antonio Pardo, ed Antonio Arnao, il primo fondatore della Chiesa di Santa Margarita in Sciacca, e'l secondo della Cappella del Carmine della medesima Citt. Ferrerio de' Ferreri, dop aver dimorato in Palermo qualche tempo (ove nel 1381. fu Senatore,) elesse la sua residenza in Sciacca, allettato dalla salubrit dell'aere, che ivi si godea, portando in sua compagnia Antonio Plaja, suo fratello, e Marco, e Martino Plaja, figli di detto suo fratello, e suoi nepoti. Che il sudetto Antonio Plaja sia stato fratello uterino di Ferrerio de' Ferreri, si fa chiaro da un istrumento publico celebrato per gli atti di Notar Pietro di Liotta di Sciacca a 17. Ottobre 9. Ind. 1416. e che Marco, e Martino Plaja, fratelli, siano stati suoi nipoti, lo manifesta il medesimo Ferrerio, allora quando, venendo a morte, lasci a Marco Plaja, suo nipote, li Feudi di Bilichi, chiamati la Massaria Vecchia, il Feudo di Casali, il Feudo, ed il Castello della Sala, come appare per suo testamento celebrato per gli atti di Notar Albo Triolo a 10. Luglio 11. Ind. 1403. ove lasci pure Antonio Plaja, suo fratello, fidecommissario delle sue disposizioni, col legato di onze venti: ed essendo il sudetto Marco uno delli Giurati di Sciacca, diede al R Martino un grosso donativo, ed ebbe dal medesimo l'investitura, e la conferma delli sudetti Feudi: e ci per li serviggj fatti da' suoi predecessori al sudetto Regnante, come furono Rogiero, e Pietro-Antonio Plaja. Si spos dapoi Marco Plaja con una Dama di Casa Giojeni, e and ad abitare in Palermo, ove gli nacque un figlio, chiamato Lodovico Plaja; quale morendo senza figli, lasci erede de' suoi beni Serena Ferreri, sua zia, figlia del cennato Ferrerio: dalla quale Serena, morta senza prole maschile, ne provennero, per la mediazione delle figlie femine, li Principi di Castel-Termini di Casa Termini; i quali, possedendo l'eredit di detta Serena, possedono pure la Casa degli antichi Baroni di Batticane di Casa Plaja. Rimasti dunque abitatori di Sciacca Antonio, e Martino Plaja, padre, e figlio, questi imparentato con le pi nobili Famiglie di detta Citt, comparve ricco di Territorj, e di Rendite. I suoi eredi poi, per non s che misfatto commesso nella Patria, furono costretti a partirsi da essa, e ritirarsi, come in sicuro asilo, nella Terra di Busacchino, sotto la protezione dell'Arcivescovo di Monreale, con cui passavano strettissima alleanza. Ma in queste peripezie furono forzati a consumare il maggior valsente delle loro ricchezze. Migliorato lo stato della loro sorte, tirati dall'amore della Patria, ritornarono altra volta in Sciacca l'anno 1498. amministrando al solito i primi ufficj di essa. Ultimamente questa Famiglia si estinse in Francesco Plaja, Genitore di Margarita Savasta, madre dell'Autore, nel 1678. che fu lasciata erede d'un delizioso Giardino, situato nella Contrada di Carbone di detta Citt, quale ancora a nostri giorni si chiama il Luogo di Plaja. S'arma la detta Famiglia con un campo diviso, in quello di sopra vi sono tre palle d'oro in campo rosso, in quello di sotto vi sono tre sbarre d'oro in campo azzurro.
 Capitolo XXXVI.
Della Famiglia Siragusa.
La Famiglia Siragusa fu aderente al Conte Luna contra il Perollo.
Fu nobilissima nel regno d'Aragona, e nella citt di Saragoza, da dove prese il cognome. Venne in Sicilia con Pietro I. R di Sicilia l'anno 1283. e fece la prima residenza in Palermo, Bizini, e Noto, dove fior appresso il R Federico II. con molta splendidezza. Da Noto si confer in Sciacca l'anno 1465. ove Marco Siragusa spos Livella Tagliavia di Sciacca, discendente da' Signori Conti di Castelvetrano; onde molto si aumentarono le sue ricchezze, tanto che a sue spese fece una ben armata Galea per serviggio della Corona, come appare per lettere reali di Salvaguardia di non molestarsi le persone di detta Galea, date nell'anno 1472. Antonio Siragusa di Sciacca fu da Filippo II. R delle Spagne chiamato alla sua Real Corte coll'onore, e titolo di reggente del Supremo Consiglio d'Italia. Carlo Siragusa, suo figlio, fu Avvocato Fiscale del Real Patrimonio, e Giacomo Siragusa, suo discendente, fu Maestro Secreto della Citt di Palermo, Capitan d'Armi del Val di Mazzara, e Maestro Portulano. Possed questa nobile Famiglia le terre di Collesano, e Bizini, colle Baronie di Mussica, e del Castellazzo, e di altri nobilissimi Feudi, e amplissimi Territorj. Ed in Sciacca pessed il Feudo della Siragusa, di Martusa, e Bonfiglio, pervenutigli da pi nobili matrimonj, contratti in detta Citt di Sciacca, ed in altre Citt del Regno. In Sciacca questa Famiglia ebbe le primarie cariche di Capitano, e Giurato insino a' miei giorni: e si estinse in persona di Don Giuseppe Siragusa. Scrive di questa Famiglia il Mugnos a fog. 124. e 170. il Surita par. 2 a foglio 113. 117. e 123. Si arma con un Castello d'argento, sopra del quale vi  una picciola Torre in campo azzurro.
 Capitolo XXXVII.
Della Famiglia Tagliavia.
La Famiglia Tagliavia non solo fu aderente al Conte Luna nel Caso di Sciacca, ma ancora al Perollo; ed uno di questa Famiglia si ritrovava Giurato della Citt.
Di questa nobilissima Famiglia non ho potuto avere sinora quelle distinte notizie, che da me si bramavano, per descriverla quale ella si fosse. Ella per (come riferiscono molti Autori) trasse la sua origine da' Cesari Svevi. Cos lo dice il P. Angelo Candela nella Nobilt Siciliana, Riccobeni nell'Orazione Funebre del Card. Simone Tagliavia, il P. Mariano Bicchetti nell'Orazione Funebre del P. Girolamo Tagliavia, Ciacconio nelle Vite de' Pontefici: ma il Mugnos nel suo Vespro Siciliano a fog. 192. vuole che la Famiglia Tagliavia abbia passato in Sicilia l'anno 1335. insieme con Federico III. R d'Aragona, e di Sicilia, quando Bartolomeo Tagliavia venne coll'onorevole grado di Maggiordomo della Regina Leonora, moglie del sudetto Federico, e figlia di Carlo II. R di Napoli. Onde l'istesso Mugnos nel luogo cit. porta la Genealogia di questo nobile Eroe in questa maniera: "Passarono con lei (parla della Regina Leonora) a suoi serviggj molti Cavalieri Napolitani, ed Italiani, tra' quali sono annoverati Bartolomeo Tagliavia, che fu poi Signore di Castelvetrano, che fu figlio di quel chiarissimo Barone Costanzo Tagliavia Milanese, uno de' Consiglieri dell'Imperatore Federico II." Quale Bartolomeo per il suo gran valore, ed esperienza nelle imprese pi ardue merit dal suo Sovrano una tale estimazione, che si rese appresso di quella Corona il pi intimo Familiare, e correva quasi al pari la sua colla reggia autorit; ed in questo Regno god tutte le preminenze, solite conferirsi a personaggi del sangue reale. Possed questa nobilissima Famiglia la Baronia di Castelvetrano, tolta a Tomaso di Lentini, ribelle alla Corona d'Aragona, Gian-Vincenzo Tagliavia, ultimo Barone di Castelvetrano (perch i suoi successori pigliarono poi il titolo di Conte, ed in appresso quello di Principe di Castelvetrano,) fu sposato a Beatrice d'Aragona con dote del Ducato di Terranova, Marchesato d'Avola, della Favara, della Valle in India, e della Baronia di Sant'Angelo. Questa Beatrice fu figlia di Giovanni III. d'Aragona, Barone d'Avola, e figlio naturale di Federico III. R di Sicilia, e d'Aragona. Per questo s eccelso parentado unirono i suoi successori al cognome di Tagliavia quello d'Aragona, ed intargarono in un medesimo Blasone vicino alla Palma, ch' Insegna Gentilizia della Famiglia Tagliavia, il quarto della Famiglia Aragona, che ostenta quattro pali per longo. Questo Gian-Vincenzo ebbe una sorella, che fu sposata a Gian-Filippo Perollo, Barone del Cillaro: e da questo parentado del sopradetto Gian-Vincenzo con la famiglia Perollo ne deriv, che egli avesse mandato soccorso d'Uomini armati a favore di Giacomo Perollo in tempo del memorabile Caso di Sciacca. Da questa nobilissima Prosapia Tagliavia ne provennero molti gloriosi Eroi, che apparentati colle pi nobili Famiglie d'Europa, diedero ne' suoi discendenti tanti Grandi alle Spagne, quanti sene viddero risplendere col carattere di Grand'Almiranti del Regno: come furono Giovanni Tagliavia, ed Aragona nel 1535. Carlo Tagliavia, ed Aragona nel 1545. un altro Carlo nel 1599. un Giovanni nel 1605. un Diego nel 1624. Da questo Diego nacque il terzo Carlo Tagliavia, ed Aragona, che fu il primo Principe di Castelvetrano. Questi fu quel gran Carlo, che per la sua sperimentata fede, ed incomparabile prudenza alla morte di Filippo II. fu designato Tutore di Filippo III. e condusse questa gloriosa tutela a fine cos felice, che, coronato il suo Reggio Pupillo Monarca delle Spagne, lo serv sempre investito delle cariche pi onorifiche, quali avesse potuto conferire un Regnante beneficato. Quindi or si vidde comparire colla carica di Vice-R di Sicilia, confermata per molti anni, come compatriota: or colla Vice-Reggenza del Regno di Napoli, ed ultimamente colla dignit di Assoluto Governatore di tutto lo Stato di Milano. Conferma questa reggia tutela il Mugnos nel Vespro Sicil. a fog. 139. ove dice: "Il principe Don Filippo III. di tal nome, come R di Castiglia, dopo la paterna morte acquist il Monarchico Scettro di Spagna, e per mancanza di et d'alcuni giorni govern per lui Carlo Tagliavia, ed Aragona, duca di Terranova in Sicilia." Un Diego Tagliavia, ed Aragona fu Capitan Generale dell'armi nel Regno di Napoli, e doppo Ambasciatore, inviato da Filippo IV. R delle Spagne, alla Maest Cesarea. Altri di questa nobilissima Stirpe furono Gran Contestabili, Reggj Camerieri, Generali delle Galee di questo Regno di Sicilia. Altri governarono da Stratic la Citt di Messina, ed altri la Citt di Palermo e quella di Sciacca loro patria, con le prime cariche di Capitani, Senatori, e Giurati. Tralascio quei, che nel Cielo della Gerarchia Ecclesiastica risplenderono quasi Stelle di prima grandezza: come furono due Principi porporati del Vaticano, cio un Pietro Tagliavia, ed Aragona, che fu prima Arcivescovo di Palermo, e doppo da Giulio III. Sommo Pontefice fu creato Cardinale nel 1553. sotto il titolo di San Callisto, ed un Simone Tagliavia, ed Aragona, creato Cardinale nell'anno 1583. come pure due Arcivescovi, sei Cavalieri di S. Giacomo, cinque Gerosolimitani, quattro di Calatrava, e tre d'Alcantara. Ha posseduto questa nobile Famiglia i titoli di Principe di Castelvetrano, Duca di Terranova, Marchese d'Avola, e della Valle in India, Conte del Burgetto, Barone di Sant'Angelo, con altri Feudi, e Territorj. E bench questi titoli, e dominj siano passati alla Casa Pignatelli, a causa di matrimonj della linea feminile, per mancanza della maschile; nulladimeno i discendenti di questa nobile Famiglia, che rimasero nella Citt di Sciacca hanno posseduto molti altri Feudi, e Territorj: come sono la Baronia di Perrana, Bertolino, Lazarino, Misilabesi, Monte di Sara, Grattavoli, Tabbasi, San Bartolomeo, la Terra delle Grotte, ed altri senza numero. E bench a nostri giorni l'istessa nobile Famiglia in Sciacca si veda divisa in tre rami, pure comparisce sommamente magnifica, possedendo molte Rendite, e Territorj. Ed infatti nel 1671. Don Mario Tagliavia, che fu padre di D. Raffaele, e D. Onofrio Tagliavia, god l'onore in feudum, per se, e suoi successori, del titolo del Marchesato di San Giacomo, che poi successe nella persona del detto D. Raffaele; il quale sposato con una Signora della nobilissima Famiglia Vanni Palermitana, sorella del Marchese di Roccabianca, gener due figlie femine, che sono ancora viventi: onde per mancanza di figli maschj il Marchesato pass nella persona del sopradetto D. Onofrio, suo fratello, che al presente risplende in Sciacca con somma lode di virt, e di merito. Si scorge pure illustrata questa nobile Famiglia nella persona del Signor D. Onofrio Tagliavia, e Capriata; il quale, per le sue rare qualit, ha tirato a se l'universale affezione non solo della Citt di Sciacca, ma della maggior parte della Nobilt di Palermo: a cui il Signore Dio ha dato molti figli, forse per non dar fine a questa Stirpe; nella bont de' quali si spera, che ridurranno al primo splendore la Famiglia Tagliavia: e fr essi D. Mario, Primogenito, essendo un giovine dotato di tutte le pi amabili, e preggevoli qualit, che devono risplendere in un nobile Cavaliere, non dissimili punto da quelle del padre, ha governato, e st governando presentemente con gloria di piucch senile prudenza la Citt di Sciacca negli ufficj supremi di Capitano di Giustizia, come nell'anno passato 1725. e di Giurato, come nell'anno presente 1726. Si vede ancora risplendere nella persona del Signor D. Francesco Tagliavia, presentemente Giurato della stessa Citt. Apparent sempre questa Famiglia in Sciacca con le principali Famiglie di essa.  per da sapersi, che Gian-Vincenzo Tagliavia, ed Aragona, Conte di Castelvetrano, nel tempo, che avvenne il Caso di Sciacca, sapendo essere assediato Gian-Filippo Perollo, suo cognato, nel Castello con Giacomo, mand 300. Cavalli in ajuto de' Perolli, quale soccorso, come dirassi, non giunse in tempo. E Baldassare Tagliavia ritrovandosi in quel tempo Giurato della Citt, per essersi scoperto complice del delitto del Luna, mor decapitato: ma Bartolomeo Tagliavia combatt col Luna contro il Perollo. Si arma questa Famiglia con una Palma d'oro a sette rami, tre per parte, ed una sopra, con due grappoli di dattili, con tre radici, col campo azzurro.
 Capitolo XXXVIII.
Della Famiglia Vasto.
La Famiglia Vasto, o Vasquez, fu aderente al Conte D. Sigismondo Luna, e combatt contro Giacomo Perollo nel Caso di Sciacca.
Si dovrebbe qu descrivere questa Famiglia; ma perch insino adesso, non ostante, che io avessi fatto esattissime diligenze, tanto fra gli Scribenti delle Famiglie nobili, quanto negli Archivi di questa Citt di Sciacca, non ho nulladimeno ritrovato Autore, che ne tratti, o Scrittura, che ne facci menzione. Solo posso dire (per quanto ho ritrovato in alcuni Manuscritti,) essere stata questa nobile Famiglia nella Citt di Sciacca, ed aver posseduto molte ricchezze, ed essere stata onorata con le cariche maggiori di essa: e che Cola il Vasto, unito col Conte Luna, cercava la morte del Perollo, per quello, che si  osservato in una antica lapide, e per quanto viene riferito da' Manuscritti. Per suo Stemma leva questa nobile Famiglia un'Imbordata d'oro in campo azzurro.
 Capitolo XXXIX.
Della Famiglia Ventimiglia.
La nobilissima Famiglia Ventimiglia fu aderente al Barone Pandolfina nel memorabile Caso di Sciacca.
Questa Famiglia fu nobilissima, ed antichissima, specialmente nella Francia, traendo la sua origine da Clodoveo I. R di Francia, l'anno 480. e per pi secoli ha sostenuto lo Scettro, e la Real Corona dell'istessa Francia: e nella persona di Carlo Magno Imperatore, che fu uno de' discendenti di Clodoveo, come pure di altri quattro gloriosissimi successori, ebbe per pi tempo a reggere l'Imperio dell'Occidente. Si diram poi questa Famiglia ne' suoi discendenti per tutto quasi il Mondo Cattolico, e ci fu parte per eredit, e parte per congiunzione di nobili matrimonj. Perderebbe il tempo chi pretendesse mettere in racconto istorico la moltitudine di tanti Eroi, quanti ne vanta questa gloriosa Prosapia: del resto chi  avido di sodisfare alla sua curiosit, legga il Maurolico fog. 89. Zazzera p. 1. fog. 185. Baronio fog. 15. Fazello fog. 225. Mugnos, Inveges ed altri, che per brevit io tralascio. Non posso bens tralasciar di dire, che Guglielmo Lascari, Conte di Ventimiglia (Contado di gran Signoria nella Liguria, come dice il Butero nel lib. 1. dell'Europa nella Liguria a fog. 69.) fu del sangue reale di Francia; e sposato ad una Dama reale di Sassonia, ebbe da essa Teodoro; quale, ambizioso di maggiori grandezze delle paterne, lasciando l'ereditario Contado in mano di suo cuggino, Guidone Guerra, sposato colla nipote del R di Sassonia, figlia di Alberto, suo fratello, sene pass in Grecia a militare sotto le armi dell'Imperatore Alessio; e con la virt del suo valore fattasi strada alla gloria, s'inoltr insino ad ottenere in isposa Baldoina, figlia del detto Imperatore. Ad esempio poi del cennato Teodoro, i suoi posteri, non men nobili, che valorosi, nemici dell'ozio non lasciarono di vagare per il Mondo, per incontrare forse o la fortuna del padre, o l'immortalit del nome. Maurolico nell'Istoria di Sicilia fog. 89. dice, che la famiglia Ventimiglia Siciliana sia Normanna d'origine, discendente da Rogiero Guiscardo, o dal di lui fratello; il quale, come si legge in una lettera, fu cos valoroso, che in poca piazza, ed in poco d'ora di venti milia Mori facesse grandissima stragge; per la quale opera, lasciando il cognome di Guiscardo, volle cognominarsi di Ventimiglia: allo che s'accorda l'opinione, che dice essere stato per parente riconosciuto il Conte Francesco Ventimiglia dalli Serenissimi Lodovico, e Federico R di Sicilia. Zazzera per rapporta l'Istoria di sopra cennata, e seguita a dire nella p. 1. a fog. 185: che vi fu Rogiero Ventimiglia, discendente dal sopranominato Teodoro, quale sposato ad una pronipote del conte Rogiero, figlia di Serlone Normanno, non trascorse molto, che col cennato Rogiero, e Roberto, fratelli Normanni, e con Serlone, suo socero, si accinse all'impresa di fugare dall'Italia, e dalla Sicilia i Saraceni. Ed infatti eseguirono tutto con prove di straordinario valore: ed allora la Cristianit tutta si conobbe obbligata al braccio Normanno, per vedersi disgravata dal tirannico giogo di quei barbari infedeli. Sia nulladimeno, come si voglia, io ritrovo (loche pure attestano molti Autori), come in moltissimi Privileggj, concessi al merito di questa Famiglia Ventimiglia Normanna-Siciliana, si legge, che tutti i R della Nazione Normanna si dichiararono per suoi stretti parenti: lo che si conferma dall'avere questa Famiglia da' tempi antichi sempre nelle sue Arme inquartato il Blasone Reale Normanno. Dal sopradetto matrimonio dunque, che Rogiero Ventimiglia, nipote del Conte Rogiero, fece con Elisabetta, sua cugina seconda, (quale fu generata da Serlone il giovane, figlio del sudetto conte Rogiero) venne egli a possedere la Signoria di Geraci, che li fu donata da Rogiero da Barnavilla, Signore di Geraci: come attesta Malaterra nel lib. 3. a fog. 31. e Pirri nella Cronologia de' R di Sicilia, a fog. 5. E perch questi Normanni Ventimiglia di Sicilia operarono sempre eccessi di sovrano valore in serviggio della Corona Normanna, Sveva, ed Aragonese, ottennero in premio dalla reggia munificenza Privileggj, Vassallaggj, Feudi, e Territorj amplissimi. Fra gli altri Giovanni Ventimiglia, primo marchese di Geraci, nell'anno 1448. con li tratti della sua molta prudenza, e con le attrattive del suo gran merito ridusse all'obbedienza reale la Citt di Siragusa, quando a ci fare si vidde inabile tutta la potenza reale di Alfonso, riportandone in premio dall'istesso R due Montoni di metallo, lavorati dalli medesimi Siragusani con artificio tale, che pareva d'essere animati, e non mancargli altro, che il moto: quali dapoi il Marchese Antonio, suo figlio, ripose per ornamento del suo sepolcro, ed al presente si ritrovano nel Reggio Palazzo di Palermo: cos Zazzera nel luogo cit. L'istesso Giovanni (come pur riferisce l'istesso Zazzera) nella difesa d'Epiro, e della Caramania in Grecia, fece grande stragge de' Turchi, e col valore dell'armi ripose nel possesso dello Stato Carlo Dispoto, Duca di Leocadia, e Signore di Cefalonia. Serv a Callisto III. Sommo Pontefice, di Capitano Generale delle armi Ecclesiastiche contra Francesco Sforza nelle guerre d'Ancona; tolse la Repubblica di Siena dalle mani del Conte Giacomo Piccinino; conquist la Sardegna, ed il Regno di Napoli ad Alfonso, e Federico, R d'Aragona, ricevendone da' medesimi (come scrive il Bitontini) per guiderdone la citt di Bitonto nella Puglia. Il Marchese Antonio Ventimiglia, figlio del cennato Giovanni, non meno, che il Padre, fu vittorioso, e nobilit maggiormente li Ventimigli Siciliani, poicch rest in trentadue battaglie sempre vittorioso, al numero delle quali giunsero quelle di Cesare, e Pompeo; onde ricev in premio per le sue fatiche la Citt di Catanzaro in Calabria con titolo di Conte: lo dice il Baronio a fog. 15. Guglielmo Ventimiglia, Signore della Terra di Ciminna, svel la congiura del Squarcialupo, trucidandolo con tutti i congiurati seguaci alli 8. di Settembre 1517. nella Chiesa della Santissima Annunziata di rincontro al Convento di S. Zita de' RR. PP. Domenicani della Citt di Palermo: e subito doppo con 5000. Pedoni (capo de' quali fece Ferdinando Alarcon,) e con 1000. Cavalli, guidati da Giovanni Juarta, Conte di Potenza, purg dal residuo de' ribelli il Regno tutto. Rapporta ancora il Pirri le Prelature, e Dignit Ecclesiastiche, da questa Real Famiglia conseguite in Sicilia; poicch tra gli Arcivescovi di Monreale nella nella not. 3. a fog. 422. vi conta Giovanni Ventimiglia, che fu eletto a 18. Aprile 1418. e tra gli Arcivescovi di Messina nella not. 2. a fog. 357. vi annovera Arcadio Ventimiglia, figlio di Giovanni Ventimiglia, Conte di Geraci, e Grande Ammiraglio del Regno, eletto l'anno 1427. Ha dato pure questa Famiglia tre Vice-R, pi Vicarj Generali di questo Regno, e Grandi Ammiragli del medesimo Regno: come si furono il Conte Giovanni Ventimiglia, che doppo fu il primo Marchese di Geraci nell'anno 1423. Grande Ammiraglio fu ancora Antonio, secondo Marchese di Geraci, ed Errico Ventimiglia, terzo Marchese. Mugnos nel Vespro Siciliano a fog. 127. tra gli Stratic di Messina arrolla Ugo Ventimiglia Cavaliere nell'anno 1462. un Francesco nel 1507. un Giovanni nel 1509. e 1532. un Simone, Marchese di Geraci nel 1552. un Carlo nel 1572. un Giovanni, Marchese di Geraci nel 1588. e 1592. E fra i Cavalieri di Malta fa vedere Fra D. Filippo Ventimiglia nel 1566. Fra D. Marco nel 1569. Fra D. Pietro nel 1577. che dapoi fu Priore di Capua, e nel 1626. Generale della squadra di Malta, Fra D. Alessandro nel 1584. Fra D. Giovanni nel 1590. e molti altri pure, fra' quali vene furono Gran-Croci della medesima Religione. Tutta questa nobile grandezza di Mitre, Abiti, Governi Militari, e Politici,  stata in Sicilia sempre appoggiata non solo sopra la nobilt del sangue, ma ancora nella magnificenza degli stati: perch il Fazello a fog. 525. fa un catalogo di 19. Terre, che il Conte Francesco Ventimiglia possedeva nell'anno 1337. regnando il R Pietro II. quali furono Castelbuono, Golesano, Gratteri, Geraci, Pollina, Monte Sant'Angelo, Malvicino, Tusa, Caronia, Castelluzzo, Santo Mauro, Petralia superiore, Petralia inferiore, Gangi, Sperlinga, Pettineo, Bilici, Frisauli, e Cristia, oltre a moltissimi Feudi, e Territorj. L'istesso Francesco Ventimiglia nel tempo di Lodovico, R di Sicilia, fu Cameriere Maggiore del Regno, e Consigliere intimo, e per Indulto dell'istesso R us l'insigne Titolo, ed alto Attributo di chiamarsi DEI GRATIA, (per la Grazia di Dio) come sempre hanno seguitato a chiamarsi tutti gli altri Conti, e Marchesi di Geraci della Casa Ventimiglia. Al presente questa nobile Famiglia Ventimiglia in Sicilia possede il Principato di Castelbuono, della Scaletta, di Belmonte, di Belmontino, il Marchesato di Geraci, e la Baronia della Terra Guidomandri, la Baronia di S. Mauro, di Pollina, di Gratteri, e S. Stefano, oltre al numero infinito de' Feudi, e Territorj. Ma il Principato della Scaletta, e la Baronia di Guidomandri nell'anno 1650. quel Marchese di Geraci, che allora si ritrovava, li consegu per matrimonio. Questa Famiglia non solo ha governato il Regno con tutte le supreme cariche, come di Vice-R, Vicario, e Presidente, ma ancora la Citt di Palermo, Metropoli di detto Regno, con tutti i maggiori ufficj di Capitano, Pretore, e Senatore. Narrano il Bonfiglio, e Sancetta, che questa Reale Famiglia in Sicilia ha sempre contratta parentela colle pi nobili Famiglie del Regno, ma principalmente colla Reale d'Aragona, e dell'Angioini Reali di Francia, come per prova si veggono oggid in Palermo scolpite le loro arme nel Coro della Chiesa di S. Francesco, e nella porta della medesima Chiesa; e sono uno scudo diviso a quartiere, con le quattro Arme Reali, cio la Normanna, la Francese, l'Aragonese, e la Siciliana, designate dette Arme nella maniera, che in appresso si vede, come pure l'attesta il Pirri nella not. 2. a fog. 357. ove nella descrizione, ch'egli fa della Cattedrale Chiesa della Citt di Messina, parlando di questa Real Famiglia, epiloga in poche parole quasi tutta la sua Grandezza col seguente elogio: Septies Sicili, & aliorum Regum sanguine conjuncta. Ella ha molte Cappelle in Palermo: la prima, e pi antica,  quella dell'Immaculata Concezione nella Chiesa di S. Francesco de' RR. PP. Minori Conventuali, comune colla nobilissima Famiglia Filingeri, la seconda di S. Girolamo nella Chiesa di S. Francesco di Paula de' RR. PP. Minimi, con quattro tumuli marmorei, la terza di S. Gaetano nella Chiesa di S. Giuseppe de' RR. PP. Teatini. Ha pure in altre Chiese molti belli tumuli marmorei, cio in quella di Santo Spirito, in quella del Carmine, in quella di Santa Maria di Ges, ed in quella di S. Tomaso de' Greci dietro l'Ospedale Grande. Ma non devo qu tralasciar di dire, come questa Real Famiglia Ventimiglia di Sicilia presentemente con sommo lustro, e con gloriosissimi titoli risplende in Palermo nella persona di Giovanni, Conte di Ventimiglia, e d'Iscla Maggiore, Conte XXXII, e Marchese XX. di Geraci, XI. Principe di Castelbuono, e di Belmontino, Duca di Ventimiglia, Barone di San Mauro, Pollina, Mile, Arupa, e Calabr, Capo, e Parente Maggiore delli Ventimiglia Normanni di Sicilia, Spagna, Italia, Provenza, e Fiandra, Grande di Spagna di Prima Classe, e Cavaliere del Supremo Ordine della SS. Annunziata, &c. il quale dalla Maest Cesarea Cattolica di CARLO VI. Imperatore de' Romani, e III. R di Sicilia, nostro Signore, fu benignamente elevato al sublime Carattere, e Dignit di Principe del S. R. Imperio, e Titolo d'Altezza Principale, come costa da un Diploma Imperiale dato a 27. di Settembre nell'anno 1723. stampato in Vienna, e poi ristampato in Palermo per Giam-Battista Aiccardo nell'anno 1725. nel quale Diploma gli furono ancora dalla stessa Maest Cesarea Cattolica confermati molti altri Privileggj, che sono stati concessi a' suoi nobilissimi Antecessori, e gli furono parimente concessi altri specialissimi Privileggj per se, e tutti i suoi naturali, e legitimi discendenti, che qu per sola brevit si tralasciano.
Che poi questa nobilissima, ed antichissima Famiglia sia stata abitante della Citt di Sciacca, costa ad evidenza; mentre Errico Ventimiglia, Conte di Geraci, fu nativo di Sciacca, ed il di lui padre fu abitante in essa: ove spos il detto Errico, suo Primogenito, con Eufemia Montaliana, figlia del nobilissimo Cavaliere Riccardo Montaliana, Barone del Nadore, discendente dall'illustre Prosapia de' Conti di Montaliana, che gli diede in dote il Feudo del Catuso, e del Carbo, come appare per gli atti di Notar Crispi di Messina l'anno di nostra salute 1336. a 6. Maggio, 4. Indizione, l'anno 18. del Dominio del R Federico; ed in uno istrumento del medesimo R si legge: Henricus de Vigintimilliis de Sacca, filius N.... de Vigintimilliis etiam de Sacca, &c. Da Errico, ed Eufemia nacquero nella medesima Citt di Sciacca Francesco Conte di Geraci, e Girolama Ventimiglia, Dama di singolare bellezza, la quale fu sposa d'Andrea Perollo di Sciacca, Barone del Cillaro, della Salina, e della Culla. E che questa nobilissima Famiglia abbia dapoi proseguito ad abitare nella Citt di Sciacca, si cava da questo, che Lodovico R di Sicilia, facendo una larga composizione a tutti i Baroni del serviggio militare, per soccorrere a' bisogni del Regno, oppresso da continue guerre, fra i Baroni della medesima Citt vi connumer il sudetto Errico Ventimiglia, figlio del Conte di Geraci: come lo dice Mugnos nel Vespro Siciliano, a fog. 203. Si conferma il tutto dall'Arme di questa Famiglia, che vedeansi dipinte nel tetto antico della Chiesa de' RR. PP. Minori Osservanti di S. Francesco, e che vedonsi nel tetto della Chiesa de' RR. PP. Carmelitani, colle Insegne dell'altre nobili Famiglie della sopradetta Citt di Sciacca. Questo Errico Ventimiglia fu quello, che nel primo Caso di Sciacca diede soccorso d'uomini armati al suo parente, Pietro Perollo, contra di Antonio Luna, Conte di Caltabellotta. E nel secondo Caso di Sciacca sortito l'anno 1529. tra Sigismondo Luna, Conte di Caltabellotta, e Giacomo Perollo, Barone di Pandolfina, e Reggio Portolano della medesima Citt, quantunque questa Famiglia si ritrovasse allora casualmente in Geraci, tutta volta quel Marchese intendendo l'eccesso, e l'assedio, che faceva il sudetto Sigismondo Luna contra il suo strettissimo amico, e parente, Giacomo Perollo, subbito sped in suo soccorso 120. cavalli bene armati: quali perch non giunsero a tempo, si unirono poi con Federico Perollo, figlio di Giacomo, e col reggio soccorso, a sequela di detto Sigismondo Luna, come diffusamente altrove diremo. L'Arme di questa nobile Famiglia sono uno scudo partito in mezzo di rosso, ed oro, e in quel di sotto ha per traverso una sbarra scaccheggiata di bianco, ed azzurro, ch' l'Insegna de' R Normanni.
 Avvertenza al lettore.
Avverta qu il benigno lettore, che le gi descritte Famiglie non sono tutte quelle, che fiorirono nella Citt di Sciacca, o prima, o doppo del memorabile Caso, poicch ve ne sarebbero da descriversi molte altre, quali perch non fanno al mio proposito, le tralascio, riserbandomi in appresso farne un libro a parte, col titolo di Sciacca Nobile: ed allora si descriveranno tutte le Nobili Famiglie, che hanno reso decorosa la detta Citt di Sciacca; anzich nello stesso tempo sene trovarono moltissime altre nobili, che presentemente ancora vi risplendono, oltre a quelle, che sono venute doppo il sudetto Caso, quali ora colla loro nobilt potriano qu aggiungere nuovi splendori al decoro di essa Citt, la descrizione della quale io gi sto mettendo in ordine. Ho voluto dunque io qu solamente toccare quelle Famiglie, che potevano farmi come una certa introduzione alla presente Istoria: anzich di esse, per cagione della sola brevit, poco mi sono curato di riferire altre cose, che per altro sarebbero state di non poco lustro, n di poca gloria alle stesse Famiglie, con quel riflesso di apportare quelle sole notizie, ch'erano necessarie a dimostrare la loro nobilt, la loro potenza, e la loro residenza nella Citt di Sciacca, ove segu quel memorabile Caso, che qu intraprendo a descrivere. E vedutasi gi in quale parte della Sicilia fosse situata la detta Citt, ora porteremo la situazione della medesima in sestessa, accioch i Lettori potessero bene osservare in quale Citt successe un Caso s lagrimevole fra le due nemiche Potenze.
Fine del secondo Trattato.
La qu espressata figura  un disegno della Pianta della Citt di Sciacca in forma piana, per meglio apparire la situazione de' luoghi: di sopra mare per non lascia di farsi vedere in vaga forma di prospettiva con la propria grandezza, e sua magnificenza.
Pianta della Citt di Sciacca.
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Trattato 3.
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Indice del Trattato 3.
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Si descrive l'Istoria della prima Inimicizia sortita tra la Casa Luna, e la Casa Perollo.
Cap. 1. Origine di questa Inimicizia.
Cap. 2. Si descrive il matrimonio di Margarita Peralta con Artale di Luna.
Cap. 3. Si narra la Morte del Conte Artale di Luna.
Cap. 4. Si descrive il 1. Caso di Sciacca, sortito tra Antonio Luna, e Pietro Perollo.
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Fine indice.
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Capitolo Primo.
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Origine di questa Inimicizia.
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Morto Federico III. R di Sicilia l'anno della nostra salute 1368 successe nella Corona, e nel Regno Maria, sua figlia. Li Grandi del detto Regno, se prima non lasciarono di tumultuare sotto il trascorso governo di un R forte, e prudente; scorgendo poi nella morte di esso passato lo scettro nella destra d'una Dama, non atta a maneggiarlo, s'idearono, che gli fosse lecito con sediziosa libert sottrarsi dall'obbedienza della loro Regina. Quindi scordatisi della fedelt giurata, con una troppo grande temerit si divisero fra loro le Citt, e li Castelli, soggetti alla giurisdizione della detta Regina. Di che mosso a compassione Guglielmo Raimondo Moncada, suo Vicegerente, la invol al Regno, e la condusse di nascosto s d'una ben corredata Galea in Barcellona; ed ivi sposatala a Martino, figlio di Martino duca di Montalbo, fratello di Giovanni R d'Aragona, e di Maria Contessa di Luna, fece, che detto Martino il Giovane, fosse salutato legitimo R della Sicilia. Sbrigata questa coppia reale dalle sollennit de' sponsali, nell'anno 1386. con la comitiva di molti Signori Catalani, Valenziani, ed Aragonesi, pervennero nell'Isola, ove furono ricevuti con gran festa, e somma allegrezza, specialmente di coloro, che conservavano ancor vivo nel cuore l'ossequio, e l'amore al proprio Regnante, ma con grande astio, e somma mestizia dagli altri Baroni, che ostinati persistevano nella pertinacia della loro ribellione. Onde il R li dichiar incorsi nel delitto di lesa Maest l'anno 1398. per abbassare la loro alterigia; benche alcuni giorni doppo, perch vidde domata la loro superbia a pi del Trono Reale, ne rivoc la sentenza, con assolverli dal fallo di essergli stati ribelli.
Solo Guglielmo Peralta, detto volgarmente Guglielmone, nativo della citt di Sciacca, nella quale faceva la sua residenza, non volle approfittarsi dell'indulgenza reale, anzi persistendo nella sua ostinazione, fabbric in Sciacca una Fortezza, detta il Castello Nuovo, ad effetto di potere con essa rendersi incontrastabile contra i fulmini, che poteva avventargli l'ira vendicatrice della Potenza Reale.
Persistendo dunque Guglielmo, piucch mai indurito, nella sua ostinazione, e ritrovandosi in Caltanissetta, una delle Citt usurpate al reggio dominio, fu oppresso da una infermit, cos considerabile, che lo costrinse ad ivi terminare l'ultimo periodo de' suoi giorni. Per la di lui morte il Conte Nicol, suo figlio, non solo successe alla grande eredit de' beni paterni, ma ancora all'ostinata disubbidienza dell'istesso suo Padre. Nulladimeno il R Martino persistendo nella profusione degli atti della sua Reale Clemenza, e volendo ridurre il detto Nicol alla sua obbedienza, mentre egli resideva in Sciacca, lo fece fare avvisato, che avevalo fatto degno della sua benevolenza, con la reintegrazione nella sua grazia, e restituzione de' suoi beni confiscati, come del Contato di Caltabellotta, Sclafani, Caltafimi, e de' suoi membri, dandogli pure il governo, e l'amministrazione della citt di Sciacca, sua patria, e la prefettura del Castello Nuovo, conforme possedeva per lo passato, negandogli solamente il dominio della Citt di Mazzara, che si avea indebitamente usurpato: il tutto appare per Privileggio dato in Catania a 12. Febraro dell'anno 1396.
N pure a tante finezze della reggia benevolenza del R Martino volle darsi per vinto Nicol Peralta, onde restasse suo amico; poicch attenta la sua spiritosa natura, l'et virile d'anni 40. la forte aderenza de' Fazionarj dell'estinto genitore, il di cui partito non s'era gi per la sua morte intiepedito, la sua gran potenza per le Signorie, che possedeva, de' cennati Contadi di Caltabellotta, Sclafani, Caltafimi, &c. per le cariche supreme, che sosteneva nel Regno di Gran Contestabile, per essere ancora Cavaliere del sangue reale per parte dall'Infanta Leonora, sua madre, figlia del Duca di Randazzo, figlio di Federico III. onde veniva ad essere nipote di essa Maria Regnante, e finalmente come sposato ad Elisabetta Chiaramonte, figlia del potente Manfredo, Conte di Modica, per questi, ed altri riflessi insuperbito il detto Nicol Peralta, mostr un gravissimo risentimento di esser restato pregiudicato dalla non intera restituzione, fatta dal Regnante, de suoi beni. Onde fortificatosi in Sciacca, diede co' suoi andamenti a conoscere l'animo, che teneva mal'affetto verso la Corona; tantoch l'istesso R, per non mettere in cimento il suo reggio decoro con un s potente vassallo, col dubbio di non avere a restarne di sotto, come pure per non innovare dissenzioni, alla comune quiete del Regno forse pregiudiziali, non volle, armato d'una sprezzante, e sostenuta disinvoltura, introdursi in Sciacca nel discorso della visita, che faceva, del Regno, come attesta Fazello nella deca 2. lib. 9. fog. 579. ove dice: Saccam petere non est ausus.
E pure in mezzo a tante grandezze, per le quali Nicol Peralta parea che spiccasse fra' Grandi del Regno, qual Sole fra le Stelle, pure non trovava il suo cuore alcun riposo. Lo aggitavano fieramente le passioni dell'animo, che erano cos sregolate, che l'inducevano agli ardimentosi attentati contro della Corona: ma illustrato poi da' raggj luminosi della ragione, ne raffrenava l'empito, bench violentissimo. Ed oh che fiera guerra sosteneva egli allora tra le due parti contrarie del senzo, e della ragione!
Fra tante dunque, e tante perturbazioni del suo interno fu Nicol assalito da un'ardentissima febbre, quale nella ferocia de' suoi parossismi sempre pi avanzandosi, parea gi, ch volesse atterrarlo. Scorgendosi intanto egli ridotto in istato cos deplorabile, e vedendosi quasi posto sotto la gran falce della Morte, per riceverne il fatale colpo, volle dimostrarsi al Mondo, non quale in fatti egli era stato, ma quale voleva darsi a divedere, cio lealissimo al suo Regnante; ed acciocch venisse alla pubblica notizia delle genti, ed alla cognizione del suo R quanto egli disegnava di fare, ordin, che tutta la gente d'armi, che teneva raccolta nella Fortezza Nuova della Citt di Sciacca, doppo una larga paga, che conobbe doversele fare, a titolo della sua grandezza gratificata, ed a merito della fedele servit di quella gente, si ritirasse quietamente ne' quartieri della propria casa. Volle, che il governo della Citt restasse regolato da persona affezionata alla Corona; che il Castello, e la Fortezza della Citt, da esso ben proveduti di viveri, e d'ogn'altro preparamento militare, da indi in poi restassero all'obbedienza del medesimo R, dichiarandosi assolutamente per ogni conto fedelissimo al suo Sovrano; a cui giurava di consacrare s l'altare del suo cuore una lealissima obbedienza, con l'esibizione di tutto ci, che possedeva, in autentica attestazione della sincera fedelt, che in quegli ultimi periodi della sua vita professava al suo Regnante.
Disposta con tutta attenzione la quiete degli affari politici del publico, si diede a porre in regolato sistema gl'interessi economici della propria casa; e fatto a s venire Notar Albo Triolo della sudetta Citt, stipul per gli atti suoi a 16. Ottobre del 1399. l'ultimo suo testamento, sotto il quale ebbe a partire da questa vita, per conferirsi ad altra migliore, lasciando legitimi eredi di tutte le sue facolt Giovanna, Margarita, e Costanza, sue figlie, avute da Elisabetta Chiaramonte, sua moglie; dichiarando per, che mai potessero divenire all'effettuazione di qualche matrimonio, se prima non avessero ottenuto il consenso dal R Martino, dal Cardinale Don Pietro Serra, suo cuggino, dall'Infanta Leonora d'Aragona, sua Madre, da Bernardo Cabrera, Conte di Modica, e Grande Almirante del Regno di Sicilia, da Calcerano Peralta, suo strettissimo parente, da Nino Tagliavia, Barone di Castelvetrano, e dal Cavaliere Giovanni Perollo, Signore di Castello a Mare del Golfo; quale, oltre all'essere suo strettissimo parente, corteggiava la casa del Conte con qualche affezione pudica verso la sua Secondogenita Margarita, sperando forse di averla per isposa, col consenso dell'Infanta, che in ci avevali dichiarato tenere qualche propensione. Ingrandiva maggiormente questa sua speme il vedere, che Donna Margarita non disdegnava di gradire i suoi ossequj; e che avendolo dotato la natura di quei beni, e di corpo, e di fortuna, co' quali avanzava ogn'altro Cavaliere de' suoi tempi, avrebbe ognuno sfuggito di di mettersegli in competenza, ed i votanti testamentarj gli avrebbero senza opposizione concesso il lor voto.
Sbrigate queste, ed altre premurose importanze della sua casa il Conte, non ostante, che fossero affari, che tutti dipendevano dal suo volere, nulladimeno per maggior rafferma della propria volont a quella del suo Regnante, form un altro capitolo, per il quale espressamente deposit nelle mani dell'Arbitrio Reale quanto aveva fino a quel punto disposto nel suo testamento. Speditosi poi dagli affari politici del publico, ed economici della sua casa, si diede col pi vivo del cuore al massimo de' negozj, cio a quello dell'Anima; onde ricev con tutto ossequio i sacrosanti Sacramenti della Chiesa, e dato in se un vero saggio di un divoto, e rassegnato Cristiano, nel principio della settima invasione(1) cesse il Corpo alla Terra, e rese l'Anima al suo Creatore.
L'esequie di questo s gran Cavaliere furono celebrate a 22. di Ottobre 1399. nella Chiesa di quel Monastero, che fu da' fondamenti eretto, e dotato da Guglielmo, suo padre. Ivi si sollennizz questa funebre ceremonia pi col pianto universale di tutta la Citt, (quale deplorava la perdita d'un comune padre), che colla lugubre pompa d'un funestissimo mausoleo. E se la perdita del Conte riusc cotanto lagrimevole agli occhi del Popolo d'una Citt beneficata, e bene affetta; quanto doveva riuscire pi inconsolabile al cuore di quelle nobilissime Dame, madre, moglie, e figlie? Lo consideri chi non sort dalla cuna un cuore di macigno, ed un alma di pietra; e scorger quanto riesca deplorabile la caduta d'un capo tanto nobile, e lo sconcerto del sistema d'una Famiglia tanto gloriosa.
L'infanta Leonora, madre del gi estinto Don Nicol, e Dama di reggio sangue, con quella fortezza d'animo, con che soffr la morte del suo sposo Guglielmo, cos mostr pure d'aver nel seno una intrepidezza reale, per tolerare la perdita del morto suo figlio. Onde con un contegno, che sembrava un misto tra'l mesto, e il grave, s'ingegnava di mitigare le doglianze della Contessa, sua nora, che si dimostrava inconsolabile, e per la morte del padre, Manfredo Chiaramonte, poco innanzi sortita, e per quella dello sposo, da essa teneramente amato. Non lasciava pure di racconsolare le tre Damigelle, sue nipoti, private, quando meno lo pensavano, d'un genitore, che era l'anima della loro vita, l'oggetto de' loro pensieri, e la luce delle loro pupille.
Concorreva ad esercitare questo ufficio cortese Giovanni Perollo, il quale, piucch ogn'altro, s'ingegnava d'eseguire queste espressioni di consolazione, e per la ragione della parentela, che stretta teneva con queste Dame, e per la pretensione, che aveva, di sposare Margarita Peralta, Secondogenita dell'estinto Nicol: e si credeva per certo, che sarebbe per ottenerla, non solo perch (come si  detto) e dalla Infanta Leonora, e dalla Madre Elisabetta venivano graditi gli ossequj del suo cuore appassionato, ma ancora perch non venivano sprezzati dal ritroso contegno dell'amata sua Dama. Quindi parea, che la fortuna s questo affare volesse in tutto secondar le sue brame, col promettergliela per isposa, e che volesse ancora sollevarlo a maggior grandezza con l'acquisto d'una dote, da esso giammai pensata: poicch Giovanna, la Primogenita, a cui toccava conseguire in retaggio facolt cos immense, per essere di complessione assai debole, non potendo resistere all'acerbit del dolore, che sentiva per la morte del padre, in breve ancor'ella sene mor. Costanza la Terzogenita del Conte, da che principi ad aver lume di ragione, si vidde sempre inclinata a sprezzare le vanit del mondo, anelando ad impriggionarsi volontariamente ne' sacrati recinti di quel Monastero, che fu dal suo avo fondato, per ivi consecrare il suo amore al divino Sposo dell'Anime. Ma alla fine non potendo n pur ella resistere alle preghiere de' suoi congionti, che volevano maritarla, e cedendo pure alle preghiere della diletta sua madre, si content, che fosse sposata al nobilissimo Antonio Incardona, Conte di Reggio. E cos restava sola Margarita, la Secondogenita del Conte Don Nicol, quale siccome era l'unico oggetto di Giovanni Perollo, Signore di Castello a Mare del Golfo, cos era pure l'unica ereditiera di una eredit tanto grande: onde ottenendola in isposa, avrebbe egli ancora ottenuto de' suoi Stati il possesso. Ma vedi l'umano giudizio come spesso erra!
 Capitolo Secondo.
Si descrive il Matrimonio di Margarita Peralta con Artale di Luna.
Era, conforme si  detto, D. Giovanni Perollo unico figlio di Matteo Perollo, e Francesca Sclafani, Signori di molto grido, e dentro, e fuori di Sciacca assai rinomati, e sommamente venerati, tanto per l'antica, e famosa nobilt, che vantavano, quanto per lo splendore delle ricchezze, che possedevano. Era pur egli un giovane assai bello, spiritoso, avvenente, manieroso, e freggiato di tutte quelle doti, che prodighe compartono gli astri, e la natura; quali vedonsi spiccare maggiori al lustro di quelle ricchezze, che suole apprestare un'amica fortuna. Egli per la bizzarria del genio giovanile, ovunque resideva, o si ritrovasse in Sciacca sua patria, o pure in Palermo, ove il pi dell'anno trascorreva a diporto i suoi giorni, era tutto dedito a vagheggiare quelle nobili Dame, ch'eran dotate di rara, e singolare bellezza. E bench in Palermo non lasciasse di passare gentilissime convenienze con la bellissima, e nobilissima Dama, D. Livia Squarciafico; tutto per il maggior suo genio lo aveva con D. Margarita Peralta, allettato dalla di lei molto rara bellezza, e dalle grandi ricchezze della Casa Peralta, di cui ella, come si  detto, era restata unica erede; maggiormante, perch mostravasi assai propensa alle di lui pudiche inclinazioni: onde gli dava coll'opere tacitamente a conoscere, che lo stimava per i vincoli della parentela, e che lo gradiva, per gl'impulsi del proprio genio.
Fra questo mentre il R Martino, che mai per l'addietro aveva voluto arrischiarsi ad entrare in Sciacca, temendo la potenza del Conte D. Nicol Peralta, avendo saputo la di lui morte di gi sortita a 22. Ottobre 1399. determin di portarsi in Sciacca, per vedere una Citt famosa nel Regno, e per la guarniggione militare, e per la nobilt degli abitatori. Quindi facendo a poco a poco, e con non affettata disinvoltura, di altre piazze contigue la visita, ultimamente a primo d'Aprile del 1400. entr nella Citt di Sciacca pacificamente; ove fu ricevuto con sollennissime attestazioni di ossequio, e di giubilo di tutto il Popolo, specialmente della Nobilt.
Il reggio posento fu nella Fortezza, o Castello Nuovo del Peralta, con reggia magnificenza addobbato. Trascorsi pochi giorni nelle festive acclamazioni del publico, ed indi dandosi il Re con seria attenzione a scrutinare lo stato politico della Citt, lo ritrov in un sistema cos ben regolato a' dettami del giusto, ed uniforme alle leggi del dovere, che fu violentato dall'amorevolezza de' popoli a trattenersi, pi di quello, che aveva determinato, in questa amenissima Citt di Sciacca, dove i giuochi, le musiche, i balli, ed i tornei furono i reggj trattenimenti; quali dalla Benignit Reale furono graditi con espressive d'amore, e con tripudj d'affetto. Maggiormente che quanto nella sua testamentaria disposizione avea operato il Conte Don Nicol, tutto era uniforme all'ossequio del serviggio reale; n rinvenne cosa, che si opponesse a' diritti della Corona. A questo riflesso mostr il R seria dispiacenza della perdita d'un Cavaliere cos sennato, ed inesplicabile gradimento di quanto aveva disposto. E perci con Diploma Reale conferm la Casa Peralta nel possesso de' suoi beni, dichiarandosi, che la riceveva sotto gli auspicj del suo reggio patrocinio; onde ne prese special cura, promettendo a favore di quelle Dame nell'occorrenze l'impegno della reale assistenza.
Accompagn alle parole l'opere; poicch da indi in poi incominci a frequentare la casa di quelle Dame con le reggie visite, accompagnate dal corteggio de' Grandi pi riguardevoli della sua Corte. Vi era fra quei Magnati il Conte Artale di Luna, venuto col R in Sicilia, Principe del sangue, e da esso molto stimato, per esserli parente da parte di sua madre, la Contessa Luna. Avendo questi veduta nelle occorrenze delle visite D. Margarita Peralta, ed ammirandola bella, e considerandola ricca, li cadde in pensiero di poterla con l'autorit del R conseguire per moglie. Onde un giorno, che vidde il R sbrigato dalla moltiplicit degli affari del Regno, cos ebbe a svelargli le brame, che nascondeva nel cuore: "Sire, da che io mi portai da Aragona in Sicilia a servire alla Maest Vostra, ho sempre sperimentato, che ogni sua reggia operazione sia stata un'attestato di stima a favore della mia persona; ed io non ho saputo desiderare pi di quello, che la prodiga mano di Vostra Maest mi abbia compartito con gli effetti. Ma ora se l'infado, col dimandare pi di quello, che mi si deve, la Maest Vostra ne incolpi la grandezza del suo cuore, che tiene sempre aperto l'erario de' suoi favori a pro del mio povero niente. Bramo dunque coll'interposizione delle mie suppliche a piedi dell'augusto suo Soglio, che voglia concedermi per isposa D. Margarita Peralta, figlia del Conte D. Nicol. Un solo cenno di Vostra Maest sapr togliere quegli obici, che si possono attraversare alla consecuzione delle mie brame."
Avrebbe proseguito pi oltre il cavaliere Artale, se non l'avesse Sua Maest arrestato con accertarlo, che con l'impegno della sua stessa Corona sarebbe secondato il suo desiderio. Ed infatti non lasci trascorrer momento, che non l'impiegasse a condurre a buon fine l'intrapreso impegno, a favore del suo consanguineo Artale: poicch informatosi di tutte quelle attinenze, che potevano fare ostacolo ad un tal matrimonio, tutte le ritrov superabili. Onde egli stesso ne concert l'esecuzione, con ottenerne il consenso da quelle persone, che erano designate a prestarlo. Arrise al genio del Regnante ogn'uno de' chiamati nel testamento; nemmeno sdegn i progetti intavolati dal reggio volere D. Margarita Peralta, e D. Elisabetta Chiaramonte, sua madre. Solo l'Infanta Leonora, ava di Margarita, ed il giovane D. Giovanni Perollo si opposero alla risoluzione reale: quella per l'impegno di averla di gi promessa in moglie al sudetto D. Giovanni, e questi per averla pretesa in isposa, con la reciprocanza d'una affettuosa corrispondenza. Non avendo dunque il R Martino potuto conseguire di questi due votanti il consenso, che avrebbe certamente bramato, per conchiudere questo matrimonio a tenore della disposizione testamentaria del conte D. Nicol Peralta, risolse effettuarla con quella reggia autorit, che pu de plenitudine potestatis, legibus absoluta dispensare ad ogni legge, che ostasse al suo volere. Sicch, senza che si ricercasse pi oltre, si celebrarono alla fine gli sponsali di D. Margarita Peralta col Conte Artale Luna alla presenza reale a 17. di Giugno del 1400.
Qual si restasse l'innamorato D. Giovanni alla publicazione di questo s famoso matrimonio, si lascia alla considerazione di chi sa, che voglia dire un Amante nobile corrisposto, ed improvisamente deluso. Biastemava quel punto politico, che aveva fatto ritardare le sue risoluzioni, sul riflesso, che doveva differire le sue dichiarazioni, acciocch vedesse prima rassodata la casa di queste Dame nella quiete, che le avean turbata le rivoluzioni accadute, mentre non sapea, a che partito, o d'indulgenza, o di severit s'avesse piegato l'animo del Regnante: e perci li pareva necessario vedere prima la riuscita di questi affari politici, e poi con pi congruenza discorrere di nozze. Maggiormente che stava cos sicuro della costanza di queste Dame, che mai avrebbe potuto nemmeno col pensiero immaginarsi in esse tratti di volubilt, non potendo mai darsi a credere, che in Dame di tanta virt, e di cos alta nobilt regnasse incostanza cotanto plebea.
Voleva pertanto D. Giovanni, fortemente adirato, dar nelle smanie, e tutto pieno di sdegno credevasi lecito ricorrere alle vendette. Ma fatta poi col dettame della prudenza miglior considerazione, e dandosi tutto a considerare l'indegnit dell'operato di quelle Dame, convert il suo amore in odio, verificandosi quel comune Adagio, che Amor lsus vertitur in odium. Quindi volt tutto il suo sdegno contro di D. Margarita, per aver prestato il consenso, e contro della Madre D. Elisabetta, che avea condisceso ad un matrimonio, che per altro era stato a lui promesso. Le compativa poi, perch mirava giustificato il loro operato dalla violenza del R, che mai avrebbe permesso d'effettuarsi il contrario di quanto da esso veniva decretato; e s questo riflesso, per altro assai giusto, volgeva tutte le sue querele contra la Corona, chiamandola ingiusta, e che coartava la libert de' suoi vassalli. Oh che pensieri gl'insorgevano in capo contra il Regnante! e si averebbe egli al certo precipitato ne' suoi mali disegni, mettendoli in opera, se Matteo Perollo, suo Padre, col fargli conoscere le sue smanie, non lo avesse arrestato.
Era Matteo Perollo un Cavaliere di tutta prudenza, che come nella citt di Sciacca non era inferiore ad ogn'altro nella nobilt, e nelle ricchezze, cos non la cedeva a nissuno nella potenza. Considerava gli affronti del figlio degni di vendetta; ma il cercare d'intraprenderla, era lo stesso, che volerla cozzare con la potenza reale, essendo stato l'istesso R l'Autore di questi sponsali: onde era d'uopo, per non avere a rovinare, il totalmente fingere. Fece perci insinuare questi sensi nell'animo di D. Giovanni da molti Cavalieri della patria, amici, e parenti, che lo disposero a portarsi in Palermo, per non ritrovarsi presente a quelle sollennit, troppo al detto D. Giovanni odiose: oltrech credeva a questi festini accompagnarvi pure quelli del figlio, sperando di farlo sposare con la nobile Dama, D. Livia Squarciafico, figlia del Signore della Pantellaria, con cui ne avevano preceduti i trattati.
Don Giovanni leggendo nella fronte del caro padre le mestizie, che gli accoravano il cuore, per consolarlo, si rese tutto uniforme a suoi voleri; e portatosi in Palermo, ivi si vide prevenuto dalle lettere del genitore, dirette a quei Signori di Squarciafico, che fecero il colpo da essi aspettato. D. Giovanni fu ricevuto da quei signori con tanta cordialit, e corrisposto dalla sua cara D. Livia con tanta finezza d'amore, che alienato affatto dagli amori di D. Margarita Peralta, si diede tutto al trattato di quei sponsali, e ne conchiuse il matrimonio. Data da Giovanna la notizia al padre, questi brill di sommo contento, ed allegrezza, per vedere con mirabile antitesi d'un contraposto matrimonio liberata la sua casa da molte imminenti rovine: e vol allora egli lieto a darne con dissinvoltura l'avviso al suo R, dal quale chiese la licenza d'effettuarlo, perch mai l'avrebbe conchiuso senza il reggio beneplacito. Conobbe il Regnante questo trattato per un tratto di grandissimo senno del Cavaliere Matteo Perollo; e per mostr di avere questo matrimonio assai gradito, ed essere di suo grande compiacimento, come quello, che poteva togliere quello sdegno, che sospettava nell'animo del giovanetto D. Giovanni, suo figlio; soggiungendo, che sperava col tempo interponere fra quei due Personaggj, quali si erano Giovanni Perollo, ed Artale di Luna, una perpetua, ed amichevole corrispondenza.
Ottenuto Matteo Perollo il reggio consenso, scrisse al figlio, che ritornasse in Sciacca associato dalla comitiva di tutti quei Signori, che aderirono a questo maritaggio, o per ragione d'amicizia, o per ragione di parentela; e seco portasse la sua dilettissima D. Livia, per isposarla in Sciacca colla presenza del R. Tanto fu eseguito dall'ubbidiente figlio; il quale ritornato alla patria, nella maniera, che gli prefisse il padre, fu ricevuto coll'incontro di tutta quasi la Nobilt di Sciacca: ed il Re, che era dotato d'una somma benignit, condiscese con suo sommo gusto, che si sposassero alla sua presenza a 15. Agosto dell'anno 1400. con giubilo universale di tutta la Citt, non lasciando pi volte d'assistere con li Nobili di essa, e con li Cavalieri della Corte alle pompe, ed ai festini, che si celebrarono singolarissimi, a causa degli sponsalizj antecedenti del Luna. Doppo che sbrigatosi il R dagli affari in Sciacca, sene ritorn con la sua Corte in Palermo a 10. Settembre, lasciando colla sposa il Conte Luna; che poi ottenne un figlio maschio, a cui diede nome Antonio; siccome il di lui rivale, D. Giovanni Perollo, ottenne il suo, al quale pose nome Pietro. Fingevano questi due Cavalieri; ma nell'interno covavano scintille d'odio, bastanti a partorire incendj; poicch il Conte Artale odiava D. Giovanni, come quello, che aveva preteso sua moglie, credendo forse, che in esso ancor si fomentasse il fuoco dell'antico amore; ma molto pi Giovanni odiava Artale, vedendolo sposato a quella, che tanto egli aveva amato: e per amendue non lasciavano occasioni, onde potessero palesare l'odio, che nel loro seno nutrivano.
 Capitolo Terzo.
Si narra la Morte del Conte Artale di Luna.
Partitosi da Sciacca il R Martino a 10. Settembre 1400. si port adaggiatamente in Palermo, ove arriv a 31 ottobre, e nel colmo de' suoi contenti mor la Regina Maria a 18. Settembre dell'anno 1403. e perch non lasci eredi, diede l'investitura del Regno a Martino, suo sposo: il quale pure, per non morire senza prole, fu forzato passare a nuove nozze con Blanca, figlia del R di Navarra, che furono celebrate nell'Aprile del 1405. Poco durarono questi contenti; poicch nell'anno 1407. ribellatasi la Sardegna dall'obbedienza di Martino il vecchio, padre del Regnante, fu egli trasmesso dal vecchio genitore a rimetterla nell'obbedienza con poderosa armata navale: e lasciando Blanca, sua moglie, Vicaria del Regno, and in quell'Isola, e la ridusse all'obbedienza del padre; ed ivi oppresso da grave infermit, mor in Cagliari a 26. Luglio del 1409. senza neppure dalla seconda sposa Blanca aver lasciato prole veruna: onde successe alla Corona Martino il vecchio; che partitosi dalla Sicilia, se ne ritorn in Aragona, ove mor a 31. Maggio del 1410. lasciando pure Blanca Vicaria del detto Regno di Sicilia. E per la morte di questi Regnanti insorsero altra volta nella Sicilia le dissenzioni fra' Grandi del Regno.
Sciacca pure in questi tempi non lasci d'assaggiare le amarezze delle guerre intestine, continuamente fomentate dagli odj reciprochi, che si portavano, l'un contra l'altro, il Conte Artale di Luna, e'l Cavaliere Giovanni Perollo. Il Conte odiava il Perollo, per il voto denegato al suo matrimonio; ma perch vidde superato il tutto decorosamente a suo favore, si diportava con flemma, e gravit, bastando a martirizzare il Perollo il farsi vedere possessore d'una bellezza pretesa, e non conseguita; e bench vedesse, che soffiasse a suo pr l'aura reggia, e che non li mancasse aderenza di amici, e di parenti, fra' quali vi era il Barone di S. Giacomo, suo cognato; pure si manteneva tutto trattenuto ne' limiti del convenevole; abborriva le conversazioni, dove sapeva potere intervenire il Perollo; n permetteva altre visite alla Contessa moglie, se non in quei luoghi, ove non potesse incontrarsi con la moglie del Perollo; ed in questi, e simili andamenti prattic sempre una oculatissima prudenza; e ci per ovviare ad ogni disturbo, che potesse sortire, dando in tal maniera a conoscere, che faceva poco conto del rivale, pi con la prudenza, che con le bravure.
Lo stesso pure operava il Giovanni Perollo, trattenendo l'empito della sua focosa complessione a' ricordi del saviissimo vecchio Matteo, suo padre: avrebbe bens pratticato bizzarie pi spiritose, se non veniva arrestato dalla obbedienza paterna. Ma perch Matteo, che s'era in lungo corso di vita virtuosissima avanzato all'et d'anni 79. fu assalito da una infermit mortale, onde infatti sene mor all'11. d'Ottobre del 1409. perci il detto Giovanni, restando erede universale d'una cos grande, e ricca eredit, allora con libert giovanile, tutto diedesi a secondare le sregolate passioni del suo animo contro del Conte Luna. Incominci per tanto egli a farsi vedere pi frequentemente nella Citt, con maggior comitiva di nobili Cavalieri, e con maggior numero d'uomini di servit bassa ben armati; scorgendosi da questo, che l'animo suo era troppo assai propenso, e disposto a qualche sanguinoso cimento. Non per tanto inoltravasi nell'esecuzione de' mal concepiti disegni contra il suo rivale; perch la protezione de' R, Martino il vecchio, e Martino il giovane, a favore del Conte Artale, era l'argine pi forte a suoi giovanili furori. Ma alla fine, per la morte di quei Serenissimi Regnanti, restata Governatrice del Regno D. Blanca, ed insorti nuovi tumulti fra' Grandi del medesimo Regno, si vidde il Perollo quasi del tutto libero a mettere in opera i suoi perversi pensieri; che per ne' discorsi, e ne' tratti non pi portavasi con circospezione, e prudenza, n pi appigliavasi a' savj ammonimenti di qualche fido amico, che lo consigliava.
Un tale diportamento del Perollo tutto alterigia, ben si avvidde il Conte Luna, che procedeva dalla perdita dell'appoggio, che egli fece, del patrocinio de' Regnanti; nulladimeno, per non farsi conoscere d'animo timoroso, e codardo, incominci anche egli a non isfuggire le occasioni, onde, incontratosi col Perollo, mostrasse di non temerne. Sicch lasci da parte le riserve cautelose, inmodoch non lasciava passare insolenza, che non la ribattesse con la pariglia.
Ed infatti la disposizione, che tenevano in seno, di accendere ad ogni lieve fiato Mongibelli di sdegno, si argomenta da un incontro avuto nella Chiesa Matrice della Citt di Sciacca, dove con l'intervento di tutta la Nobilt d'ordine della regina Blanca si celebrarono l'esequie anniversarie non solo del R Martino, suo sposo, ma ancora del R Martino, suo socero; alle quali cooperandosi il Conte Artale di Luna, come affezionato principale, v'intervenne ancora vestito a lutto il Perollo, associato da una comitiva assai numerosa, tutta ammantata a gara lugubre, che fu di molto decoro a quella sacra funzione. E perch il Perollo era andato in tal guisa, non per la piet Cristiana, ma per la increpazione del suo avversario; perci avvenne, che incominciarono tanto a pungersi fra di loro, e specialmente l'una, e l'altra comitiva de' Cavalieri, che finalmente dalle facezie devennero alle satire, e da queste alli rimproveri, e dalli rimproveri ad uno sboccamento di minacce; sicch termin quella funzione pietosa in una aringhera di gravissime ingiurie. Quindi si fu, che si partirono con l'animo pi ostinato nell'odio, e pi risoluto alla vendetta.
Occorse fra questo mentre, che sopraggiungendo quasi nell'istessa settimana una indisposizione al Conte Artale di Luna, lo costrinse per ordine de' medici a conferirsi pi volte alli Bagni, che erano alle radici del Monte di S. Calogero, sotto la Chiesa di S. Barnaba, che al presente  de' RR. PP. Agostiniani. Un giorno fra gli altri, che si port in detti Bagni, entrato in essi, e lavandosi al solito, all'uscir che fece, appena posto il piede all'asciutto, sentissi scorrere per le viscere un gelato rimbrezzo, onde tutto il corpo intirizz in lui, e rimase in subito stupore, e stordimento. Fu questo accidente creduto allora un sintomo, cagionato dalla frigidit dell'ambiente esterno; onde postosi in sedia, che quivi teneva pronta, diede ordine, che subito fosse portato in casa. Poco aveva trascorso, che fu assaltato da un parossismo cos orrendo, che dalla sua fierezza si sentiva straziare tutte le parti sensibili del suo corpo: perd allora la quiete, e incominci a dibbattersi disperatamente per quella sedia, mandando insino al cielo urli, e stridi: da' quali mossi a compassione i suoi servidori, con tutta prestezza lo portarono alla sua casa; dove d'un subito munito co' Sacramenti della S. Chiesa, non potendo pi resistere alla violenza del male, si ammutol; ed allora sel'incominciarono a gonfiare gli occhj, e le labra, e tutto il petto: d'indi a poco segl'intumidirono le altre membra, mutandosi il colore della pelle di tutto il corpo in livido. Da peritissimi Medici gli furono propinati gli alessifarmaci pi vigorosi, ma tutti invano; poicch replicandogli i moti convulsivi, spir l'Anima ad ore 19. del quinto giorno del mese di Giugno, l'anno della nostra salute 1412. cinque ore, dopocch uscisse dal Bagno. Morte cos improvisa diede molto, che parlare a' nobili, ed a' plebei della Citt di Sciacca. Li Medici dissero, che mor per una coagulazione della massa del sangue, cagionata da un fermento coagulante, generato a poco a poco nelle vene di detto Signore, che aggiacciando il sangue nel cuore, imped la circolazione de' liquidi, e la generazione de' spiriti vitali. Infine chi diceva una cosa, chi un'altra: e nella plebe si vociferava da per tutto essere stato il Conte Artale di Luna avvelenato nel Bagno dal Perollo, suo nemico.
Pianse la Contessa D. Margarita la perdita d'uno sposo, che tanto era da lei amato. Udiva i clamori d'un publico, che lo deploravano morto di veleno, macchinato dall'odio del Perollo. Ne avrebbe, armata di coraggio, intrepresa la vendetta; ma l'arrestava il pensiero di non rivocare altra volta in faccia del mondo le memorie delle sue trascorse mancanze, parendole pi decoroso il fingere, e tacere, per non azzardare pure la vita del suo giovanetto figlio, D. Antonio, in cui rimirava l'immagine dell'estinto consorte. Non vi furono, o parenti, o amici, che avessero intrapresa questa risoluzione, tutti resi timidi dalla potenza del Perollo: il quale mostrava un interno rammarico per questa morte, discolpandosi, che avrebbe piuttosto voluto incontrare la morte da Cavaliere coll'armi alle mani, che commettere un assassinio cos esecrando.
Nemmeno il Fisco, Attore principale nel Regno di Sicilia, per le rivoluzioni, in che si trovava il detto Regno, pose mano in questo affare; onde il tutto rest sepolto nell'avello d'un rigoroso silenzio. N per quante diligenze, che si facessero dagli affezionati del defonto, si pot mai venire a qualche indizio del commesso delitto contra il Perollo: anzi lasciandosi l'acqua nei Bagni, e lavandosi in essa, dopo alcuni giorni, molti forastieri, non ebbero nocumento alcuno. Motivi tutti bastanti a non pi far parlare, chi si fosse, di questo accidente.
Ne rest, come si crede, compiaciuto il Perollo, per aver veduta priva dello sposo la sua incostante Donna Margarita: ma perch il compiacersi dell'altrui male  un provocarlo contra sestesso, poco ebbe a godere del male di questa afflittissima Signora; imperocch, appena sopravissuto altri sei anni, ebbe ancora egli a morire nel Decembre del 1418. lasciando sconsolatissima la sua cara sposa, Donna Livia Squarciafico, col solo conforto del pupillo, D. Pietro Perollo, d'et di anni 19. con altri due fratelli minori, che potevano, se non dell'intutto, almeno alleviare in parte le doglianze dell'appassionata Signora: conforme pure faceva D. Antonio Luna colla sua amata genitrice, D. Margarita, allora di anni 12. Restarono dunque questi Cavalieri, siccome successori dell'ampie sostanze de' genitori, cos eredi delli loro implacabili odj; specialmente D. Antonio Luna, gi intitolato Conte di Caltabellotta, non lasciava d'internarsi continuamente nella specie di essergli stato avvelenato il padre: e per la rappresentanza del di lui padre D. Giovanni ne guardava, come autore, D. Pietro Perollo, che pure era succeduto alla Signoria di Castello a Mare del Golfo.
 Capitolo Quarto.
Si descrive il Primo Caso di Sciacca sortito tra Antonio Luna, e Pietro Perollo.
Correvano gli anni del Signore 1455. ed in questo tempo trascorsi anni 18. da che impugn lo Scettro della Sicilia Alfonso d'Aragona, figlio di Ferdinando, e ne teneva il governo Lopez Ximenes d'Urrea, Cavaliere Spagnuolo, suo Vice-R; quando la Citt di Sciacca nel meglio, che godeva una tranquillissima quiete, ebbe a provare gl'infortunj pi lagrimosi, che giammai avessero rappresentato le pi meste Tragedie: e quello, ch' pi deplorabile, per mano dei suoi proprj figli, quali si furono il Conte Antonio Luna, e Pietro Perollo. Chi mai poteva credere, che due figli, che ancora, per la tenera et appena benestanti su le gambe, fossero l'Atlanti, che sostenessero l'incarco dell'odio paterno? e specialmente D. Antonio, a cui ogni volta, che riguardava D. Pietro, pareva di sentire i rimbrezzi di quel veleno, con che gli uccisero il genitore. Spumava egli a rabbia di vendicativo livore, n trascurava apertura di poter offendere in qualsivoglia maniera il Perollo, che con tutte le forze non l'abbracciasse. Proseguirono in questi implacabili odj insino al trascorso degli anni cinquanta, non mutando fra questo mentre mai qualit il loro acerbissimo sdegno.
Ed infatti una picciola scintilla di creduta pretensione a favore del Luna sopra la Baronia di S. Bartolomeo, Feudo allora posseduto dal Perollo, ed a' suoi antecessori venduto dalli Peralti, fece, che D. Antonio appicciasse un gran fuoco litigioso contra il Perollo: il quale, doppo il dispendio di gran somma di danari per molti anni, alla fine fu costretto cedere detta Baronia per la sentenza caduta a favore del Luna; in vigor della quale spossedutone il Perollo, ne prese D. Antonio fastosamente il possesso con giubilo, e sodisfazione del suo cuore; e ci fu nell'anno 1454. Ma quanto questo possesso apport di consolazione al Luna, altrettanto fu di afflizione al Perollo, non tanto per l'interesse, che ne veniva a soffrire, che per essere ricco, e generoso lo sprezzava, ma per l'affronto, che li parve ricevere per la insolente vittoria, ottenuta dal nemico pi colla potenza, che colla ragione. Ritrovandosi intanto D. Pietro Perollo un giorno nell'assemblea di diversi Nobili della Citt di Sciacca, questi parlando sopra tal fatto, asserivano, che il Conte Luna, per solo impegno dell'odio, che gli portava, e senza nissuna ragione, lo aveva spogliato di detta Baronia: le quali parole furono come saette avvelenate, che inasprirono la piaga, che teneva nel cuore il Perollo. Onde, svegliatosi come da un letargo, incominci a ruminare nella sua mente pensieri di crudelissima vendetta, ed acceso tutto di fierissima collera, firm con giuramento alla presenza di quei Cavalieri, che mai si avrebbe cavato la camicia d'addosso, se prima non avesse ammazzato il Conte D. Antonio Luna.
Furono queste minacce subito riportate, ma con pi orrida espressione di quella, con che furono proferite, al Conte D. Antonio Luna dalla bocca avvelenata degli adulatori; onde egli, conoscendo il Perollo per un uomo di tutto valore, d'alto ingegno, e di somma potenza, pavent pi di quello, che gli fu riferito: maggiormente, perch allora la Famiglia Perollo era in gran preggio, potentissima, e ricca di aderenti, ed egli scorgevasi dalla sua parte non valevole a poter resistere alle furiose prove di Pietro Perollo: onde si part da Sciacca, e si port in Caltabellotta, sua Terra, ma con tal modo prudenziale, che non poterono gli emoli sospettare del suo timore. In tutto per quel tempo, che si ferm in Caltabellotta, invigil sempre alla custodia di sua persona con assentare una viva guardia nel suo Castello, coll'indrizzo di spie secrete, per indagare i movimenti del nemico.
Considerava il Conte, che un principio doloroso non pu avere, che un tragico fine, e che le minacce in bocca de' Grandi sono sicure foriere d'imminenti infortunj; e che s'egli tardava a darvi gli opportuni ripari, metteva in evidente rischio la sua vita; e che poteva ovviare al tutto, se precedesse la rovina dell'avversario: e fermo s questa risoluzione, diede secrete commissioni a' suoi sgherri pi confidati, e fedeli, che facessero le sue giuste vendette contra il Perollo, accompagnando l'ordine colla grandezza de' premi, acci da questi allettati mettessero in essecuzione quanto egli bramava. Ma bench con tutta oculatezza adoprasse queste cautele il Conte D. Antonio, non per questo pot impedire, che non penetrassero all'orecchio della vigilanza di D. Pietro Perollo; il quale, se prima procurava la morte del Conte per vendetta, ora procurava esseguirla per obbligo di conservarsi la vita; ed arriv a tanto la sua potenza, che de' sicarj, a suoi danni trasmessi, ne sparirono la maggior parte, senza che si avesse potuto penetrare il come, e il dove; e quei che rimasero, genuflessi a piedi del Perollo, rivelarongli l'arcano, e servirono a stuzzicare la di lui fierezza, e ad accelerare le sue vendette. Come infatti prese la penna, e diede del tutto notizia ad Errico Ventimiglia, Conte di Geraci, suo strettissimo parente; gli comunic le sue risoluzioni, e gli dimand ajuto d'uomini suoi fidati, per eseguire la vendetta contra un nemico comune. Al ricevimento di questa lettera il Conte di Geraci, che prima per motivi di Corte aveva avuti notabili dissapori col Conte Artale, padre d'Antonio, s'impegn con tutto il suo potere all'assistenza di D. Pietro Perollo; che per gl'invi 300. cavalli con uomini ben armati, quali fece entrare in Sciacca travestiti per diverse parti, e alla sfilata, facendoli poi il Perollo tutti ragunare secretamente nel suo Castello; ove per la porta secreta fece entrare l'armi, ed ogni altra cosa, che bisognasse per questo affare; e fece il tutto con tanta cautela, che non penetr mai cosa alcuna all'orecchio de' Sciacchitani, e dell'istesso Conte Luna.
Correva l'anno 1455. e sapendo D. Pietro Perollo, che sovrastava la festivit della santa Spina di N. S. Ges Cristo, che celebravasi ogn'anno a 6. di Aprile, alla quale soleva assistere il Conte Luna, perch si faceva detta sollennit nel Monastero Grande, edificato, e dotato, e regalato delle sudette due Spine da Guglielmone Peralta, suo bisavolo, teneva perci continue spie, per informarsi, se quegli doveva assistervi al solito, poicch allora gli pareva opportuna la congiuntura di dare la morte al nemico. Temeva D. Antonio Luna in questa sollennit di qualche imboscata; e non sicuro, se egli in quest'anno dovea al solito assistervi, aveva fatta uscire, e correre voce, che per alcune sue indisposizioni veniva impedito dal potervi assistere: ed era quello, che veramente bramava, mentrech nel cuore si sentiva un non so che di rimbrezzo, che a ci fare lo proibiva. Nulladimeno per dimostrare, che non temeva, e che nutriva nel cuore spiriti assai generosi, risolse festeggiare al solito il trionfo delle sante Spine: del che il Perollo abbastanza rest informato dalle sue solite spie, che scrutinavano gli andamenti del Conte. Venne finalmente il giorno del Sabbato in Albis, 5. di Aprile, vigilia della cennata sollennit, ed il Conte, che aveva determinato assistervi, si pose a cavallo, per venire in Sciacca, accompagnato da numeroso stuolo di Nobili, e gente valorosa; parte delle quali al numero di 50. furono da esso destinati per guardia di sua persona, e parte, che venne con esso per convenienza, e per fargli omaggio, e per pompa di accompagnamento, la lasci in libert; onde si divert per le case degli amici.  ben vero per, che il Conte Antonio non venne in Sciacca col pensiero di commettere qualche eccesso; ma solamente si serv di tanta gente, per restar munito in occorrenza di qualche macchina contro la sua persona. Arrivato dunque in Sciacca ad ore 22. e mezza, fece la sua entrata con molta pompa, ed ebbe all'incontro un gran numero di nobili, ed ignobili a cavallo, che facevano salve festive con lo sparo dell'archibugj; quali tutti dapoi, vestiti a gala, si portarono alla Chiesa del Monastero Grande, per adorare le sacrosante Spine, ed assistere al Vespro; quale finito, ritornarono a casa con tutta quiete.
Il Perollo dall'altra parte, che vide il Conte venire in Sciacca con tanto armamento, pens, che volesse macchinare qualche cosa contro di esso: e per questo fece mettere tutta la sua gente in armi, ed insellare i cavalli: molte delle sue truppe fece uscire per diverse parti armate d'armi corte, acci invigilassero a' passi, che dava il Luna, e nelle occorrenze ad un certo segno, che a loro avea dato, dovessero tutti ritrovarsi insieme. Fece da altri indagare qual fosse la comitiva del Luna, di quanti soldati costasse, e quali fossero le parole, che fra loro profferissero. Esso Perollo si ritir in casa con li suoi nobili fratelli, Gaspare, e Giovanni, e con Nicol, Stefano, ed Antonio, suoi figli, avanzati allora in buona et, ed avuti da Francesca del Carretto, sua diletta consorte; assistendovi pure Pietro Squarciafico, suo zio, e fratello del Signore della Pantellaria, Andrea Graffeo, suo cugino, ed Antonio di Noto, tutti Cavalieri di nobilissimo sangue, e di non ordinario valore, senza mai d'indi uscire nella Citt. Quale ritiratezza, appresso chi aveva fior di senno, cagion qualche vero sospetto di ci, che dovea sortire: chi per troppo grossamente considerava il tutto, lo attribuiva a rossore del Perollo, che temeva del suo avversario.
La Domenica mattina il Conte Antonio, e tutta la sua nobile comitiva furono con tutta quiete (siccome al Vespro antecedente) assistenti alla Messa sollenne: dapoi portatisi ad un lautissimo pranzo, si prepararono per la sollennit della Processione: alla quale portandosi il detto Conte con la nobile assemblea de' cittadini, e forastieri, con l'intervento di molti Reggj Officiali, vi fece ancora intervenire 30. uomini ben'armati, e riccamente vestiti, per custodia della sua persona; a' quali poi s'unirono molti altri, e sempre pi crescendo il loro numero, quanto pi s'avvicinava il tempo, e l'ora della Processione, che finalmente usc ad ore 21. pi pertempo del solito, a riguardo della publica inimicizia: ed uscite che furono con sollennissima pompa le sacratissime Reliquie, vi si pose immediatamente inappresso il Conte Antonio Luna con la comitiva de' Cavalieri, e con tutta la sua gente armata.
Voltatasi la Processione, al ritorno venne a passare per sotto il Palazzo de' Perolli circa l'ore 23. del giorno; e bench da' balconi di quel Palazzo vi si vedessero pendenti molti preziosi arazzi, e ricchissimi drappi di seta, con la luminaria d'innumerabili torce, (pompa ogn'anno costumata da questi Signori in ossequio di quella sacra funzione;) non si scoperse per persona alcuna, essendo chiuse tutte le invetriate delle finestre. Gi la Processione era arrivata nella strada, che  tra Santa Catarina, e San Nicol; ed il Conte Luna, con quella sua fioritissima comitiva, seguendo il cammino della detta Processione, gi s'era avvicinato sotto al detto Palazzo. Il Perollo, che da dietro le invetriate non veduto, osservava il tutto, in iscoprire il Conte Luna da cos vicino, che pavoneggiavasi fastoso in quella nobile compagnia, e quasicch gloriavasi d'esser sicuro in mezzo a quella gente armata, e vedendo, che il detto Conte diede il permesso a' suoi, che facessero qualche gesto spreggevole, a dispetto del suo nemico, subito s'emp di crudele rabbia, e s'accese d'un focoso sdegno; e non potendo pi trattenersi al riflesso dell'opportuna occasione di poter farne la sua vendetta, comand a' suoi, che lo seguissero: scese gi precipitosamente per le scale, e fatto spalancare il portone del Castello, si port con lo stocco snudato alla destra, per assalire la persona del Conte Antonio Luna. Lo stesso esseguirono tutti quei nobili suoi compagni, che colla spada nuda alle mani fecero petto a tutti quei Cavalieri, che accompagnavano il Luna; i quali per non lasciarsi offendere, e per difendere pure la comitiva, impugnarono le loro spade. Le genti del Perollo, che con armi corte aveano per la Citt sempre invigilato a' passi del Luna, in vederli dare l'assalto, impugnarono pur loro le armi a danni de' soldati del Conte, i quali pure aveano incominciato coraggiosamente a dar fuoco a' suoi schioppi. Quei soldati del Perollo, che erano restati dentro del Castello, aprirono tutte le finestre, e da quelle incominciarono collo sparo de' suoi archibugj a fare quasi una terribile tempesta di fuoco, accompagnandovi i loro stridi, le minacce, e gli urli, che il tutto mettevano in bisbiglio, e confusione. Quelli, che ivi si ritrovavano di tutto punto armati, uscirono dal Castello, quasi tante furie scatenate, dandosi con orribile empito a sbaragliare quel cerchio di gente, che procurava salvare la persona del Conte, il quale, confuso in tanto fuoco, fumo, gridi, e pianti, non sapeva pi che si fare.
Intanto D. Pietro Perollo arrivato sopra il Conte Antonio, acciecato dalla collera, non riguardava a' colpi che dava, ma solo pensava ad ucciderlo. Il Conte, che aveva pari l'ardire al valore, postosi s le difese, cercava pure di poter colpire il suo nemico; lo che apportava ritardo alle violenze del Perollo: il quale vedendo, che il Luna nel ributtare de' colpi s'andava accomodando di sito, e dubbitando non gli uscisse di mano, coltolo in uno sconcerto di pianta, gli entr di sotto, ed appoggiatali una mano al petto, coll'altra, gettato lo stocco, impugn un acutissimo stilletto, e incominci a trafiggerlo con tanta furia, che, non ritrovandosi il Luna il piede ben fermo s quel terreno sassoso, cadde a terra: ed allora D. Pietro, postogli il ginocchio sul petto, tanto continu a tirargli de' colpi in ogni parte del corpo, e specialmente in faccia, che il Luna tutto intriso nel proprio sangue, svenne, e parve, che gi fosse morto. Che per vedendo il Perollo in gran parte sazia la sua fierezza, e credendo gi morto il suo nemico, lasciollo prosteso in terra, ordinando all'insolente ciurmaglia de' suoi servidori, che gli calpestassero con piedi la faccia. N quella sua comitiva di Cavalieri, e di Reggj Officiali, come neppure molti altri nobilissimi cittadini, accorsi al gran rumore, poterono impedire questo danno; impercioch i Cavalieri del Perollo, col dimostrare tutto il riguardo alla vita di quei Signori, dierongli a conoscere, che l'impegno non correva contro di loro, ma che solo pretendevano, non s'impedisse la vendetta, che speravano fare contro del Conte Luna. Onde quei Cavalieri cessarono d'ostinarsi nella difesa; oltrecch sopraffatti dalla numerosa moltitudine degli armati, giudicarono somma prudenza ritirarsi piuttosto onorevolmente, senza nota di codardia, che perdere miseramente la vita. Ma non perci fra' pi audaci dell'una, e dell'altra fazione si lasci di proseguire l'impresa, e forse con non poco danno; poicch appena avuta la prosunzione di alzare le mani, che d'ambidue le partite cadevano molti, da fieri colpi miseramente trafitti: specialmente quegli del Conte, per l'improvisa imboscata, non avendo avuto tempo o di ritirarsi, o mettersi al coverto di qualche strada, ma restati alla scoverta, si viddero da ogni parte cos avvampati dal fuoco de' continui tiri degli schioppj, ed archibugj, che si giudicarono assaltati colle armi ad ultimo esterminio da tutto il popolo di Sciacca, senza sperar quartiere. Questa apprensione fu tale, che gli offusc il lume della ragione, gli aggiacci il sangue nelle vene, e gli riemp di cos improviso timore, che l'indusse, per salvarsi, a mischiarsi colla moltitudine del popolo: ed in tal maniera sparirono, che n in quel luogo, n per le strade della Citt sene vidde pi alcuno.
Il Perollo allora vedendosi padrone del campo, non contento d'avere ucciso il Conte, radun tutta la sua gente a squadrone, parte a cavallo, e parte a piedi, e con essa si port alla casa del Luna con terribile strepito di gridi, urli, e minacce, accompagnate dal continuato sparo degli archibugj, e d'altre armi di fuoco; ed ivi arrivato pose il tutto a rovina, svenando, ed uccidendo chiunque segli opponesse. N lasci di penetrare ancora ne' pi secreti, ed intimi nascondigli di quel Palazzo, per rinvenire nuovo pabolo da satollare l'ingorda fame, che tenea di pi vendicarsi: n qualunque persona, bench innocente, fu esente dalle sue furie, ma il tutto sagrificava al ferro con notabile eccidio.
Stanco alla fine, ma non sazio di aversi sfamato con tanta crudelt, torn di nuovo al suo Castello, e svaliggiatolo in un momento da tutti i suoi pi preziosi arredi, e presa la moglie, con li figli, e con tutte le altre dame di casa, li diede in consegna alla fede del valoroso Andrea Graffeo, suo cordialissimo cugino, accioch, accompagnato da una valorosa banda di soldati, trasportasse il tutto sicuro in Partanna, Terra d'un altro suo amorevole cugino, e fratello del cennato Andrea: ed egli posto sopra un velocissimo cavallo, seguito da tutta la sua gente, usc ad ore sette della notte, e s'incammin a tutto passo alla volta del castello di Geraci, dove il conte Errico lo stava attendendo; ed ivi giunto, si fortificarono in maniera, che erano bastanti ad opporsi alle forze d'un'esercito intero. Conferma tutto il Fazello nel lib. 5. fog. 591. ove cos scrisse: "Pugione ipsum impetiit, cujus ictum, nisi per lapsum Comes divertisset, proculdubi lthalem accepisset. Petrus ut procumbentem humi Comitem vidit, ratus illum jam occubuisse, fug sibi cum germanis consuluit, atque ad Geracium Oppidum profgit".
Per questo accidente si disturb la divotissima processione delle sacre Spine: imperciocch al primo grido delle genti, ed al primo strepito degli archibugj si diceva, che il Conte Luna aveva portato tanta gente armata, affine d'assalire il Perollo. Grandissimo poi fu lo stordimento in considerarlo raggiunto da tale disgrazia in mezzo a tante sue guardie, argomentando tutti dal vemente, e continuate strepito, che il Perollo, spalleggiato da' Sciacchitani, avesse macchinata la comune rovina. Che per tutto quel popolo concorso sollecit il passo; e riposte con fretta nel deposito le sante Spine, s'inoltrarono tutti a folla, per assicurarsi in quella Chiesa: e specialmente li cittadini, che, per non avere la macchia di complici, si sforzavano di farsi vedere assistenti in quella sacra funzione: e li forastieri, sfilati a flotta, da quell'ora stessa cercavano d'allontanarsi dalla Citt per le parti pi rimote della campagna.
Restato dunque il corpo del Conte Antonio disteso nel suolo, tutto intriso nel proprio sangue, e sgombrato quel luogo dalla crudele ciurmaglia, alcuni giovanetti Cavalieri, i pi affezionati del Conte, spinti da una generosa, e connaturale piet, s'erano posti al rischio di guardare il di lui corpo svenato; e scorgendo, che nell'ultime ore della notte avanzata non si vedesse, o sentisse camminare persona alcuna, ebbero l'animo di ritirarlo in una casa vicina; ed ivi con le lagrime, che si spargevano sul di lui volto, lo nettarono di quei grumi di sangue, e terra, che in esso si rimiravano. Lo spogliarono poi, per considerare l'atrocit delle sue ferite; e mentre a questo officio pietoso stavano intenti, s'avviddero, che gli palpitava ancora nel seno il cuore, e che non era spirato, conforme per certo s'immaginavano. Che per racconsolatisi internamente, senza farne motto ad alcuno, fasciarongli le ferite, per non dare pi libero il varco al sangue, e gli proseguirono una buona guardia, fintantoch cessato affatto il bisbiglio, vennero certificati, che gi il Perollo con li suoi s'era da Sciacca partito. Fecero allora secretamente chiamare dalla vicina Parrocchia il Parroco, che, vedendolo ritornato ne' proprj sensi, gli diede nel miglior modo, che pot, li Sacramenti: e poi tutti quei affezionati Cavalieri, tenutolo confortato, sene stettero a' suoi fianchi, insinoch comparve la luce del giorno.
Comparsa la luce del giorno s'inorrid ogniuno a veduta del funesto spettacolo, successo in quella notte. Viddero molti a terra mortalmente feriti, che stavano agonizzando: altri, che a cagione delle mortali ferite avevano gi essalata l'anima: viddero le strade imbrattate di sangue, il Castello del Perollo tutto sloggiato, ed il Palazzo del Conte posto a sacco, a fuoco, e rovina: scopersero in esso con soprassalti d'orrore molti svenati, altri gravemente feriti, gli arredi pi preziosi lacerati, ed ogni cosa talmente scompigliata, che recava all'occhio de' spettatori piet, orrore, e spavento.
Allora poi tanto quei pietosi Cavalieri, che custodivano il Conte, quanto altri nobili, ed ignobili Cittadini, suoi affezionati, trasportarono il detto Conte (che fra tante piaghe mortali non era ancor morto) nel suo Palazzo, collocandolo in uno appartamento, che poterono prontamente accomodare. Quindi fatti chiamare i Cirugici pi periti, osservarono questi, che, bench le ferite fossero numerose, poche per erano le pericolose, e fra queste la pi speciale una nella faccia, che, incominciando dalla mascella sinistra vicino all'occhio, si stendeva insino all'orecchio, con la incisione di molte vene maggiori; onde per la gran copia del sangue sparso tanto da questa, quanto dall'altre ferite, lo davano per morto. E si conghiettur allora, che o per il moto della caduta, fatta nell'assalto, o per la turbazione, con che furono dati, i colpi non arrivassero a toccare il segno, che pretendeva il nemico: e sopratutto la fiera sincope di questo Signore, succeduta in quell'atto cos improviso, e pericoloso, fu l'inganno d'esser creduto morto; onde rest il braccio del nemico da pi colpirlo. Ma se vogliamo moralmente discorrerla, si potrebbe dire, che la divozione del Conte, le preghiere del popolo, e le orazioni di quelle Vergini Religiose, delle quali fu sempre cordialissimo Benefattore, gli ottenessero da Dio la vita. Ristorato dunque il Conte D. Antonio da preziosi liquori, incominci il quarto giorno ad aprire gli occhj; e fu cos assidua la diligenza, e cos accertata la cura di quei periti Professori, che lo salvarono dal pericolo prognosticato.
Si conobbe allora dalle diligenze fatte, che in Sciacca solamente mancavano il Perollo, e li suoi aderenti, e che nissuno de' cittadini si era intromesso ad attentare un s enorme misfatto: lo che riusc di somma quiete a tutta la Citt; e si vidde, che quella gente facinorosa, che accompagn il Perollo, era stata tutta straniera, affinch non avesse a traspirare l'arcano delle premeditate vendette, come in effetto segu.
Migliorato dalle sue ferite il Conte Luna, alle premurose istanze de' nobili suoi parenti, ed affezionati, si trasport in Caltabellotta, sua Terra, dodici miglia distante da Sciacca, sul riflesso, che, trattenuto in Sciacca, e sparsa la fama del suo miglioramento, non inciampasse in altro pericolo, al primo forse non inferiore: maggiormente che in quella sua Terra, per la salubrit dell'aria, era facilissimo il potersi riavere: ed infatti ivi conferito, subito si riebbe; sicch al quarantesimo giorno da che ebbe le ferite, pot mettere i piedi in terra, e dar qualche leggero passo.
Non lasciarono i Reggj Officiali della Citt, che, ritrovandosi col Conte alla Processione, furono de' suoi affronti partecipi, di ricorrere alla giustizia del R Alfonso con le informazioni di eccesso cos esecrando: e di gi quel zelantissimo Principe, e Vice-R della Sicilia, Lopez Ximenes d'Urrea, Spagnuolo, avrebbe posti in esecuzione i meritati castighi, fulminati dal R contra il Perollo, e contra i complici del suo enorme delitto, se da ci fare non lo avesse arrestato la precipitosa furia, e l'inconsiderata risoluzione, presa dal Conte Luna: il quale sopra due mesi perfettamente guarito, e rimesso nel nativo vigore, vedendosi in istato da potersi vendicare della temerit del Perollo, dalla cui mano ne riportava assai fresche le cicatrici in faccia, e s le vesti ancor viva la tintura del proprio sangue, non potendo pi tollerare quel crudelissimo attentato contro della sua persona senza castigo, volle farne la giustizia con le proprie mani. Egli dunque, radunando a gran numero gente di tutto coraggio, e di sperimentato valore, si port all'improviso in Sciacca, assaltando furiosamente il Castello del Perollo; del quale ricercatane per ogn'angolo la parte pi recondita, non trovandovi quelli, che desiderava, (poicch tutti li complici, e colpevoli s'erano salvati assai lungi,) ebbe a fremere di rabbia; ed infellonito ne' suoi furori, si diede a sfogare lo sdegno contra chiunque sel'incontrava in tutto quello ristretto: mentrech non solo tutte le case de' Perolli furono l'esca del fuoco di sua vendetta, ma ancora tutti i parenti, e gli aderenti dell'assassino, mettendo a ferro, ed a fuoco tutti quelli, che presumeva avere attinenza con la famiglia Perollo. N anche fin qu rest sazia la sua famelica crudelt; poicch a guisa di una crudele Furia, scatenata dall'Inferno, fatte radunare pi cataste di legna in tutte quelle case, che parvero a lui sospette, egli istesso, con fiaccola accesa in mano le appicci il fuoco, abbruggiando il Castello, e gli altri Palazzi pi riguardevoli della Citt di Sciacca, senzach lo movesse a piet almeno l'aver veduto fra questi incenerirsi le umili case de' poveri pi innocenti.
Se il R Alfonso, che con sommo zelo invigilava alla conservazione della quiete civile de' suoi Regni, rest a maggior segno sdegnato dell'ardimento del Perollo, non pu spiegarsi, quanto poi restasse oltraggiato dalla temerit del Conte Luna; stizzatosi maggiormente per le giuste querele, e veridiche relazioni d'una intera Citt, esposte a voci di lagrime, e di sospiri da tante povere donne, vedovate, senza colpa veruna, s crudelmente de' proprj sposi, degli amici, e de' parenti, spogliate delle loro misere supellettili, e private delle loro povere case. Il R allora fu costretto, anche contra la sua naturale Clemenza, a fulminare il dovuto castigo a tanti gravi eccessi, ed enormit del Conte Luna, e del Perollo: che per subito decret, che confiscati tutti i beni di entrambi, si rifacessero con l'introiti di essi li danni, apportati a' poverelli: che li due Cavalieri, Luna, e Perollo, banditi da tutto il suo Dominio, con termine perentorio dovessero partirsi dalla Citt di Sciacca, e dal Regno di Sicilia, sotto pena capitale, anche a chi gli apprestasse ricetto. Quindi in virt del Reggio Decreto furono forzati da quell'ora medesima a fuggirsene da Sciacca, e dalla Sicilia, e spogliati, e sbandeggiati, pagare il fio della loro sfenata alterigia. Il Conte D. Antonio Luna, con tutta la sua Famiglia, si ritir in Roma: e D. Pietro Perollo si strad per la Francia, a refuggiarsi da' suoi parenti di Casa Perollo, che lo riceverono con quegli attestati di splendido sovvenimento, che era connaturale alla loro Grandezza. Tutti gli altri complici pagarono in pi maniere la pena della loro colpa, dispersi in varie parti del Regno, per luoghi di esilio: ed avrebbe il R con pi rigore castigata l'atrocit di s enormi misfatti, se non si fosse ritrovato sull'impegno d'una fiera guerra col Veneziano.
Non pu negarsi, che questi colpevoli in tante avversit godevano la sodisfazione di avere almeno appagate in parte le loro brame con tanto crudele vendetta: solamente la povera Citt di Sciacca n'ebbe a lagrimare con amarissimo pianto, sentendone ella tutto il danno, a cagione dell'operare inconsiderato di questi implacabili avversarj. Poicch Sciacca fu quella, che in questo caso prov la perdita di due nobilissime Famiglie, che erano il suo ornamento, il suo preggio, e'l suo decoro, e forse lo splendore di tutto il Regno: e non solo ebbe a deplorare la perdita di questi nobilissimi Eroi, ma ancora ebbe a piangere la destruzione de' suoi pi cospicui Palazzi, e molte altre riguardevoli Abitazioni, con la perdita di pi di cento persone, restate allora miserabile trofeo della morte, come attesta il cennato Fazello: Ac supra centum ex eis occidit, domosque succendit: oltre al patimento di mille tribulazioni, che precederono, e seguitarono a tal fatto; il quale rec non poco disturbo a tutto il Regno, che fino allora aveva goduto da pi tempo una felicissima quiete per ogni parte.
Mentre stavano in essilio cotesti due Cavalieri, cadde in una gravissima infermit, che lo ridusse al fine della vita, il R Alfonso: e prima di morire condescendendo benignamente alle vive suppliche, interposte da molti Grandi a favore del Conte Luna, e del Perollo, pose come il sigillo agli atti della sua Paterna, e Reggia Clemenza. Con un pietoso Indulto reintegrava i due Cavalieri esiliati nella sua perduta grazia, e nel perduto possesso de' loro beni; quante volte per si fossero rappacificati di vero cuore, e promettessero di vivere nell'avvenire collegati co' vincoli d'una Cristiana concordia, siccome per un'amplissimo Privileggio, conservato in potere del Signor D. Francesco Perollo, Barone della Salina: e cos immortalatosi questo gran R nella memoria de' popoli con queste, ed altre amorevoli grazie, chiuse le reggie pupille alla luce di questa vita, per aprirle a quella del cielo, l'anno 1458.
Morto Alfonso, successe alla Corona del Regno di Aragona, e Sicilia Giovanni, suo fratello maggiore, nell'anno 1459. quale richiam dall'essilio li due Cavalieri, Antonio Luna, e Pietro Perollo, in essecuzione dell'Indulto, con che li aveva aggraziati il morto R Alfonso, suo fratello, assolvendoli dall'eccesso, che avevano commesso, e restituendoli nel possesso de' beni, che gli furono confiscati. In vigore dunque di quell'Indulto ritornarono entrambi con la restituzione in integrum di quanto avevano perduto nel Regno, ed in Sciacca, osservando i progetti della pace, stabiliti dal R Alfonso, dimodoch (almeno apparentemente) si mantennero in buona, ed amichevole corrispondenza in tutto il tempo, che vissero.
Avendo regnato il R Giovanni felicemente anni 20. sene mor a primo Decembre del 1479. in Barcellona di anni 84. lasciando erede de' suoi Regni Ferdinando il Cattolico: a cui questo titolo fu prima dato da Innocenzo VIII. nell'anno 1492. e poi concesso da Alessandro VI. per se, e suoi successori, acciocch fosse proprio, ed ereditario a tutti li R della Spagna: e doppo avere amministrato li suoi stati con ammirabile piet Cristiana per lo spazio di anni 37. fin di vivere a 22. di Gennajo dell'anno 1516. essendo apparsa per pi giorni innanzi, come prenunzia della sua morte, una Cometa. In questo Regnante si estinse la linea de' R Aragonesi, doppo avere regnati nella Sicilia per lo spazio di anni 230.
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Fine del terzo Trattato.
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Trattato 4.
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Indice del Trattato 4.
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In cui si descrive il secondo Caso di Sciacca, sortito tra Giacomo Perollo, e Sigismondo Luna.
Cap. 1. Si descrivono le Famiglie Luna, e Perollo in Sciacca.
Cap. 2. Risentimento de' Nobili di Sciacca per l'alterigia di Giacomo Perollo.
Cap. 3. Ricorso di alcuni Nobili al Conte Luna a danni del Barone Perollo.
Cap. 4. Si spiegano le prime mosse dell'armi di Sigismondo Luna contro Giacomo Perollo.
Cap. 5. Uffici usati dal barone Perollo per quietare il Conte Luna.
Cap. 6. Un accidente perturba li trattati di Pace tra il Luna, ed il Perollo.
Cap. 7. Consiglio del Perollo, per ischermirsi del Luna.
Cap. 8. Il Bar. Perollo stuzzica con nuovi incentivi lo sdegno del Conte Luna.
Cap. 9. Consulta il Conte Luna il modo di uccidere il Perollo.
Cap. 10. Si palesa il Conte Luna manifestamente armato nella citt a danni del Barone Perollo.
Cap. 11. Morte data d'ordine del Conte Luna a Girolamo Ferraro.
Cap. 12. Il Perollo ricorre dal Vice-R per ajuto.
Cap. 13. Venuta di Girolamo Statella in Sciacca a danni del Conte Luna.
Cap. 14. Giacomo Perollo ricerca nuovi soccorsi dal Vice-R col mandare il suo primogenito in Messina.
Cap. 15. Il Conte Luna fa palese alle sue Truppe di volersi impadronire della Citt di Sciacca.
Cap. 16. Il Conte Luna s'impadronisce della Citt di Sciacca.
Cap. 17. Consiglio fatto dalli Giurati della Citt di Sciacca.
Cap. 18. Il Capitano della Citt ricorre dalli Signori di Partanna, per soccorso di Gente d'armi.
Cap. 19. Consiglio de' Nobili della Citt di Sciacca.
Cap. 20. Il Conte Luna assalta nel suo Palazzo il Barone Statella, e l'uccide.
Cap. 21. Il Conte Luna va ad assaltare il Castello del Barone Perollo.
Cap. 22. Il Conte Luna persuade con una Orazione li suoi Soldati ad un nuovo, e pi vigoroso assalto.
Cap. 23. Sigismondo Luna rinnova l'assalto contra Giacomo Perollo.
Cap. 24. Orazione di Giacomo Perollo a' suoi Soldati, per animarli a sostenere l'assalto dell'Inimico.
Cap. 25. Il Conte Luna tenta con nuovi assalti d'impadronirsi del Castello.
Cap. 26. Il Conte Luna, per abbattere il Castello prende da' Bastioni della Citt l'Artiglieria.
Cap. 27. La Baronessa persuade Giacomo, suo marito, a fuggirsene, o almeno a far pace, o tregua con Sigismondo.
Cap. 28. Giacomo chiede la Pace a Sigismondo.
Cap. 29. Il Conte s'impadronisce del Castello.
Cap. 30. Giacomo fugge dal Castello.
Cap. 31. Il Conte entra vittorioso nel Castello.
Cap. 32. Giacomo viene ritrovato, ed ucciso.
Cap. 33. Sigismondo fa festa per la morte di Giacomo, fa strascinarlo per la Citt, e d il sacco al Castello.
Cap. 34. Li Religiosi ottengono dal Conte Luna la licenza di seppellire li cadaveri del Capitano Statella, e degli altri suoi Ministri, e del Barone Perollo.
Cap. 35. I Perolli, udita la morte di Giacomo, si uniscono a danni di Sigismondo.
Cap. 36. Il Conte Luna fugge dalla Citt di Sciacca.
Cap. 37. Li Perolli si vendicano de' Nemici di Giacomo.
Cap. 38. Il Vice-R manda da Messina nuovo Soccorso contro del Conte Sigismondo.
Cap. 39. Li Ministri Regii si portano nella Citt di Sciacca a castigare li Complici del Conte Luna.
Cap. 40. Le Regie Milizie ritornano in Messina.
Cap. 41. Si descrive il viaggio del Conte Sigismondo, e la sua morte.
Cap. Ult. Si considera il deplorabile stato, nel quale si ridusse doppo il riferito Caso la Citt di Sciacca.
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Fine indice.
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Morto Ferdinando d'Aragona chiamato il Cattolico, I. di questo nome R di Spagna, e II. di Sicilia, nell'anno 1516. a 22. di Gennajo, Carlo, figlio di Filippo, detto il Bello, Arciduca d'Austria, e di Giovanna, figlia del detto Ferdinando, e d'Isabella di Castiglia, essendo d'et d'anni 16. con detta Giovanna, sua madre, successe alla Corona di Spagna, e di Sicilia. In quei tempi insorsero nel nostro Regno molti, e gravi tumulti, e guerre civili: onde Ugone Moncada, che si trovava allora Vice-R di Sicilia, fu costretto a mettersi in salvo la vita con la fuga, ed alcuni primarj Ministri, e Reggj Officiali, ch'erano favorevoli all'istesso Ugone, furono presi, ed uccisi dal Popolo sedizioso con esempio di grande, ed orribile crudelt. Seguirono in molte Citt principali molti altri movimenti, e sconcerti tra diverse Fazioni, e Famiglie, che avrebbero gi posto tutto il Regno in rovina, se l'istesso Carlo, ritornando vittorioso contra i Saraceni dall'Africa, e venendo in Sicilia, non avesse sedato quei tumulti, e sconcerti con la sua Reale Presenza, e Maest. Sopra tutti per fu memorabile il secondo Caso di Sciacca, seguito tra le due Famiglie, Luna, e Perollo; la descrizione del quale intraprendo nel presente Trattato, che divider in varj Capitoli.
 Capitolo Primo.
Si descrivono le Famiglie Luna, e Perollo in Sciacca.
Era Sciacca nel tempo delle rivoluzioni del Regno una delle Citt pi cospicue della Sicilia, tanto per la nobilt delle Famiglie, numerandosi allora pi di quaranta nobili Baroni, quanto per la ricchezza de' suoi abitatori: e fra le dette Famiglie rilucevano con pi splendore di nobilt, e ricchezza la Famiglia Luna in persona di Sigismondo, e la Famiglia Perollo in persona di Giacomo.
Il Conte Sigismondo Luna si manteneva splendidamente, e alla grande col Contado di Caltabellotta, Bivona, Sclafani, e Caltavuturo, e di altri amplissimi Feudi, e Territorj, facendo la sua residenza nella Citt di Sciacca in un suo magnifico Palazzo, situato a fianco del Castello Vecchio, da esso alquanti passi distante: bench suo Padre Giovanni si trattenesse ancora con gran decoro, e splendore in Palermo; dove, per la fuga d'Ugone Moncada, fu dalla Maest del R Carlo d'Austria eletto Vice-R Interinario, come dice Fazello nel lib. 10. della deca 2.
Giacomo Perollo, Reggio Portulano del Carricatore di Sciacca, e Barone di Pandolfina, non risplendeva con minor fasto, e magnificenza. Possedeva egli con assoluta autorit, e signoria il Castello Vecchio della Citt, siccome lo avevano sempre posseduto i suoi nobilissimi antecessori, per ragione di dote: lo che meglio pu leggersi nel Trattato II. di questo Libro al .
Capitolo 34.
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In detto Castello vi tenevano da 200 soldati di presidio, con nove pezzi d'artiglieria, con smirigli, granati di fuoco, moschetti, alabarde, spade, ed ogn'altro attrezzo militare, necessario ad una Fortezza, senza veruna dipendenza, o soggezione alli Reggj Capitani d'Armi. Anzi godevano d'una special libert di tenere una porta secreta del Castello, che apriva il varco fuori le mura della Citt ad ogni libero volere degli stessi Perolli; quale porta poi fu assolutamente serrata al tempo del Serenissimo Filiberto di Savoja, Vice-R di Sicilia: e sopra la porta sudetta ancora insino al presente si rimira scolpito in marmo lo Stemma gentilizio della Casa Perollo. Tuttavolta il Castello sudetto era allora tenuto da Giacomo Perollo in buonissima forma, pi per pompa di grandezza, che per armamento necessario. Ed in riguardo all'attinenza passata, avuta da' Perolli sopra la Citt di Sciacca, era rimasta in Giacomo una certa sovranit, con che disponeva pi cose a suo arbitrio: poicch costituiva Officiali a suo gusto, altri ne rimoveva dal posto, altri ne confirmava, ed altri carcerava, e scarcerava a suo beneplacito. Manteneva inoltre a sue spese pi case di Vedove di rispetto, collocava le Vergini di pericolo, provedeva agli Ospedali d'ogni bisognevole, anche di medicamenti, ristorava Monasterj, ergeva Chiese da' fondamenti, sovveniva con le larghe limosine alla mendicit de' poveri, e con tutte queste magnificenze si dimostrava il padre della patria. Vero per si , che fra tanti eroici tratti di buon Cavaliere, a sollievo della patria, non gli mancavano alcuni abusi, pur troppo viziosi, che oscuravano lo splendore della sua fama. Imperocch promoveva agli ufficj persone, che non vantavano altro merito, senonch l'essere del suo partito; proteggeva i pi facinorosi, e molto pi quelli, che andavano aggravati da grosse somme di debiti. Quindi ne proveniva una temeraria insolenza fra' Cittadini, una rilevante disunione fra' Nobili, aggravj, ingiustizie, ed un tale sconcerto nella Universit, che spesso partoriva notabilissimi eccessi, senzach tentar sene potesse opportuno il rimedio, per non esservi dove ricorrere, ritrovandosi Vice-R del Regno D. Ettore Pignatelli, con cui Giacomo Perollo passava strettissima amicizia, e cordialissima fratellanza, per avere amendue nella Real Corte di Spagna servito a quella Maest colla carica di Paggi d'onore: e con questa congiuntura il Perollo, ed il Pignatelli si avevano talmente collegati, e per reciprocanza di genio, e per isplendidezza di vicendevoli donativi, che parevano due identificati in un solo. Aveva per moglie Donna Contessa Moncada, Secondogenita di D. Ferdinando Moncada, Barone di Francofonte, di Cadera, e di Barchino, fratello di Donna Diana Moncada, moglie di Gian-Vincenzo Luna, conte di Caltabellotta, avo di Sigismondo Luna; e per conseguenza Sigismondo veniva ad essere pronipote di Donna Contessa Moncada, moglie di Giacomo Perollo.
A questo riflesso non ardiva, chi si fosse, porre a sindicato le operazioni del Perollo, per timore di non essere sentito dal Vice-R, ma piuttosto restarne castigato. Quindi, correndo tal disordine senza riparo, a ragione i Nobili pi ambiziosi seguivano a folla il Perollo, e lo servivano ciurmaglie d'uomini, li pi malvaggi. Da ci avveniva, che, quando usciva di casa il Perollo, era uno stupore il vederlo associato dal seguito numeroso di gente, tutta diversa di animo, condizione, e costumi, nobile, e plebea, ricca, e povera, buona, e cattiva; lo che tutto permetteva il Perollo, non per fomento del male, ma per ostentare la superbia de' suoi natali, l'autorit del suo potere, e la splendidezza delle sue ricchezze.
E se vi furono, che non mostrassero di tollerare le sue operazioni, e virtuosamente ne zelassero, col non lodarle; riscuotevano dalla sua potenza maltrattamenti tali, che restavano, o bastonati da' suoi schiavi, o feriti da' suoi facinorosi, o sfreggiati da' suoi sgherri, o uccisi da' suoi pensionati: e quantunque nobili si fossero, pure non andavano esenti da queste inclemenze, anzi soggiacevano agli stessi infortunj degl'ignobili.
Era l'alterigia di Giacomo Perollo non solo spalleggiata dal Vice-R, D. Ettore Pignatelli, da molti Grandi nella Corte di Spagna, e tollerata da' Nobili della Citt, ma ancora veniva assistita dagli altri Perolli, che in Sciacca si numeravano in sei distinti Casati, abbondanti di moltissime ricchezze: tra' quali uno si era Gian-Paulo Perollo, Barone della Salina, suo nipote, che non tanto stimava d'esser chiamato Barone, quanto preggiavasi della sua gran Nobilt, e delle sue copiosissime Rendite: come pure dalli Signori di Partanna, per causa di strettissima parentela, e per rispetto di affinit, dal Marchese di Geraci, e dalli Signori di Castelvetrano, avendo Gian-Vincenzo Tagliavia, primo Conte di Castelvetrano, data sua sorella in moglie a Gian-Filippo Perollo, Barone del Cillaro, e nipote di Giacomo: e veniva ancora assistito da molti altri amici, e corrispondenti, tutti Cavalieri di prepotenza nel Regno della Sicilia.
 Capitolo Secondo.
Risentimento de' Nobili di Sciacca per l'alterigia di Giacomo Perollo.
Per la grande alterigia di Giacomo Perollo s'incominci a risentire la maggior parte della Nobilt di Sciacca. Quei Nobili non potendo in altro modo vendicarsi, almeno ci facevano con lo sfogo di mormorazioni secrete; poicch ridotti in casa di quelli, che pi conoscevano del Perollo malsoddisfatti, spronati chi dall'indivia di sua Grandezza, chi dal finto zelo de' continuati disordini, e chi dalle offese, che avessero dal Perollo ricevute, non cessavano tutti di mormorarne a bocca piena.
Dalle occulte mormorazioni passarono alle svelate congiure contro del lor comune nemico, non lasciando di scrutinare il modo, come potessero togliersi dagli occhi un oggetto cotanto odiato. Quelli, che con avidit maligna aspiravano a' danni del Perollo, furono Geronimo Peralta, Barone di San Giacomo, Bartolomeo Tagliavia, Accursio Amato, Barone della Bordia, con altri della sua medesima Famiglia, Cola Vasco, con altri due suoi fratelli, Erasimo Loria, Geronimo, e Calogero Calandrini, Gian-Filippo Montaliana, Barone del Nadore, Marco, Gian-Pietro, e Giuliano Lucchesi, con Pietro, Antonio, e Ferrante Lucchesi, Cesare, Onofrio, e Pietro Imbeagna, Francesco, e Gian-Pietro Infontanetta, Simone Maurici, Vito, e Francesco Bicchetti, e Gian-Pietro Siragusa, uomini tutti di sangue nobilissimo, e di condizione riguardevole nella Citt di Sciacca. Or tutti questi Cavalieri, e Gentiluomini, uniti una sera insieme in un ridotto, da loro determinato, incominciarono a macchinare il modo, come potessero dell'intutto atterrare Giacomo Perollo, con le sue odiate Grandezze: e convenendo di comune accordo, concludevano, che il Perollo non si doveva pi atterrire con le minacce, poicch non si sgomenterebbe; ma che si dovesse dunque uccidere, o miseramente soffrire.
Vi furono fra questi alcuni, che persuadevano il ricorso al R Carlo V. poicch dicevano: che la somma giustizia del Regnante nell'udire le gravi, e superbe soverchiarie, con che il Perollo vessava i Nobili, e Plebei della Citt di Sciacca, avrebbe con degni castighi, abbassata la sua alterigia, ed insolenza: e che riusciva meglio per la quiete del pubblico la caduta d'un solo, che la vessazione di molti, col pericolo di qualche rivoluzione. Altri per si opposero a questo sentimento, asserendo, che la lontananza del R avrebbe richiesto le informazioni di quanto gli veniva insinuato da' Ministri locali, e specialmente dal suo Vice-R, D. Ettore Pignatelli, nella di cui integrit molto confidava: e questi, come parzialissimo del Perollo, avrebbe (per cos dire) rivoltata la Medaglia al rovescio di quello si era; ed avrebbe serenato l'animo del Regnante, con fargli credere impostura ci, che era una pura relazione di semplice verit: anzich (e saria stata la cosa di maggior considerazione) avrebbe il medesimo Pignatelli ragguagliato del tutto il suo amico Perollo; quale reso assai pi insolente del passato, avrebbe ingrandito il fasto, aumentata l'alterigia, ed accresciuto il dispregio de' Nobili, e la vessazione de' Plebei. Fece non poca breccia nell'animo del nobile Congresso il sentimento di costoro; onde, perch si dassero i ripari opportuni, ultimi, e perentorj, fu da tutti decretato, che si dovesse per alcuni giorni con pi matura seriet il tutto ben considerare, e poi divenire alla vera risoluzione. Ci stabilito, si disciolse per quella volta l'Assemblea; e dato il giuramento della secretezza, ciascuno s'avvi per sua strada.
 Capitolo Terzo.
Ricorso di alcuni Nobili al Conte Luna a danni del Barone Perollo.
Appena erano scorsi pochi giorni, quando tutti quei Nobili della Citt si ragunarono nel luogo determinato; ove doppo aversi dibbattuti tutti li modi d'atterrare il Perollo, e non piacendogliene alcuno de' proposti, vi furono ultimamente alcuni, che cos arringarono in quel Conseglio: "Questa pessima, e maligna pianta di Giacomo Perollo non da altra potenza pu essere svelta dal suolo di Sciacca, senonch da quella del Conte Sigismondo Luna. Egli solo pu umiliare tanta sua superbia, ed atterrare tanta sua alterigia. Questa  la strada di poter noi arrivare alla meta delle nostre brame: con questo strale potremo noi colpire al segno de' nostri desiderj. Croller, croller certamente la superbia del Perollo, se scorger impegnata a suoi danni la potenza di questo gran Cavaliere, non men nobile, e ricco di lui. Seconder il Conte i nostri pensieri, non solo in riguardo alle suppliche di tanti Nobili, che implorano il suo ajuto, ma ancora, perch  viva la memoria de' passati oltraggi, che ha ricevuti dalla casa Perollo la Famiglia Luna."
Arrisero tutti al sentimento di costoro, e convennero di far ricorso in cos grave emergente alla potenza del Conte Luna. Quindi, senza che perdessero tempo, si partirono dal luogo, in cui s'erano ragunati, e tutti insieme si conferirono nel Palazzo del Luna: ove arrivati, e dimandati della cagione del loro improviso arrivo, cos incominciarono a parlare: "Conte Sigismondo, poicch insino a questo punto non abbiamo potuto rinvenire tribunale, da cui potessimo riscuotere gli atti d'una dovuta giustizia, ricorremo perci alla vostra generosa potenza, essendo certi, che non sarete mai pi per tollerare gli affronti di noi tutti, che viviamo sotto i felicissimi auspicj del vostro gloriosissimo Nome, e sotto l'ombra del vostro potentissimo Patrocinio. Giacomo Perollo (il Tiranno della nostra Patria, il nostro Carnefice, il Nemico giurato della vostra Casa,) con quel suo fasto superbo, e con quella sua grande alterigia violenta a forza di minacce il cuore di chiunque si sia, per istrascinarlo, come glorioso trofeo, dietro al carro della sua Ambizione. Ancor noi saremo miseramente forzati dalla sua potenza a rendergli ossequio, ed a prestargli obbedienza, se voi, o Signore, colla vostra prepotenza non rintuzzarete quella tanto sua grande insolenza, e temerit. E sino sino a quando, o Conte, in faccia della vostra istessa generosit si abuser egli della vostra clemenza, e della vostra tolleranza? quanto sopportaremo le ingiustizie, e le violenze, ch'egli fa dapertutto? Gi si vede, che ogni grazia, ogni onore, ogni dignit sia posta nel pugno della sua potenza. Egli a suo capriccio dona, a suo arbitrio dispensa, a suo gusto comparte ogni cosa: e per noi, che abborriamo il suo seguito, altro non resta, che l'acquisto di disonori, che il premio delle ingiurie. A voi, a voi dunque si conviene, o Conte, mettere in libert la vostra patria, difendere i vostri concittadini, proteggere i nobili, e cancellare col sangue d'un temerario gli affronti de' vostri bisavoli: mentre non lascia di continuamente gloriarsi nelle Assemblee de' suoi aderenti di quelle notabili macchie, che da' suoi predecessori furono impresse sul chiaro splendore della vostra Reale Prosapia."
A questi tanto vivi sentimenti, ed a queste efficaci espressioni di vendetta, l'animo del Luna subito s'accese d'ira, e di sdegno contra il Perollo. Nutriva egli nascostamente nel pi intimo del suo seno un gran fuoco d'odio verso il Perollo; ma lo copriva colla cenere della simulazione. Rimirava continuamente nella di lui Grandezza una tal risplendente gloria di Magnificenza, che, posta in riflesso, e in confronto alla sua, parevagli, che questa sparisse, come sparisce la luce delle Stelle alla comparsa della luce del Sole. Anzich scorgeva esser tanto grande dapertutto la gloria della Fama di Giacomo, che oscurava quella del suo Nome, e rendevalo respettivamente di molto inferiore nel comune concetto degli uomini. Provocato dunque l'animo suo feroce alla vendetta dalle persuasive degli amici, accett facilmente l'impegno, giurando alla presenza di tutti, che avrebbe affatto estinta l'odiata Prosapia de' Perolli.
 Capitolo Quarto.
Si spiegano le prime mosse dell'Armi di Sigismondo Luna contra Giacomo Perollo.
Coll'impegnare il Conte, giovane spiritoso, e pronto alle imprese pi ardue, ritrovarono quei finti adulatori il modo di vendicarsi colla mano altrui del comune loro nemico. Quindi si fu, che da quell'ora in poi incominciarono a vomitare tutto il veleno dell'odio mortale, che avevano insino a quel punto occultato nel pi segreto delle loro viscere. Incominciarono dunque a far frequentare in casa del Conte il maneggio dell'armi, ed a rendere familiare la prattica d'uomini facinorosi. In esecuzione di questo Marco Lucchesi si part per Bivona, ad effetto di levar gente in quella Terra: ed infatti ne ritornava un giorno con trenta bravi uomini di valore, tutti bene armati, e previsti di ben forti cavalli, per servire in queste circostanze al Conte Luna. Ebbero di tutto ci l'avviso le genti del Perollo, ed ordirono una segreta imboscata a quelle del Luna: dove queste arrivate, furono dalle truppe di Giacomo all'improviso assaltate, molti caddero dalla parte del Luna al primo fuoco; ma gli altri, guidati dal coraggioso Marco Lucchesi, si ritirarono a provedersi di posto pi sicuro, per evitare i colpi de' nemici, e porre in salvo la vita. Ed infatti situati in buona ordinanza, e stando s le difese, quantunque dall'una, e dall'altra parte collo sparo continuo de' loro schioppi si facesse una orribile tempesta di fuoco, e piovessero le palle, come gragnole; non per le genti del Conte Luna si lasciarono fare pi torto, come prima, anzi incominciarono a levarsi in qualche parte l'affronto, ricevuto nel primo attacco; non potendo bens impedire, che in tal fatto d'armi non restassero da parte loro sette uccisi, e molti gravemente feriti, e fra questi Calogero d'Onda Bivonese, molto dal Conte Luna stimato: dalla parte per del Perollo soli due restarono mortalmente feriti, cio Luigi Spagnuolo, ed Antonio Margeri, uomo assai valoroso, e di singolare temerit, e molto caro al suo Signore. Sbrigato Marco Lucchesi da questo fatto d'armi, al meglio che pot, si confer velocemente in Sciacca, non gi per quella strada, d'onde era prima venuto, ma per altra, per non inciampare in nuovi incontri.
Questa sortita non fu intenta, n dal Barone Perollo, n dal Conte Luna: ma fu un accidente portato dal caso, che fece incontrare quelle truppe nemiche in quel luogo; dove, servendosi della congiuntura, per non parere codardi, diedero all'armi. E bench in vero quei del Perollo fossero stati i primi a stuzzicare quelli del Luna; nulladimeno queste prime mosse furono i dolorosi principj del funestissimo fine, che aveva da sortire una Tragedia cos lagrimosa. E per Marco Lucchesi fu una congiuntura, di cui non poteva bramarne migliore, a quel fine di potersi egli con l'impegno del Conte Luna vendicare del Barone Perollo, che odiava a morte. Onde venuto in Sciacca, e portatosi dal Conte, che allora stava con suoi aderenti discorrendo sopra l'accaduto successo, cos incominci ad esclamare: "Che cosa ci resta pi da vedere, o miei Signori, che non abbia gi operato la malvagit di Giacomo Perollo? Egli, si ha visto, che non ha riguardo alla Patria, essendone divenuto Tiranno; non rispetto alla Nobilt, facendosene assoluto Padrone; non piet della Plebe, con trattarla da schiava. Ditemi, Signor Conte: Quanto tempo ha, che la vostra Reggia Prosapia perd il maggior suo lustro nella improvisa morte del Conte Artale di Luna, a cagione d'un violento veleno, propinatogli dall'odio crudele di Giovanni Perollo? Quanto tempo ha, che l'odio intestino di Pietro Perollo si scopr fin all'ultimo segno crudele verso il Conte Antonio Luna, contra cui sfogando egli tutta la maggior fierezza, e rabbia, con un sacrilego attentato lo assassin nella vita, e nella robba in faccia d'una intera Citt, e d'un Popolo forastiero? Ancora si vede quasich incenerita la Magnificenza de' suoi superbi Palazzi: e pure i Perolli furono, che vi accesero il fuoco. Ancora si vedono le mura, e le strade imbrattate del vostro nobilissimo sangue: ed i sicarj chi furono, se non i Perolli? Ed ora che per la sua potenza Giacomo  riputato il Capo di questa odiosa Famiglia, gi ne' suoi andamenti dona a divedere, che non lascer pure d'attentare la vostra rovina. Cos bisogna credere: poicch, se nell'occorso mio accidente vi sapeva nella mischia della mia condotta, avrebbe al certo uscito in persona ad insidiarvi, anzi dir volevo, ad involarvi la vita; siccome ha mandato per insidiare la mia, con la perdita di tanta gente al vostro servigio la pi fedele; e quello, che  peggio, non lungi dagli occhi vostri. Forse, che lo trattiene il riguardo alla vostra nativa Grandezza, attualmente apparentata con le pi gloriose Famiglie di Sicilia, di Spagna, di tutta l'Europa, avendo una Lucrezia de' Medici, e Salviati per isposa, discendente da' serenissimi Gran Duchi della Toscana, congiunta di Leone X. e nipote del regnante Pontefice, Clemente VII. Tutti noi non sappiamo, come potrete ormai pi comportare l'insolenza d'un s fiero vostro nemico; mentrech, essendo noi vostri aderenti, come schiavi in catena ci trattiene bloccati nel recinto di queste mura, e come tante bestie ci destina al macello, facendo, che incontrassimo ad ogni passo mille inciampi per le piazze, e mille insidie per le campagne. Insomma permettete, o Signore, che io lo dica per un attestato veridico della mia cordiale sincerit, che il pi tollerare l'arroganza del Perollo, senza prevalervi a suoi danni della potenza delle vostre ricchezze, e della grandezza d'un s glorioso Parentado, che si gloriarebbe di assistervi in un punto di tanto onore, non sar mai attribuito dal vostro nemico a virtuosa pazienza, per ravvedersi, ma ad infingardagine, per maggiormente insolentirsi."
Pi oltre si sarebbe prolongato il discorso del simulato Oratore, se quella nobile Assemblea, che l'udiva, increspando, come in conferma dell'arringate ragioni, il ciglio, non si levava da sedere; dandosi alcuni crucciosamente a passeggiare crollando il capo, alcuni altri dibbattendo al suolo i piedi: chi borbottava di qu, chi sospirava di l, mostrando tutti con gesti s rabbiosi, e stravolti, che, come tanti infieriti Leoni, volevano sbranare il comune loro nemico. Il Conte Luna al suono di quell'affettato discorso si era talmente stizzito, che gli occhi suoi parevano essere come due accesi carboni, che scintillassero fuoco di sdegno contra il Perollo; e altra volta giur di voler farne le sue vendette. Partirono allora tutti quei Nobili consolati con la speranza di aver a vedere sul teatro della Vendetta la funesta Tragedia della rovina di Giacomo.
 Capitolo Quinto.
Ufficj usati dal Barone Perollo, per quietare il Conte Luna.
Giacomo Perollo, che godeva in quei tempi benigni l'influssi d'una prosperosa fortuna, non avrebbe mai voluto intoppi, dove avesse potuto urtare quella tanta sua Felicit, e Grandezza; onde non ebbe tanto a grado l'imboscata, ordita dalle sue genti contra quelle del Luna; poicch ben conosceva, che questo attacco non serv ad altro, senonch a stuzzicare l'animo inviperito del Conte, ch'erasi trattenuto insino a quel punto quieto: maggiormente che per bocca delle spie, che egli teneva, affine di scrutinare i secreti del Gabinetto del Luna, gi aveva saputo le di lui minacce: e perch vedeva, che il Conte ne aveva qualche ragione, dubbitava, che, congiurato a suoi danni, non interrompesse colla sua potenza il corso de' suoi contenti. Quindi, per calmare l'animo fieramente aggitato del Luna, e deludendo l'arte coll'arte, rintuzzare nell'istesso punto le macchine degli emoli, con molto grande prudenza pens, e deliber di valersi in tal gravissimo affare della sperimentata saviezza di D. Gabriele di Salvo, Arciprete allora della Citt di Sciacca, e Sacerdote di tutta venerazione, cospicuo per la bont de' costumi, esemplarit di vita, e merito di nobilt, spirito, e dottrina; maggiormente che era vero amico, e padre amorevole di amendue. Avutolo dunque seco nel suo Gabinetto, gli rivel tutti i secreti del suo cuore, e gli manifest tutto l'intimo del suo animo. Gli disse, che li diportamenti ostili del Conte non erano da riuscire di utilt, n al bene particolare di ciascheduno, n al bene comune della Citt. N il Conte operava secondo, che richiedeva l'onore, e la gloria della sua nascita, nel lasciarsi sedurre dagli emoli, e nel prestare fede alle inique imposture de' traditori, che pretendono s le rovine altrui ergere le Statue della loro Fortuna, e della loro Ambizione. Soggiungeva, che ingiustamente egli fosse incolpato della fazione dell'armi, e della uccisione seguita, mentre assicurava da Cavaliere, che non aveva avuto in questo parte veruna, poicch  fu effetto del caso,  pure uno inconsiderato attacco di gente mal'accorta, e poco avveduta, non essendo stato mai suo pensiero di perseguitare chi non istimava per suo nemico, ma per suo vero, e cordiale amico.
Avrebbe il Perollo pi detto, se non avesse conosciuto, che l'Arciprete colla sua alta intelligenza aveva saputo pi comprendere di quello, ch'egli aveva arringato. Ed infatti il buon Sacerdote compresi bastantemente i sinceri sentimenti di Giacomo, e stimando molto gran servizio di Dio, e della Patria interponere colla sua mediazione la pace fra queste due disunite Potenze, prese dal Perollo congedo, per conferirsi dal Luna. Ed avendo fatta prima una paterna ammonizione a Giacomo, per aversi troppo superbamente diportato, insino a sdegnare l'istessa Pazienza, lo preg a moderare per l'avvenire il suo fasto, ed a regolare i suoi andamenti; e si part colla speranza d'un sicuro profitto.
Scelta l'ora, che gli parve opportuna, per conferirsi dal Conte, e raccomandato a Dio un s importante negozio, si port da Sigismondo: a cui rappresentando quanto dal Perollo gli fu insinuato, avvalor con tanta energia le sue vive persuasioni, che non diffidava d'aver colpito nel segno.
Il Conte Luna avendo sentito tutto il discorso del l'Arciprete, e non potendo pi trattenere gli empiti del suo furore, proruppe in simili accenti: "Come? cos s'inganna, Signor Arciprete, la sincerit d'un Cavaliere, ch'io sono? cos voi, ed il Perollo vi abusate della mia tolleranza nell'ingannarmi? atti di sommissione nell'animo superbo del Perollo? abbassamenti in quello, che  tutto alterigia? ufficj di giustificazione in un cuore, che  tutto presunzione? Signore Arciprete, o voi concorrete col mio nemico a schernirmi, o il mio antagonista vi ha burlato, per ingannarmi. Avvertite, che io aver sempre innanzi agli occhi e le vostre, e le sue operazioni, e le metter tutte a strettissimo sindicato: che se poi le scorger opposte a' sentimenti espressatimi da voi, e per voi dal Perollo, aver io forze bastanti a vendicarmi di entrambi."
Aspett l'Arciprete, che si calmasse l'animo cos aggitato del Conte; e dalla serenit del di lui volto conoscendo il tempo pi opportuno al suo buon disegno, ed al suo buon ufficio, lo certific, che il suo passato discorso non era stato un'artificiosa invenzione del proprio pensiero, ma piuttosto quasi un'ambasciata amichevole del Perollo, con che si dichiarava inclinato ad una quieta pace, ed amicizia fra loro, ed a rimovere per sempre ogni ombra di dissenzione, e d'inimicizia. Che per quietarsi il di lui animo, e per disporsi ad una perpetua, e reciproca alleanza, era di bisogno, che ricevesse i suoi sensi, come attestati d'una sincera cordialit, e che per l'avvenire chiudesse l'orecchio a' falsi rapporti degli adulatori, che pretendevano a forza di male imposture la destruzione di amendue, e delle loro Famiglie.
Parve, che restasse persuaso alle vive, e sincere ragioni dell'Arciprete l'animo del Conte; onde ringraziatolo dell'ufficio cortese, che seco aveva passato, gli diede con allegro volto licenza, con la promessa di avere ad approfittarsi delle amorevoli sue ammonizioni. Partito l'Arciprete, incominci il Conte a pensare nella sua mente, qual motivo lo avesse indotto a questa ambasciata. Se la considerava da parte di esso, la credeva tutta per zelo; perch non era un uomo, che venisse per ingannare. Solamente gli restava il dubbio da parte del Perollo; poicch non si poteva dare a credere, che la di lui alterigia fosse capace di abbassarsi con simili umiliazioni: ed a ci riflettendo, apprendeva il tutto per un inganno, ordito da' soliti artificj di Giacomo; quale venuto forse a notizia de' suoi disegni, che erano di ricorrere all'amiche Potenze, per averle ausiliarie contro di esso, con queste improprie sommessioni tentasse divertirne l'esecuzione, e frattanto mettere in prattica qualche suo iniquo disegno. E tenutane Consulta co' Nobili suoi aderenti, questi gli confermarono i suoi sospetti; avvertendolo di non appagarsi d'una finta ambasciata, fatta ad effetto di licenziare le sue truppe, e restare inerme, e spreparato agli occulti preparamenti del suo Avversario. Nulladimeno l'animo coraggioso del Conte non credendo vilt in quello del Perollo, onde volesse macchinare tradimenti, anzi sperando in esso l'emmenda de' trascorsi errori, per li buoni ufficj, che interponeva quel prudentissimo Arciprete, uomo di tutto spirito, e di sperimentata lealt ne' trattati di simili scabrosi negozj, sospese per alquanto il sinistro giudizio, non lasciando per di vegliare sempre con tutta attenzione sopra le operazioni dell'istesso Perollo.
 Capitolo Sesto.
Un accidente perturba i trattati di Pace tra il Luna, ed il Perollo.
Mentre dunque il santo zelo dell'Arciprete non desisteva d'interporre opportunamente gli ufficj di Cristiana piet, ad effetto di stabilire fra queste due Potenze antagoniste una vera, e ferma amicizia, successe, che Sericono Bass, famoso Corsaro de' Mori, chiamato il Giudeo, mentre che con una squadra di ben corredate Galeotte infestava le parti meridionali della Sicilia, avendo di notte tempo fatto sbarco di sua gente nelle spiagge di Solanto, dove ne' primi di Giugno 1529. si ritrovava a diporto il Barone di Solanto, con altri di sua conversazione, lo fece cattivo con altri dieci suoi Gentiluomini, e persone di servigio: quali, bench tutti impugnassero le armi per la propria difesa, nulladimeno, superati da quella gran ciurmaglia, finalmente si arresero in potere de' barbari Corsari, con sentimento universale di tutte queste parti del Regno, e con pianto inconsolabile di tutti i suoi affezionati vassalli: non mancarono bens persone, che asserivano, fosse stato il Barone di Vicari, e non quello di Solanto. Fatta questa famosa preda il Sericono, e costeggiando le riviere di Sciacca, a vista di quella Citt inalber bandiere di Riscatto, facendo intendere per un suo Tamburro, quale fosse il Personaggio, che esponeva all'incanto, sicuro che in questa sola Citt, come piena di numerosa Nobilt, e di moltissime Ricchezze, poteva approfittarsi d'un gran guadagno.
Il Conte Luna, avido, ed ambizioso di gloria, ammassata una gran somma di danaro, si port alla Galea dove presideva il Bass Sericono, ed espostogli il suo pensiero, di voler egli riscattare il Barone cattivo, fece quegli ragunare il Consiglio de' suoi subalterni Capitani, per concertare il prezzo del Riscatto: e posta sul tappeto la somma offerta dal Conte, doppo molti pareri, e varie risoluzioni, fu rifiutata, a causa che da quella avarissima ciurmaglia fu giudicata assai scarsa, non ostante che fosse una somma molto assai ragionevole. Che per fu forzato il Conte a ritornarsene afflittissimo, senza aver potuto conseguire il suo bramato fine.
Tutto il popolo era concorso spettatore sopra le muraglie della Citt, per godere la vista del trionfo della Generosit del Conte in cos gloriosa impresa. Ma vedutolo ritornare senza gli applausi, ch'eran dovuti ad un festivo trionfo, quale aspettava di godere, giudic infelice la riuscita di questo attentato: onde stupito s'ammutol. Fra la plebaglia si sent allora un gran susurro, dicendo alcuni, che il danaro del Conte non fosse stato bastante ad appagare l'ingordigia de' Barbari: ed altri, che la generosit del Conte pur troppo era stata ristretta ne' limiti.
Il Barone Perollo scorgendo, che il Conte Luna ritorn senza nulla aver profittato, e che in segno ne dimostrava sul volto una insolita pallidezza, sentendo pure insino all'intimo del suo cuore l'affronto d'una Citt gi impegnata a questa Redenzione, spinto dalla sua solita generosit, non ostante che Sericone avesse gi levata la bandiera della sicurezza, e che, salpate l'ancore, stava gi per mettersi in cammino, fece con grandissima prestezza caricare diversi Barconi di molti preziosi rinfreschi, consistenti in bestiame, pane, vino, pollame, cose d'ortaggi, neve, e gran copia di finissima pasta, e mand il tutto al Generale Sericono; e doppo, postosi sopra una Felluca superbamente addobbata, si port eglistesso a ritrovarlo, mettendosi al rischio d'esser fatto ancor egli cattivo, e restare insieme col Barone di Solanto misera preda de' Mori.
A veduta d'una s nobile intrepidezza non pot far di meno il Bass Sericono di non restar egli preso da gran meraviglia: e veduto avvicinarsi la Felluca, ove per li preziosi, e superbi addobbi, che l'adornavano, suppose ritrovarsi qualche gran Personaggio, (com'era in fatti,) diede ordine, che si arrestassero le Galee, per dare a quel gran Signore la dovuta udienza, e conoscere insieme la qualit d'un Soggetto cos riguardevole. Arrivato Giacomo, and Sericono ad accoglierlo s la poppa della sua Galea con tratti di finissima gentilezza, porgendogli la mano, e lo condusse onorevolmente nella sua camera: ove finiti gli ufficj di complimento, il Perollo offer sestesso, e tutta la Citt a quanto gli bisognasse, pregandolo ad accettare per allora quel poco rinfresco, che aveva potuto prontamente mettere in ordine; n lasciando fra questo mentre di porgere nelle mani d'un suo fidato una preziosissima borsa, con dentro una buonissima somma di moneta d'oro, acciocch la distribuisse alle ciurme di quella Galea. Doppo questo preg con tutta espressione il Bass, che si degnasse di fargli l'onore delle sue grazie, con liberare quel Cavaliere cattivo, per il di cui riscatto gli esibiva tutta quella somma di danaro, che avesse richiesta, oltre all'obbligo eterno, che gliene averia professato. Rest il Bass stordito a tanto grande generosit d'animo del Perollo; e mentre attendeva a chiamare i Capitani dell'altre Galee, per tenere Consiglio, Giacomo andava girando per quelle, gettandovi quantit di moneta, e facendo gridare dalla comitiva, che l'accompagnava: Viva, Viva il Bass Sericono, e tutta la sua famosissima Squadra.
Il Bass, quantunque barbaro di natura, e poco avvezzo allo studio del Ceremoniale della civile Politica; nulladimeno era capacissimo de' buoni tratti di Cavalleria: e restando assai sodisfatto, non tanto per la splendidezza del donativo, quanto per la grandezza, e generosit dell'animo del Perollo, che con tanta fiducia s'era assicurato nelle sue mani, senza il Salvo Condotto, argoment, che il Perollo era un Cavaliere d'alto concetto, e di grandezza piucch sovrana. Onde rest cos avvinto fra' nodi de' suoi cortesissimi tratti, che non solo gli concesse il Cavaliere gi fatto schiavo, ma ancora tutti gli altri dieci, che con esso erano stati ancora fatti schiavi, senza esiggerne alcuno riscatto: e di pi stabil per inviolabil legge, che ne' mari di Sciacca, incominciando da Capo di San Marco, e terminando a Capo Bianco, a contemplazione del suo amore, mai avrebbe cattivato persona, n fatto danno veruno: ma che ognuno, che a caso in avvenire fosse stato preso dalle sue Galee, lo averebbe egli fatto restituire, postagli in fronte l'insegna del merito del Perollo, affinch come dalle di lui mani riconoscesse la sua libert: (come in fatti ne' giorni seguenti essendo a caso stato preso da una sua Galea un tale cognominato d'Amplo, e ci da lui risaputo, lo vest di Scarlatto alla Moresca, e lo fece nell'istesso luogo, ove fu preso, restituire con tutta la barca in libert, ordinandogli di rendere le grazie al Barone di Pandolfina:) ed al separarsi il Bass dal Perollo in segno della grande stima, ch'egli di esso faceva, gli regal un preziosissimo anello, coll'ingasto d'un finissimo diamante, incastrato a giro di grossi smeraldi, e rubbini. Indi licenziati con mille onori i due Baroni di Solanto, e Pandolfina, e fatto uno sparo festivo di artiglieria, moschetti, ed archibuggi, si allontanarono continuando lo sparo da ambe le parti per tutto quel tratto. E all'arrivo a terra si aggiunsero i mortaretti della Citt, col Viva di tutto il Popolo, in congratulazione della ricuperata libert dell'amabilissimo Barone di Solanto; il quale cattiv l'animo di tutti nel mostrare la sua spiritosa giovanezza imperturbabile a quel fatale accidente della sua cattivit. Quindi, dimorato per qualche giorno in trattenimenti di giubilo con tutta la Nobilt di Sciacca, e specialmente col Perollo, a cui rest eternamente obbligato, si part da Sciacca, accompagnato con gran festa, per apportare colla sua presenza il sospirato consuolo a tutta la sua Casa.
Quanto fu l'allegrezza di Giacomo per l'onore ottenuto in quel successo, altrettanta fu la tristezza di Sigismondo per l'infortunio incontrato in questo accidente del Barone di Solanto; dove pensando di acquistar gloria, ne riport un gran disonore, e ne acquist il guadagno d'un gran pregiudizio. Gli uomini per pi sennati della Citt compativano il Conte, poicch la sua azione era stata eroica, e degnissima della sua nascita, come ancora degna di somma gloria, e per lui stesso, e per la Patria; ma che poi l'impresa non abbia riuscita a misura delle sue brame, si deve dire, che ne fosse stata la causa il modo, da lui non ben considerato, mentrech esso avrebbe pure potuto portare a fine egualmente glorioso quella nobile impresa, se avesse saputo fare quello, che fece il Perollo. Ma mi suppongo, che giudicando egli non esser sentita bene tanta familiarit con quei nemici del Nome Cristiano, pu essere, che ad un tale riflesso sene avesse astenuto. Ed il Barone di Solanto, che pure conobbe l'atto generoso del Conte, bench non portato a fine per l'ingordigia dei Mori, pure con essolui si profuse in rendimenti di grazie, ed in esibizioni di obblighi eterni.
Ma non per questo nell'animo del Conte non crebbe maggiore l'odio contra il Perollo di quello si fosse per lo passato, poicch assolutamente ebbe per certo, che Giacomo in quella occasione avesse voluto mostrare tanto grande, e generosa liberalit, affinch in tal maniera venisse sommamente oscurata la sua grandezza: onde a questo riflesso maggiormente si conferm nella mala intenzione, che aveva di farne un giorno li dovuti risentimenti, con la total rovina dell'istesso Perollo. Ma il tormento pi atroce, che martirizzava l'animo del Conte, era l'applauso del Popolo, che inalzava insino alle stelle il nome del Perollo; e quanto pi vedeva egli, che s'ingrandiva la di lui fama, altrettanto credeva, che si derogasse alla sua. Oh che gran pena lo tormentava, ogni qual volta scorgeva, che non usciva il Perollo da casa, che non avesse un ossequioso accompagnamento d'una intera Citt! Sicch egli credeva tutto ci, ch'era opera del caso, essere fatto dal Perollo a suo dispetto: e gli parve, che in ci egli punto non errasse, ma che ne avesse una pur troppo evidente prova, e conferma in altro accidente seguita.
Correvano li 15. dell'istesso mese di Giugno del 1529. ed in questo giorno s'incamin il Perollo alla Chiesa del glorioso martire, Santo Vito, di cui in quel giorno con sollennissima pompa celebravasi la festa nella Citt di Sciacca. Era al solito accompagnato da molti principali della Citt, e lo seguiva pure un numeroso stuolo di gente d'ogni sorta, e condizione, che averebbe cagionata invidia alla pompa un tempo de' Senatori Romani: s'incontr col Conte Sigismondo, che usciva dalla Chiesa; ed a questi parve, che il Perollo alla sua veduta soverchiamente affettasse lo sfrazzo della sua grandezza e nel volto, e ne' passi; onde ne rest internamente assai aggitato. E molto pi fecero inasprire l'animo del Conte alcuni indiscreti della comitiva di Giacomo, che lo guardavano fissamente, e con qualche gesto di capo, che indicava disprezzo, aggiungendovi pure qualche scherzo faceto, e frizzante, talmentech molti, che erano in sua compagnia, l'abbandonarono, seguendo la partita del Perollo. Che per il Luna, da una parte vedendosi in tal maniera disprezzato da quei della comitiva del Perollo, e dall'altra scorgendosi dall'istesso Perollo guardato quasi con dimostrazione di poco rispetto, procur subito con la poco famiglia, che lo seguiva, di ritirarsi in casa, per ivi consultare il modo pi proprio, ed accertato di potersi vendicare di tante offese.
 Capitolo Settimo.
Consiglio del Perollo, per ischermirsi dal Luna.
S'avvide Giacomo, che Sigismondo si fosse partito assai acceso dal furore; e indi sent dalle sue spie, che andava facendo raccolta di gente facinorosa. Onde, per ischermirsene, incominci a fingere, diportandosi al solito con la primiera sua gravit, e posatezza: stava nulladimeno assai cautelato; ed ogni suo passo veniva guidato da una molto attenta, e prudente circospezione. Ma considerando poi, che la cosa era ridotta a segno, che, se non sel'apprestava opportuno riparo, n'avrebbe seguito indubbitato il precipizio; ed acciocch non regolasse i suoi moti con la propria passione, ma con l'altrui voto, congreg a secreto Consiglio i suoi pi fidi parenti, ed amici, affinch dalla Prudenza di quelli riscuotesse il modo di come dovea diportarsi.
Fece dunque chiamare Gian-Paolo Perollo, suo nipote, Barone della Salina, Cavaliere, quanto valoroso, altrettanto ricco di beni di fortuna, Gian-Filippo Perollo, Barone del Cillaro, Gulmo, e Castellazzo, Geronimo Perollo, Barone del Ponte, Benedetto Perollo, Barone della Culla, con Federico, Capitano della Citt, e Marco, e Pietro Perollo, a Giacomo quanto stretti in parentela, altrettanto collegati con vincoli d'amore. Fece pure chiamare Girolamo Ferraro, con due suoi fratelli, Cavalieri nobilissimi, e di tutta prattichezza negli affari del mondo, che pur erano suoi parenti: ed inoltre Onofrio, e Girolamo Graffeo, fratelli, ancora parenti assai stretti di Giacomo: come pure Martino Antiochia, Pietro Beatrice, Francesco Caravelli, amici strettissimi del Perollo, e Cavalieri di gran grido nel Regno: come ancora Matteo Benfari, Vincenzo Cubici, con altri due suoi fratelli, tutti Gentiluomini di grande spirito, e valore. Convoc pure altri amici, e aderenti di gran senno, e coraggio: ed avutili tutti insieme, con formole di parlare molto espressivo, e grave gli disse: che non era pi tempo di passarla tra finzione col Conte; poicch, non ostante, che avesse egli tentata ogni strada per via dell'Arciprete di Sciacca, a fine di renderlo persuaso di quei buoni suoi sentimenti, nondimeno aveva interpretato tutto al rovescio, attribuendo quei buoni ufficj a timore, che loro avessero di esso, e de' suoi fautori. Soggiunse, che il Conte aveva senza nissuno motivo ragunato pi volte gente d'armi, forse per servirsene a loro danno, come ne veniva avvisato da quelle fide spie, che appresso il Conte teneva stipendiate. Che per non era pi tempo di usare tratti di cortesia con un loro comune nemico, quale pi s'insolentiva, e pigliava maggior anza di trascorrere negli oltraggi, e nelle minacce; come se li Perolli, e suoi amici fossero Uomini di bastone, e non Cavalieri bastanti a rintuzzare gli strali della di lui alterigia. Concluse dunque, che riflettessero bene sopra questi punti: e che, se li stimassero giustificati, e conformi a' dettami della loro Prudenza, dovessero assistergli con tutto il loro onorevole impegno, e favorirlo ne' suoi tanto gloriosi disegni; mentrech sarebbe riuscito a maggior loro gloria, e vantaggio, per cui protestavasi anch'egli pronto ad esporre la propria vita.
Avendo fatta seria riflessione sopra i punti proposti dal Perollo, furono tutti uniformi nella loro costante risoluzione tutti quei nobili Consiglieri; e perci approvando concordemente le di lui ragioni, determinarono, che in avvenire Sigismondo si dovesse trattare da nemico alla scoverta: ed in questa maniera seli farebbe conoscere, che in petto a' Perolli non allignava alcun vile timore; che anzi in essi non era inferiore alla generosit dell'animo la potenza delle forze. Che si dimostrasse dunque non tenerne conto; essendo pur vero, e chiaro, che si doma col dispreggio un genio altiero. Che stasse intanto Giacomo sicuro della loro assistenza, e del loro favore: ed in conferma di ci giurarono di non abbandonarlo insino alla morte, esibendosi tutti prontissimi ad ogni suo cenno. A tenore dunque di tale determinazione, fatta, e conchiusa in quel Congresso, incominci il Perollo a scoprirsi quasi apertamente per nemico del Luna; onde pratticava una pi stretta unione colla sua nobilissima Comitiva; sicch, quando usciva di casa, non si vedeva mai scompagnato da questi Cavalieri, e Gentiluomini, portando ancora seco altro gran numero d'uomini valorosi, come Antonio di Maggio, e suo fratello, Giacomo di Palermo, Giovanni d'Urso, Vito Polizzi, Antonio Margetti, Cola Stornello, Onofrio Scirica, Antonio di Catania, Luigi Spagnolo, e molti altri Capi di molti bravi, che tutti erano in numero di pi di 150. Quali tutti, o per attinenza di servizio domestico, e di campagna, o per obbligo di beneficj ricevuti dal Barone Perollo, stavano ordinariamente di casa nel suo Castello; e molti di questi, che pi dimostravansi ossequiosi, l'accompagnavano sempre armati di schioppi, o altre armi di fuoco: oltrech da allora in poi non lasci mai il Perollo di portarsi innanzi li sei Schiavoni di straordinaria corporatura, armati di spadoni a due mani, che teneva a guardia della sua Persona.
Questo superbissimo fasto con quella nuova ordinanza non mai per il passato pratticata dal Barone Perollo, fece grandissima impressione nell'animo dei fazzionarj del Conte Luna; sicch molti della sua fazione si ritirarono, n pi si fecero vedere in quella sua comitiva di Nobili; ed altri, che per loro occulti fini non lasciarono di ossequiarlo, gli suggerivano, che tutto ci fosse una nuova moda d'ostilit, comprovata dal publico dispreggio, che ne' pubblici discorsi faceva il Perollo della sua persona, trattandolo da Uomo inconsiderato, e da pazzo. E quello, che offese pi il Conte, fu il non avergli il Perollo reso il saluto in certa occasione, che qu brevemente rapporto. Portavasi una volta il Conte Luna, per ascoltare la Messa, alla Chiesa del Carmine; all'uscire che fece dalla porta maggiore, che sta dirimpetto a quella porta della Citt, chiamata del Salvatore, lo sopraggiunse il Perollo con tutta quella gran comitiva d'uomini armati, e con quello nobilissimo stuolo de' suoi parenti, ed amici; ed allora non solo rimir il Conte con guardo bieco e dispettoso, ma ancora non gli corrispose al saluto. Per lo che ritornato a casa tutto collerico il Conte, sped un messo a Giacomo con l'ambasciata, che bramava sapere, per qual nuovo motivo gli negasse publicamente il saluto: soggiungendogli, che con quella nuova dimostrazione di fasto, e con quelli diportamenti gli dava bene a conoscere, ch'egli fosse suo nemico. Il Perollo rispose, che le sue operazioni erano solo corrispondenti alle operazioni del Conte; e che perci egli bene osservava tutti gli andamenti della lui persona, sapendo, che il Conte a persuasione de' suoi emuli procurava di non usare con esso gli atti d'una politica, e civile convenienza: onde anch'esso non cedeva n a lui, n agli altri del suo partito; ed era gi risoluto di non compiacerlo di cosa veruna. Una tale risposta, che ne' medesimi termini fu riferita al Conte, lo fece pensare a molto strane, e precipitose risoluzioni, restando tutto quel giorno, e tutta quella notte con la mente confusa in varie macchine di vendetta, per atterrare il suo palesato nemico.
 Capitolo Ottavo.
Il Barone Perollo stuzzica con nuovi incentivi lo sdegno del Conte Luna.
Correvano li 18. dell'istesso mese di Giugno, e dell'istesso anno 1529. giorno di Sabbato, quando il Conte Luna, che continuamente sene stava oppresso da' cattivi pensieri della vendetta, per sollevare in parte il suo animo, si pose a cavallo, ed usc dalla porta, chiamata delli Bagni, fuori della Citt di Sciacca. Usc egli solo, e con tale fretta, che appena seguir lo poterono i suoi pi confidati, Marco, e Ferrante Lucchesi, con altri due Gentiluomini, e pochi suoi servidori. Ma il destino, che gli approntava al piede que' inciampi, ch'egli fuggiva, volle, che all'uscir dalla porta, s'incontrasse col Perollo, accompagnato al solito dalla sua numerosa Comitiva, che ritornava dalla Chiesa de' Padri Osservanti di S. Francesco. A veduta del Perollo tutto s'impallid il Luna, per la gran paura del suo nemico; sud, gel, e trem, dubbitando di poter essere da lui commodamente assalito. Ma il Perollo, essendo assai vicino al Conte, fu in forse, non d'assalirlo codardamente, poich era una vilt abominevole, ma di provocarlo a duello; per vedendolo cos oppresso da' malincolici pensieri, ed uscito quasi fuor di sestesso, non volle ci fare, ma rivoltato a suoi, disse: "Guardate, quali sentimenti apprensivi inducono questo matto a dar nelle smanie! vedete, che li suoi stessi andamenti scoprono chiaramente agli occhi del Mondo le sue pazzie! Andiamo dunque a vedere per cortesia, dove termini la carriera di questo scervellato." Ci detto, voltato il passo dietro all'orme del Conte, si portarono insino a quel piano, ch' dietro alla Chiesa di San Barnaba, ed oggi dietro al Cortile del Convento de' Padri Agostiniani. Viddero dunque da quel luogo, che il Conte Luna con quelli pochi, che lo seguivano, si era fermato nel piano della Chiesa di Santo Antonio Abbate, lungi dal luogo, ove era il Perollo, poco pi, o meno d'un tiro di archibuggio. Ed allora alcune persone del seguito del Perollo, (e forse non senza consenso di esso) incominciarono a beffarlo con gridi, e fischiate, e con molti tiri di schioppi nell'aria. E perch molti seguaci del Conte, che non ebbero tempo di partire con esso, poi lo seguirono; nel passare, che facevano per quel luogo, restavano pure molto vilmente in varie guise scherniti.
Quel povero Conte, che andava fuggendo i tumulti della Citt, cercando fuori di essa luogo di quiete alla sua mente, onde potesse dare miglior concerto a' suoi disegni, dando in atti di disperazione per questi oltraggi, preso da un odio implacabile, giur di voler abbruggiare Giacomo Perollo vivo nelle sue proprie stanze, e fare di tutti i suoi stragge cos crudele, che nel Mondo ne averebbe da restare eterna la memoria della sua vendetta. E cos stabilito, senz'altro dire, spron il cavallo, ed a tutta carriera si port nella sua Terra di Caltabellotta. Ove subito che fu giunto, si chiuse in una camera la pi rimota del suo Palazzo, senzach avesse mai parlato con alcuno; e la sera pregato dagli amici, servidori, e vassalli a ristorarsi le forze con qualche cibo, ed a sollevarsi l'animo con qualche riposo, non volle concederlo, passando tutta la notte senza un punto di quiete. Indi presa la penna, si pose di pugno proprio a scrivere molte lettere assai premurose, dirette a diversi suoi amici, e vassalli, e ad altri suoi confederati, pregando gli amici, e comandando a' vassalli, che col maggior numero di gente scelta, che prontamente potessero congregare, si portassero con tutta prestezza in Caltabellotta per un negozio di molta importanza, trattandosi di avere a vendicare le offese della sua persona oltraggiata. La mattina poi delli 19. di Giugno consegn le lettere a proprie mani de' Corrieri, quali sped per quelle Citt, e Terre, ove erano dirette le medesime lettere.
Non trascorsero molti giorni, che vennero a ritrovarlo in Caltabellotta molte nobili, e valorose persone come furono Pietro Giliberto, Cavaliere Palermitano, Michele Impugiades, Nobile di Girgenti, fiero nemico di Giacomo Perollo, con altri due suoi fratelli, Pietro d'Ugo, Gentiluomo di Termini, Francesco Sancetta Salemitano, divotissimo della casa Luna, che port in sua compagnia venti uomini a cavallo, ben'armati, e di gran coraggio. Vennero pure molte altre valorose persone da Bivona, e da altre sue Terre, accompagnate dalla comitiva d'altri uomini ancor valorosi. Vennero pure a servirlo truppe di soldati facinorosi, stipendiati a sue spese, come furono molti Greci di pessima vita, sotto la condotta di Giorgio Comito Greco, uomo di assai scelerati costumi, e che si metteva in ogni pericolo; quali tutti insieme formarono il numero di 400. pedoni, e di 300. cavalli.
A veduta di ragunanza cos valorosa, sbandita Sigismondo quella gran malinconia, che tanto lo affligeva, prese qualche respiro: ed indi, rasserenata la sua mente, incominci fra sestesso a pensare sopra il modo, con che potesse giungere alla sospirata vendetta: e per non errare, guidato forse dalla propria passione, e per non procedere inconsideratamente, determin di chiamare a Consiglio i Maggiori di quella ragunanza, acciocch con gli oracoli della loro prudenza potesse meglio, e sicuramente condurre al preteso fine quella sua grande Impresa.
 Capitolo Nono.
Consulta il Conte Luna il modo di uccidere il Perollo.
Dapoich il Conte vidde ristorata dalle fatiche tutta la gente, ch'era venuta a servirlo, per non perdere pi tempo, ed impegnarla con tutta prestezza a' danni del Perollo, chiam subito a Consiglio Michele Impugiades, e Gian-Pietro Infontanetta, con altri Cavalieri: come pure fece chiamare Ferrante, e Marco Lucchesi, antichi, ed affezionati aderenti della Casa Luna, dalla quale furono sempre protetti, e con essi Cola il Vasto, con due suoi fratelli, Cesare, Onofrio, e Pietro Antonio Imbeagna, Calogero Calandrino, ed altri Nobili, e Gentiluomini di tutto senno, e valore: ed avutili tutti insieme congregati, e pendenti dalla sua volont, cos gli disse: "Miei cari Signori, ho avuto l'ardire d'incommodarvi, per prevalermi del vostro valore ad abbassare l'alterigia di Giacomo Perollo, reso ormai s insolente dalla mia ritardata vendetta, che si ha fatto lecito di pubblicamente oltraggiare la mia persona. Io bramo la sua morte, ma con quella prestezza, che  possibile: e perci desidero, che voi mi consultassivo le maniere pi facili, e le strade pi brevi, per ottenerla. Io bramerei, che si assaltasse all'improviso: e primach si premunisse con maggiori forze, si uccidesse. Egli, il Perollo,  savio, coraggioso, e prudente; ed in sapere la vostra condotta in mio ajuto, implorer il soccorso dalli suoi confederati, che molti ne tiene, e sono tutti potenti; onde poi riuscir assai difficile il poterlo vincere. Via dunque si assalisca all'improviso, ed indi si uccida questo mio gran nemico."
Udirono quei nobili Consiglieri quanto loro era stato efficacemente esposto dal Conte Luna in quel secreto Consiglio: e posta sul tappeto la di lui pretensione, convennero di comune consenso, che si dovesse dare la morte al Perollo. Incominciarono bens a discorrere in qual maniera pi sicura lo potessero uccidere: e bilanciando le proprie forze, e postele in confronto a quelle del Perollo, s'accorsero, che non lo potevano assalire alla scoverta, dentro una Reggia Citt, in mezzo d'un Popolo a lui tanto ben'affetto, assistito da un'aderenza di Nobili i pi principali, in un Castello munito di sette pezzi di artiglieria, di smerigli, archibuggi, ed altre armi, con un numero grande di gente guerriera, per difesa di quella sua Fortezza, che pure era ben guardata da altri due Fortini; avendovi il Perollo di pi rinforzate le Torri, e riparate le muraglie. Ma molto pi rendevasi essa forte per la copia delle abbondantissime provisioni di guerra, e delle ricchezze molto considerabili dell'istesso Perollo: che tutte erano considerazioni, che difficultavano l'attentato di poterla finire con una invasione improvisa. Maggiormente che si aveva da fare questa grande impresa in una Citt, ove residevano 40. Baroni, molti uomini illustri, e nobilissimi Cavalieri, che tutti si sarebbero risentiti, e posti in armi, e per difendere il decoro della Patria oltraggiata: e molto pi, che molti di quei Signori erano amici, e strettissimi parenti del Perollo; e questi non averiano lasciato d'intraprenderne la difesa, e di vendicarne l'offesa. Nemmeno pareva a' medesimi Consiglieri, che questo affare si dovesse portare a lungo, per le ragioni dal Conte addotte: oltrech avrebbe potuto succedere qualche gran ribellione del Popolo, che l'adorava, vedendolo cos assaltato: ed avrebbe ancora potuto il Vice-R, suo congionto, ed amico, trasmettergli ajuti di considerazione, a' quali non potendosi con s poca gente resistere, metterebbero a sicura rovina tutte le loro persone, ed a totale dissipazione tutti li loro beni. Si concluse dunque di non assalirlo scovertamente, ma di macchinargli con poca, e risoluta gente un secreto aguato, nel quale inciampando il Perollo, vi lasciarebbe sicuramente la vita.
Rodevano le viscere del Conte queste prolungate speranze di vincere: avrebbe egli voluto assalti repentini, straggi con prestezza, e morti senza dimora. Nulladimeno, per non errare, determin d'appigliarsi a' voti di quei Cavalieri, che decretarono, che di tutta la gente, quale si ritrovava raccolta a' cenni del conte, si eleggessero 100. li pi coraggiosi: con questi si entrasse nascostamente in tempo di notte in Sciacca, e si mettessero in aguato: e se gl'incontrava occasione, che il Perollo fosse uscito di casa, l'assalissero, e l'uccidessero. E bench la Citt fosse circondata di mura, e le porte di essa stassero di notte serrate, dovessero nulladimeno questi 100. armati nel bujo della notte entrare per una finestra bassa della casa dell'Infontanetta, quale confina colle mura dirimpetto alla marina, vicino alla porta di mare.
Cos stabilito, la notte del mercoled de' 27. di Giugno il Conte fece scegliere 100. soldati, li pi valorosi, arditi, e pronti ad ogn'Impresa; e fatto Capo di essi, scese da Caltabellotta ad ore tre della notte, senza strepito, o rumore alcuno: ed in essere vicino a Sciacca, ordin, che tutti smontassero da cavallo; e fece da' suoi servi ritornare addietro i cavalli. Si port poi egli con gli altri al destinato luogo: ove si avviarono, non tutti insieme, per non dare qualche sospetto, ma alla sfilata, a quattro, a quattro, ed a sei, a sei conforme comportava l'opportunit del tempo, e del luogo: ed in questa maniera sen'entrarono, senzach nissuno sen'avvedesse.
Il Conte dimor nascosto in quella casa con gli altri pi giorni, osservando i moti di Giacomo, acciocch, sel'incontrasse l'opportunit d'assaltarlo, ed ucciderlo: e bench la sua condotta fosse portata con tutta secretezza; nulladimeno la sua gente non pot stare tanto occulta, che non si manifestasse alla vigilanza, che faceva l'oculatezza di Giacomo. Fu egli avvisato di tutto quello, che il Luna aveva deliberato; ed a tal notizia fingendo con prudenza, diede a sentire per Sciacca, ch'era trattenuto in letto, oppresso da acerbo dolore di fianco; ed in tal maniera copr con questo stratagemma politico la sua ritirata in Castello; nel quale dimor per molti giorni pronto, e senza timore, in aspettare dentro alla sua Fortezza l'occasione di sostenere gli assedj, e rispingere gli assalti, che gli venissero fatti, e dati da Sigismondo, suo nemico.
Sigismondo per non si aveva ancora manifestato d'essere in Sciacca; e bench la sua gente sene stasse il giorno ne' nascondigli della casa dell'Infontanetta; usciva nulladimeno la sera, per prendere forse in aguato o il Perollo, o qualche suo aderente. Ed infatti il primo, che inciampasse in questa trappola, fu Antonio Margetti, servidore del Perollo, ed a lui molto caro, per la sua sperimentata fedelt, e per il suo temerario ardimento, che dimostrava in difenderlo; ma quanto al Perollo gradito, altrettanto odioso al Luna, per le sue bravate, con che pensava d'intimorirlo. Costui dunque il Venerd a 29. di Giugno uscito di prima sera dal Castello, con altri dodici, s'incaminava, per andare alla casa d'una meretrice, ch'era vicina alla Chiesa di San Cataldo. Ebbero di ci notizia li soldati del Conte, e volendo dimostrare il suo buon servigio, che a lui facevano, uscirono venti di essi li pi scelti, e valorosi ad assaltare il Margetti, sotto la condotta d'Accursio d'Amato, Ferrante Lucchesi, e Gian-Pietro Infontanetta; e scaricate molte archibuggiate, colpirono a morte il Margetti, un suo fratello, ed un altro chiamato Francesco Scantatella; e gli altri, che fuggivano, per salvarsi dentro il Castello, furono a tutto calore seguitati; onde fu sopraggiunto un tal Vito Polizzi, a cui, doppo essere stato fieramente trafitto con moltissimi colpi di stillettate, furono con un pugnale cavati gli occhi; ed in tal modo fin miseramente la vita: e non potendo avere altri nelle mani, perch di gi s'erano tutti salvati coll'entrare dentro il Castello, troncarono dal busto la testa al Margetti, ed al Polizzi, e si ritirarono, senzach n pur uno, o del Castello, o della Citt, si risentisse a questo rumore. La mattina poi del seguente Sabbato usc pure dal posto questa vittoriosa truppa con le due teste del Polizzi, e del Margetti, affisse a due picche; e scorrendo per le strade, e ritrovati i loro corpi ancor giacenti nel suolo, li tagliarono in quarti; ed affissatili all'aste, fecero cos un breve giro per qualche strada della Citt in pompa della loro barbarie, e poi li portarono a Sigismondo; il quale, facendone grande allegrezza, volle premiare il gran valore de' tre suoi coraggiosi Campioni, regalando ad Accursio d'Amato, e a Gian-Pietro Infontanetta due Gioje di gran prezzo, ed a Ferrante Lucchesi un generoso Cavallo superbamente guernito, ed agli altri venti diede con prodiga mano altri preziosi doni.
 Capitolo Decimo.
Si palesa il Conte Luna manifestamente armato nella Citt a danni del Barone Perollo.
Considerando il Conte, che un picciolo drappello della sua gente avesse tanto operato, senzach persona alcuna segli avesse opposto, ed attribuendo il tutto a timore del suo avversario, credendolo impotente di stargli a fronte, reso baldanzoso, giudic, che gi fusse venuto il tempo di poter risarcire l'onore, perduto alla sua persona, e alla sua grandezza, ed in tal maniera rendere avvilita la grandezza, e la persona del suo nemico. Ordin dunque egli, che si splancassero le porte di quella casa, ove con tutta la sua gente s'era intrattenuto nascosto; e postosi a cavallo, usc fuori con superbissimo fasto, seguito da tutta quella medesima gente ben'armata; e passando per le strade publiche, o maestre della Citt, davasi a conoscere l'arbitro, e l'autore di quello esemplarissimo castigo; ed in questa forma si condusse pian piano al suo Palazzo.
A questa comparsa del Conte, quanto altiera, altrettanto temeraria, non solo quei Nobili della Citt, che erano con esso alleati, ma ancora tutti gli altri Nobili indifferenti, per timore di non succeder peggio anche a loro, andarono a congratularsi con essolui del felicissimo successo in avere dato a quegl'insolenti il condegno castigo. Vi furono fra quei Nobili alcuni, che compassionando le sventure, alle quali dovea soggiacere la loro patria, cercavano di render persuaso il Conte, che abbastanza egli si fosse vendicato, con quanto allora aveva operato, procurando in questa maniera d'arrestarlo da qualche altro lagrimevole attentato, con che potesse perturbare lo stato della Citt. Altri per, aggitati da' stimoli dell'invidia, e dell'odio contra il Perollo, stuzzicavano il Conte a dare l'opportuno rimedio al male, principiando dal capo, (che s'intendeva per l'istesso Perollo:) altrimenti la Casa Luna, e tutta la Citt mai goderebbe una sicura quiete; e che eglino, trattandosi del bene comune della loro Patria, e del particolare ancora d'una s nobile, ed illustre Famiglia, offerirebbero pronta con le proprie forze la loro vita.
 Capitolo XI.
Morte data d'ordine del Conte Luna a Girolamo Ferraro.
Girolamo Ferraro, Cavaliere molto illustre, e chiaro per la nobilt del sangue, e per li beni di fortuna, ma molto pi per le buone lettere, nelle quali segnalatamente spiccava, e per l'intrepidezza del cuore, che lo rendea valoroso, per non mostrarsi parziale al Perollo, con cui aveva strettezza di parentela, e palesarsi indifferente, and cogli altri Cavalieri a complimentare il Conte; ed intendendo l'iniquo consiglio, che gli avean dato, alzatosi in piedi, e rivolto al Conte, cos incominci a discorrere: "Che mai buono consiglio  stato quello, Signor Conte, che vi hanno dato questi pessimi adulatori, di esporre ad un evidente precipizio tutto voi stesso, e tutta la vostra Casa, e Grandezza? Avvertite a non lasciarvi, spinto dalle persuasive della malizia, ed emulazione di costoro, inconsideratamente trasportare a pigliar vendetta del Barone Perollo, vostro nemico. Vi riesca pure d'ucciderlo con le vostre proprie mani, e di cos sodisfare ancora alle vostre brame, come gi vi augurano cotesti Signori Indovini Politici; fatto questo (se pure vi sortir,) ditemi, Signor Conte: Alla fine, che alcanzerete? Senon lo restar voi, e tutta la vostra Casa l'infelice oggetto di tutto l'odio degli altri Perolli? E quando pure voi l'uccidessivo tutti, ed estinguessivo tutta la loro Famiglia; sempre per vi restarebbe di temere almeno la vostra totale rovina, e di tutta la vostra stessa Casa, per quello, che dovete pensare di succedervi in appresso. Che se voi vi salverete appena la vita, con andarvene fuggitivo fuori del Regno; non potrete gi salvare i vostri gran beni, che tutti non vi siano confiscati, e incorporati al Reggio Fisco. E se cotesti Signori, che tanto vi adulano, a riflesso de' loro proprj interessi, ed a motivo della loro grande emulazione contra la Casa Perollo, non possono gi tollerare una Potenza divisa in due; credete per certo, che molto meno potranno poi soffrire una sola, che rester pi prepotente: che anzi essi saranno poi li vostri emuli pi nocivi, e li vostri pi fieri nemici. Sciacca, Sciacca istessa, nostra comune Patria, se insino adesso si ha gloriato della Grandezza di due nobilissimi suoi figli, e ne ha sempre mostrata tanto grande allegrezza; vestitasi poi con nere insegne di lutto, tutta si vedr piangente, ed inconsolabile, vedendo ella, che l'uno gi sia stato crudelmente trucidato, e l'altro, che ne sia stato il fiero Carnefice. Nemmeno si glorier pi di voi solo, poicch sempre vi rimirer per l'unico Fratricida. Aprite gli occhi, o Signor Conte, e riflettete bene a quanto io sinora vi ho detto, ed a quanto ancora vi dico. Sappiate di certo, che tutta  loro malizia, tutta  loro invidia quella, che costoro chiamano zelo: poicch, non volendo abbassarsi a due gran Potenze, qual'elle sono quella della Casa Luna, e quella della Casa Perollo, con tal loro pessimo consiglio unitamente pretendono, che, l'una atterrando l'altra, e quasich diroccandola insino da' suoi fondamenti, restasse ella sola; che poi questa facilmente, perch sola, unendo tutte le loro forze, l'abbatteranno; ed allora trionferanno eglino soli. Pensate a voi stesso, alla vostra cara Patria, ed alli vostri diletti Concittadini. Quietatevi, giacch ancora voi siete in tempo. La sincerit del mio amore verso di voi, mio figlio, (che tale posso io chiamarvi per la mia canutezza, e per avervi io sempre riguardato, e stimato come figlio,) mi ha cos impegnato a procurare il vostro bene; ed io vi giuro di concertare la pace fra voi, ed il Perollo, con vostra vantaggiosa sodisfazione. Riflettete, che la sola alleanza col Perollo apporter pi gloria alla vostra Grandezza, che l'aderenza di tutti insieme costoro, che augurano la vostra felicit con la caduta di esso. Pensate dunque a quanto vi ho detto: e per fare ci con pi serenit, date tregua al vostro animo perturbato: ed in breve attendetemi, che sar da voi." Cos avendo parlato il saviissimo Cavaliere, Girolamo Ferraro, presa licenza dal Conte, partissi con pensiero di conferirsi nel Castello di Giacomo Perollo, a concertar quella pace, pregando intanto Dio, che volesse secondare la sua interposizione a favore d'ambidue le nemiche Potenze. L'animo per del Conte, al riflesso di tanto sincere, ed efficaci ragioni del Ferraro, rest come attonito, e confuso in una grandissima perplessit, e non sapeva pi, che risolvere.
Conobbero questo suo cambiamento quegl'iniqui Consiglieri; ed essendo sicuri, che, se si concertarebbero in buona pace queste due Potenze, si svelarebbe la loro malignit, e restarebbe da amendue castigata, s'alzarono allora, ed a guisa di chi s'affretta a confidare negozj di somma premura, tirarono il Conte per il braccio in secreto; ed indi gli dissero: "Che timori, o Sigismondo. hanno ormai sorpresa la generosit del vostro animo? Ove son quei spiriti del vostro nobilissimo sangue, che gi v'inducevano a vendicarvi degl'indegni conculcatori del vostro onore? Non  egli forse il Perollo pi quel vostro fiero nemico, che ha procurato sempre d'abbattere la vostra Potenza, e avvilire la vostra Grandezza? come dunque pare, che voi vi siate mutato ne' vostri generosi pensieri di pigliarne ora le giuste vendette? E non vedete, che egli ha tanto gran timore di voi, che, standosene rinserrato, e nascosto in quattro mura d'una Fortezza, dove neppure si riconosce sicuro, va implorando la vostra misericordia in tempo, che teme di gi imminente il suo castigo, per un mezzano, che  il vostro pi insidioso traditore, ed  il pi fido seguace del vostro capital nemico? Se il Perollo va molto risentito, che noi siamo gli emuli insidiosi, e perturbatori della quiete, e ci forse, perch siamo vostri aderenti, anzi della Giustizia; perch, dica, perch egli da se non discaccia gli emuli a voi insidiosi, e pubblici dispreggiatori del vostro onore? anzi ogn'ora li raguna, e li favorisce, acciocch aderiscano ad un Tiranno? E voi, Signor Conte, date orecchio ad un perfido spione, che sempre ha imbrandito le armi, per trucidarvi in compagnia col Perollo, e che ora sotto finta di zelo empiamente vuole tradirvi? Una mascherata ragione d'un vecchio insano v'insospettisce di noi? di noi, che a mille prove sotto i vostri occhi abbiamo posta in non cale colla robba la vita? e non v'insospettiscono le simulazioni d'un collega del vostro nemico, che anche in faccia vi rampogna le minacce dell'avversario? Venne egli, per ispiare il vostro interno, e per osservare con gli occhi quanto da voi occultamente si macchina contra il Perollo."
Fu cos artificiosa la facondia di quei adulatori, e tanto bene seppero esprimere li loro perversi sentimenti contra il Perollo, che il Conte, pigliando in sinistro senso il discorso di Girolamo Ferraro, e come un'insidiosa macchina dell'istesso Perollo, diede subito ordine, che s'inseguisse quella spia, e si arrestasse; e come a suo perfido traditore sele togliesse miseramente la vita. Che per in essecuzione d'un tal ordine si avvi quell'arrabbiata ciurmaglia in seguela del Ferraro; lo giunse innanzi la casa, allora chiamata il Palazzo delli Furni, (che fu per gran tempo posseduta da certi Gentiluomini di Turano, ed oggi  di certi signori di Floreno,) e fece di quello innocentissimo vecchio scempio tanto crudele, che cagion il pianto universale di tutta la Citt, potendosi dire martirizzato per l'eroico zelo della cristiana concordia, a gloria di Dio, ed a bene della Patria. E cos, come avea principiato, fin quel lagrimevole giorno del Sabbato.
 Capitolo XII.
Il Perollo ricorre dal Vice-R per ajuto.
Giacomo Perollo fra questo mentre fatto dalle sue spie consapevole di quanta gente aveva ragunata il Conte in Caltabellotta, e di quella, che sotto la sua condotta era discesa in Sciacca, per non inciampare negli aguati, orditi dalla industria del nemico, prolungava la finzione di trattenersi ritirato nel Castello, perch l'avesse confinato in un letto il dolore di fianco: ma sene stava con quelle cautele, che stima necessarie colui, che, avendo il nemico a vista, teme ad ogni momento d'essere improvisamente assaltato. Si tratteneva ritirato, poicch credeva, che, in questa maniera dando campo al suo nemico di sfogare gl'impeti della concepita vendetta, si vedesse alla fine posto in disgrazia della Corte Suprema, ed indi venisse a provare il castigo d'una severa Giustizia. Ma quando sent il crudelissimo scempio, che si era fatto di Girolamo Ferraro, Cavaliere avanzato nell'et, innocente, e per suoi meriti assai riguardevole, si avvidde, che le cose precipitavano a tutto sbalzo. Quindi, subito presa la penna, scrisse al Vice-R, D. Ettore Pignatelli, raguagliandolo distintamente d'un tal fatto, ed esprimendogli vivamente le querele di tutta la Citt di Sciacca, che veniva tirannicamente oppressa dal Conte Luna, le doglianze delle persone, che deploravano la perdita della vita de' pi intimi suoi parenti, le vessazioni de' nobili, e de' plebei, le violenze, le disonest, li furti, gli omicidj, che permetteva, e specialmente l'ultima uccisione dell'innocentissimo Ferraro: in somma la temeraria libert, con cui quegli procedeva in tutte le cose, che sembrava un manifesto dispreggio della persona del R, Imperatore Carlo V. e de' suoi Reggj Ministri, e dell'istessa Giustizia. Lo supplicava intanto, che dasse senz'alcuna dimora li dovuti ripari, altrimenti il Conte Luna si averebbe pi inoltrato nelle sue empiet, ed alla fine, intimorita per la sua potenza la Citt, e correndo solo, ma senza la briglia del timore, si avanzarebbe ad assalirlo nella propria Casa, senzach egli si potesse difendere dalle di lui forze, e senzach potesse chiedere ajuto da' suoi diletti Concittadini. Con queste, o simili espressioni il Perollo scrisse al Vice-R Pignatelli; e la Domenica mattina, primo giorno di Luglio, avvi le lettere per Messina, dove allora il detto Vice-R faceva la sua residenza.
Giunsero le lettere del Perollo in mano del Vice-R il Venerd a 6. dell'istesso mese di Luglio: e leggendo, e considerando egli quanto aveva operato, ed operava in Sciacca il Conte Sigismondo, rest sorpreso da grandissimo stupore. Ma molto pi si stup, che il Perollo, tanto suo parziale, non gli avesse prima di allora partecipate le notizie d'un disordine, che tanto si era avanzato. Quindi, tutto acceso d'ira, e di sdegno, fece d'un subito convocare i Reggj Ministri a Consiglio. Nel quale essendo state lette le lettere del Barone Giacomo Perollo, e sentite tante gran violenze, e scelleratezze, che aveva fatto, e faceva il Conte Sigismondo Luna, e che, per sua opera, e permissione, da altri suoi dipendenti, e da lui protetti, si facevano nella citt di Sciacca, senz'alcuno riguardo, o alle leggi umane, o alle leggi divine, e con tanto gran dispreggio della Reggia, ed Imperiale Autorit del glorioso Monarca Carlo V. fu concordemente determinato, e concluso dal medesimo Vice-R, e da tutti quegli zelantissimi Consiglieri, e Ministri, che sene dovessero fare pubbliche dimostranze d'una piucch severa Giustizia. Onde con tutta prestezza, e con plenissima potest fu spedito il Barone di Mongellino, D. Girolamo Statella, Cavaliere della prima Nobilt della Citt di Catania, e di sperimentato talento nelle occorenze pi premurose, con la carica di Capitano d'Armi, accompagnato da Consultori, Fiscali, ed altri Ufficiali, e Ministri di Giustizia, e da un gran numero di gente armata, acciocch si portasse in Sciacca, e facesse ivi diligentissima inquisizione de' rei, e li castigasse con pene degne de' loro enormi delitti.
 Capitolo XIII.
Venuta di Girolamo Statella in Sciacca a danni del Conte Luna.
Partitosi dunque Girolamo Statella da Messina li 6. di Luglio nel giorno stesso, che aveva capitato in detta Citt il corriero del Perollo, ed incaminatosi a lunghe giornate per Sciacca, giunse in essa il Sabbato, a 14. di detto mese. All'improvisa comparsa di questo Reggio Ministro, il Conte Luna, e li suoi seguaci furono sorpresi da un gran timore; ma molto pi s'intimorirono, quando dalle loro spie occulte udirono, che il Barone Statella con molto gran rigore pigliava le informazioni contro di essi. Incominciarono poi le catture de' complici, delli quali essendone stati presi tre, furono posti a secreta tortura, e dalle loro deposizioni venne il Cavaliere Statella ad avere notizia della causa, per cui si aveva impegnato il Conte Luna a fare una numerosa raccolta di tanta gente, e portarla seco occultamente in Sciacca: siccome del numero di quell'altra gente, che lasci in Caltabellotta: di quei, che erano i principali delle sue Truppe, de' nomi di ciascheduno, de' fini, delle pretensioni, e de' preparamenti di guerra; e prov con prova plena ad evidenza, che il tutto era indrizzato all'ultima rovina del Barone Perollo.
Per ovviare dunque all'imminente disordine, e rendere illeso da tanto pericolo il Perollo, (la di cui conservazione li aveva con le pi vive espressioni del suo animo raccomandata il Vice-R,) il Capitano Statella seguit gli atti giudiciali, ma non con tanto rigore. A quel riflesso ordin al Conte Luna, che in certo determinato tempo si dovesse ritirare in Caltabellotta, e l pervenuto dovesse licenziare tutta la gente, che ivi tratteneva radunata a suo comando: e ci sotto la pena della disgrazia di Sua Cesarea, e Reale Maest. Intim pure l'esilio trenta miglia lungi dalla Citt di Sciacca a Michele Impugiades, a Gian-Pietro Infontanetta, a Ferrante, e Marco Lucchesi, a Cola il Vasto, insieme con suoi fratelli, ad Accursio d'Amato, a Cesare Imbeagna, e alli suoi, ad Erasimo Loria, a Girolamo, e Calogero Calandrini, e ad altri pi riguardevoli delle sue Truppe: come ancora comand, che si consegnassero in suo potere Giorgio Comito, ed alcuni altri de' Capi di quella gente facinorosa, tanto Greci, quanto Bivonesi, promettendo al Conte la Reggia Clemenza, se avesse esseguito gli ordini suoi con pronta obbedienza, e con pubblica dimostrazione d'umile ravvedimento.
Credeva il Capitano Statella, che operando in questa maniera, avesse potuto disfare quella stretta unione, e cos toglier via la forza al Conte Luna, acciocch egli non disdegnasse quei ragionevoli progetti, che averia pensato di fargli. Dopo tutto questo l'istesso Statella pass in Bivona, ove il primo, che inciamp nelle sue mani, fu Giorgio Grasta, Capo d'una Masnada, protetto dal Conte Luna, con molti altri di sua lega: e questo successe nell'istesso giorno, che ivi pervenne, il Luned a 16. Luglio, facendoli tutti con esemplare Giustizia pubblicamente afforcare. Lo che volendo esseguire con molti altri, pure colpevoli, non gli fu permesso; poicch si ammutinarono i popoli di quella Terra, e postisi in armi costrinsero quel Reggio Ministro a ritornarsene con tutta prestezza in Sciacca assai sdegnato per l'insolenza di quei ribaldi terrazzani.
A riflesso di tutto quello, che il Capitano Statella aveva operato in Sciacca, ed in Bivona, conobbero il Conte Luna, e li Nobili suoi aderenti, che tutto tendeva a loro danni. Quindi pi volte si congregarono a secreto Consiglio, per concertare il modo, che doveano tenere, e le risoluzioni, che doveano intraprendere. Conobbero pure il pericolo, nel quale si ritrovavano, ed a quale irreparabile precipizio li aveva portato uno smoderato desiderio di vendetta. Avrebbono tutti desiderato di ritrovarsi fuori dell'impegno; e si vedevano violentati ad abbandonare l'incominciata Impresa con loro scorno, e derisione, se non volevano restare in disgrazia del R, e della sua Corte Suprema: e consideravano, che, facendo il contrario, averebbono provata fatale la propria rovina; ed allora averebbe trionfato il loro nemico senza vendetta. Che se dall'altra parte essi disciogliessero la loro alleanza, senza dubbio allora la Giustizia averebbe avuta tutta la facilit di punirli con severissime pene. Con questi riflessi aggitavano le loro Consulte quei congiurati; ma non poterono mai deliberare a qual partito, e risoluzione dovevano appigliarsi. Ultimamente per determinarono di non avere ad innovare cosa alcuna, ma di lasciare le cose nella maniera, che si ritrovavano, e di regolarsi secondo il tempo. Il Conte perci, volendo dimostrare di esseguire, se non in tutto, almeno in parte gli ordini del Barone Statella, fece disloggiare la gente, che tratteneva in Caltabellotta, ma senza licenziarla; poicch la fece abbassare nel Feudo della Verdura, distante da Sciacca 10. miglia, ove anch'egli si confer colli 100. Cavalli, co' quali da molto tempo s'era trattenuto in Sciacca. Onde si ragunarono in quel Feudo 300. Cavalli, e 400. Pedoni. Quivi poi si consult la maniera, come dal Conte, e da' suoi alleati si avesse dovuto rispondere alla proposta, fattagli con tanto premurosi ordini dal Barone Statella. Avendo dunque scelta una persona idonea a questo affare, ed avendola bene informata de' loro pensieri, fecero con essa sentire al detto Statella, che gli ordini di sua Cesarea, e Reale Maest non sogliono intimarsi accompagnati coll'ingiustizia; poicch allora scusarebbono dall'obbedienza: e che i moti del Conte, che allora sembravano violenze, erano obblighi di onore, oltraggiato dall'arroganza del superbo Perollo: poicch questi (dicevano) ha sempre disprezzata la Casa Luna, ha vilipesa la Nobilt della Citt di Sciacca, ed ha vessato tirannicamente il Pubblico di essa, ancora in faccia a' suoi stessi Sovrani. Se cos  (come  indubitato,) vuole la ragione morale, e politica o che entrambi godessero dell'immunit della pena, o che ambidue soggiacessero alla severit del castigo.
Arriv questa ambasciata al Capitano Statella in tempo, che ritornato da Bivona, aveva preso il suo alloggio nel Palazzo di Stefano Lauro, vicino alla Chiesa di S. Cataldo, (che poi fu de' Signori del Carretto, ed al presente per attinenza di parentela  di D. Giovanni Ramondetta San Martino, Duca della Fabbrica,) avendo il detto Statella rifiutato il posento nel castello di Giacomo Perollo, ch'era stato apparecchiato per esso, ed era ben capace per alloggiare tutta la sua Corte, e la sua Gente: e ci egli fece, per evitare ogni apprensione di parzialit, che potesse ingerirsi nella mente del Conte Luna.
Una tale ambasciata di Sigismondo fece molto gravemente sdegnare il Barone Statella. Avrebbe egli voluto operare co' rigori della Giustizia e per l'oltraggio fatto alla Cesarea, e Reale Maest di Carlo V. e per lo sfreggio fatto alla Reggia Autorit della sua persona. Ma nondimeno, facendo violenza a sestesso, e reprimendo l'impeto de' suoi primi moti, si content di trasmettere nuova ambasciata al Conte: ed in questa maniera veniva a palesare in faccia del Mondo, che non aveva egli lasciata intentata strada, perch il Conte si fosse ravveduto: onde con nuovo messo mand a dirgli, che esso compativa la temerit delle risposte del Conte, poicch, essendo acciecato dalla sua gran passione, non vedeva l'eccesso de' suoi delitti: che lo vedeva ben'egli, che riguardava i di lui andamenti senza passione veruna, e con occhi intenti alla sola Giustizia: e che avvertisse intanto ad ubbidire prontamente a' suoi ordini, n ardisse di metterli pi in Consulta. Che anzi ricevesse queste ammonizioni del Barone di Mongellino, come correzioni fraterne, per lo genio, che tiene di rispettare il grado di Cavaliere, specialmente nella persona del Signor D. Sigismondo Luna, Conte di Caltabellotta: e che perci lo consigliava a non volersi precipitare colla sua mala ostinazione. Che, se per tutto Domenica 22. del corrente Luglio non si reintegrava con pronta obbedienza (come lo sperava,) si protestava egli, che averebbe fulminata contro di esso la Sentenza, per la quale lo dichiarerebbe incorso nel gravissimo delitto di Lesa Maest in primo capite: e che finalmente avvertisse bene a provedere a' fatti suoi, mentre aveva tempo di farlo.
Questa nuova ambasciata del Barone Statella, indirizzata al Conte Luna, fece cadere le di lui speranze d'ottenere il perdono. Credeva, che i suoi trattati si precipitassero, perch assistesse all'orecchio del Capitano Statella il suo nemico Perollo. Ci supponendo per vero, non credeva di poter mai sperare cosa di bene per la sua quiete: e maggiormente vedendo, che a tali richieste si andava intiepidendo il fervore de' suoi alleati, parte per il timore de' minacciati castighi, e parte per la mancanza de' pi spiritosi, che inciampati nelle mani del Capitano Statella, erano stati irremissibilmente strozzati. Disperato dunque d'ogni ajuto, s'immaginava, che avesse alla fine a restare infelicissimo scopo, ove la sdegnata Giustizia avesse da avventare tutti i fulmini del suo rigore. E quello, che pi lo tormentava, era il considerare, che, restato solo, non avrebbe potuto vendicarsi dell'odiato suo nemico, le di cui forze si sarebbono in breve avanzate.
 Capitolo XIV.
Giacomo Perollo ricerca nuovi soccorsi dal Vicer col mandare il suo Primogenito in Messina.
Il Barone Giacomo Perollo, che ben sapeva le fulminanti commissioni date dal Vice-R al Barone Statella, aveva al maggior segno gradita l'ostinazione del Conte Sigismondo Luna, sul riflesso, che la sua contumacia averebbe maggiormente impegnata la Suprema Corte alla sua totale distruzione: con tutto ci, non poteva egli stare sicuro di non aver a provare qualche violenza del suo nemico, tanto pi da temerlo, quanto pi vedevasi disperato. Pens dunque di rendersi pi vigoroso, ed avvalorarsi con pi forze nel caso, che dal Conte venisse assaltato: e considerando ogni strada, per alcanzare il suo intento, vidde, che la migliore si fosse quella di fare nuovo ricorso al Vice-R Pignatelli; onde con la rimessa di nuovo soccorso s'ingrandissero le forze del Capitano Statella; e cos poi averebbe questi senza veruna opposizione dato il condegno castigo all'ostinazione de' colpevoli: perch ora, volendo farlo, non lo poteva per le minori forze della sua gente, e del suo partito. Ed acciocch riuscisse il tutto con pi vantaggio di quello, che bramava, determin di mandare in Messina in persona il suo Primogenito Federico, che informasse a bocca il Vice-R de' passi dati dal Conte Luna in Sciacca: come pure, che li rappresentasse gl'insulti fatti al suo Reggio Ministro Statella in Bivona, le temerarie risposte dell'istesso Luna al medesimo Statella, gl'imminenti pericoli che si temevano in Sciacca contro de' Reggj Ministri, e le rovine che sovrastavano alla Casa Perollo: che gli soggiungesse, come, per ovviare a queste violenze, eravi di bisogno, che si spedisse per Sciacca levata di nuova gente, bastante a resistere alle numerose Truppe del Conte; poicch, mentre Sigismondo si vedeva potente di forze, averebbe intrapreso qualsivoglia temerario attentato. E per fine incaricava al figlio, che raccomandasse sopratutto al Vice-R la prestezza della rimessa del nuovo soccorso, mentre egli sene rimaneva confinato nel breve recinto del suo Castello, con pochissima gente, ed impotente a resistere ad un nemico forte, e ridotto in disperazione. Con queste premurose incombenze, accompagnate da urgentissime precauzioni, reso abbastanza informato Federico dal suo dilettissimo Genitore, si part da Sciacca colla compagnia di 60. de' pi valorosi uomini, che fossero nel Castello.
Ma l'aversi Giacomo levata la pi valorosa gente del suo presidio fu la principale causa non solo della sua morte, ma ancora della morte del Barone Statella. Poicch li fazionarj del Conte, nemici capitali del Perollo, che assolutamente anelavano la di lui morte, vedendo, che il Conte, quasi intiepidito, stava ancora perplesso, n risolveva a che partito appigliarsi, dubitando, che intimorito non si dasse nelle braccia della Clemenza del R, ed abbandonasse l'incominciata Impresa; e considerando, che al numero de' 300. Soldati a cavallo, che da pi tempo tenevano, erano pure sopraggiunti altri 70. delli quali 20. erano bravissimi, e coraggiosi giovani, sortiti da Salemi, e 50. venivano condotti da Michele Impugiades, con due altri suoi fratelli, gente la pi intrepida, e risoluta nella Citt di Girgenti; e sentendo pure, che in quell'istesso tempo, che nel loro Campo si brillava per l'arrivo di questa nuova gente, era uscito da Sciacca un grosso numero della Cavalleria, che teneva per sua custodia il Barone Perollo, da essi creduta pi numerosa del vero numero di 60. che dalle spie, che tenevano, seppero essersi avviata per Messina, per sollecitare nuovi rinforzi a favore del Capitano d'Armi Statella, ed a richiesta dell'istesso Perollo; considerando eglino dunque cos diminuite le forze del nemico, ed accresciute le proprie, viddero, che era ormai giunto il tempo, e sopraggiunta l'occasione di poter assaltare il Perollo, e facilmente superarlo. Onde stando su questi riflessi, subito si portarono unitamente a ritrovare il Conte Sigismondo, per impegnarlo al meditato assalto; e quegli restando sommamente persuaso per le ragioni di costoro, e, piucch ogn'altra cosa, anelando la caduta del suo nemico Perollo, si deliber ad una tale Impresa di assaltarlo, ed insieme di trucidarlo. E per giungere al suo bramato fine, pens, senza aspettare pi tempo, d'impadronirsi prima della Citt di Sciacca; indi castigare con la morte l'ardimento del Barone Statella; e finalmente assaltare nel proprio Castello Giacomo Perollo, ed operare il tutto a bandiere spiegate, senzach pi l'arrestasse alcun timore.
 Capitolo XV.
Il Conte Luna fa palese alle sue Truppe di volersi impadronire della Citt di Sciacca.
Era la sera del Mercord, 18. Luglio, quando il Conte Luna, chiamati a se i Capi delle sue Truppe, gli fece palese il suo pensiero di volersi impadronire della Citt di Sciacca; e perci li avvert, che, ogni qualvolta udissero il segno della marcia, dovessero stare pronti all'esecuzione de' suoi cenni; e che di tutto ci ne dassero parte a' suoi Ministri subalterni, e questi alle sue Milizie inferiori. Udito da quella ciurmaglia il pensiero del Conte, la pass tutta quella notte in festini, e in allegrie. Indi comparso il Gioved, 19. Luglio, si pass tutto quel giorno nell'appronto di un grandissimo apparecchio militare. Tutto di gi posto in ordine, venne il Conte, e postosi fra loro sopra un luogo il pi elevato, che vi fosse, onde poteva dalle sue Milizie esser veduto, ed udito, cos si pose a discorrere. "Ecco, miei fidi Guerrieri, e valorosi Soldati, arrivato gi quel tempo, nel quale sono risoluto di morire piuttosto coraggiosamente sotto l'incarco dell'armi, che lasciare la mia vita sotto il taglio di una vile mannaja. Non  pi tempo di tardare, o di mettere in Consulta il mio pensiero; poicch, se tardassimo, il tutto ci anderebbe in fallo, mentre il mio nemico, per opprimermi, aspetta da Messina Federico, suo figlio, con nuove Truppe ausiliarie, oltre a gli altri soccorsi, che infallibilmente li verranno somministrati da altre Potenze, con esso lui collegate. Se ci sortirebbe, saressimo al certo perduti. Dunque per noi non resta altro rimedio, che assaltare con tutta prestezza il nemico; poicch l'assaltarlo in questa guisa  lo stesso, che vincerlo. L'operare differentemente per noi  follia, mentre per noi  gi sbandito il perdono. Via dunque, o miei cari, accingetevi animosi all'Impresa, e risolvetevi coraggiosi o a vincere, o a morire."
Tutto ci fu dalle spie, che teneva nella Verdura, puntualmente riferito al Perollo; e bench fosse di natura intrepido, non pot far dimeno di non costernarsi nell'animo. Allora s, che ad evidenza comprese averla fatta da scervellato, quando si priv di quel valoroso presidio, che col figlio trasmesse in Messina: e che il Conte, vedendosi accresciuto di forze, disperato di non mai pi impetrare clemenza, avrebbe tentato l'ultimo sforzo, con invadere la Citt; e resosi di questa padrone, lo averebbe assaltato nel proprio Castello, e si averebbe ancora voltato contra il Barone Statella. A questo riflesso, giacch ancora era tempo, come ottimo Statista, fece una lunga orazione al Capitano Statella, persuadendolo a volersi ritirare nel suo Castello, perch ivi starebbe pi sicuro, o incontrarebbono entrambi in un medesimo luogo comuni i colpi di un fatale destino.
Il Barone Statella, che non poteva mai, nemmeno col pensiero, immaginarsi nel Conte una fellonia cos proterva, che presumesse conculcare la Giustizia della Suprema Corte, ed assassinare l'Innocenza di un Reggio Officiale di tanto grande Autorit, rifiut la seconda volta di mettere in esecuzione quella timorosa ritirata nella Fortezza del Perollo in pregiudizio del suo riguardevole Officio. Tutta volta, per darsi a vedere provido nel saper disporre i modi, spettanti alla sua custodia, ordin, che con pi guardie del solito si custodissero le porte della Citt, e che si serrassero alla mezz'ora di notte: fece pure moltiplicare le sentinelle, che invigilavano sulle muraglie, con ordine espresso, che in ogni caso con tutta prontezza lo facessero avvisato d'ogni movimento di Sigismondo, e de' suoi Soldati.
 Capitolo XVI.
Il Conte Luna s'impadronisce della Citt di Sciacca.
Era il Gioved, 19. dell'istesso mese di Luglio, arrivato a quel punto, nel quale stava per tramontare il Sole, quando il Conte Sigismondo Luna, pervenuto al Campo, diede l'ordine, che regolatamente, e sotto la condotta de' proprj Capitani, si partisse colla secretezza possibile tutta la sua gente dalla Verdura: i Capi della quale furono Ferrante Lucchesi, Accursio d'Amato, Michele Impugiades, Cola il Vasto, Erasimo Loria, Cesare Imbeagna, Girolamo, e Calogero Calandrini, ed altri Nobili, che ascendevano al numero di 60. Sene stava il Conte Luna assiso sopra un superbo cavallo alla testa di quelle sue Truppe come Generalissimo, costituendo Michele Impugiades Generale delle medesime Truppe.
Arrivarono dunque col beneficio dell'ombre della notte, senza esser veduti, quasi un miglio distanti dalla Citt di Sciacca, dalla parte di Levante. Ivi pervenuti, comand il Conte, che si arrestasse d'ogn'uno il passo: ed avendo poi tutta la sua gente compartita in due potentissimi Squadroni, ne diede uno con 100. Cavalli a custodire a Michele Impugiades, e l'altro, dove erano rimasti tutti i Nobili, selo trattenne per se. Indi regol il tutto in questa maniera: ordin, che Michele Impugiades colla sua Cavalleria si fermasse in quel luogo per lo spazio di due quarti d'ora, e poi s'incamminasse lentamente ad occupare il posto del gran Cortile del Monastero delle Giummare, acciocch ivi invigilasse, a non far uscire dal suo Castello il Perollo, o altra persona; come pure tenesse ben custodita la porta della Citt, chiamata delli Bagni, ad effetto, che non entrasse, n uscisse alcuna persona, se non fosse prima ben da lui riconosciuta. Dato quest'ordine all'Impugiades, egli con tutto il resto della Cavalleria al numero di 270. insieme con tutta la Fanteria al numero di 400. facendo un giro per dietro la Citt, dalla parte di Tramontana, s'incamin a fine di entrare in essa per la porta, chiamata di Palermo: quale ad ore tre in circa di notte ritrov ancora aperta, a causa del traffico di quei molti, che trasportavano li frumenti al Carricatore; bench fosse ben custodita da' suoi Portinaj, e da molti Soldati. Ove entr il Conte, ed entrarono pure con esso 200. Soldati a cavallo, che servivano di vanguardia alla Fanteria; e poi regolatamente fece entrare la Fanteria al numero di 400. e mentre questa entrava, distacc il Conte dalli 200. Cavalli, con esso entrati, 150. e li diede sotto la condotta di Ferrante Lucchesi, Accursio d'Amato, e Cola il Vasto, 50. per uno. Accursio d'Amato insieme co' suoi 50. Cavalli fu mandato in guardia della porta di Mare; e gli altri due andarono facendosi largo per tutta la Citt, impadronendosi affatto, e senza nissuna opposizione di essa: e fra questo mentre entrarono li 400. Fanti colla retroguardia di 70. Cavalli.
Si raccolsero dunque tutti a forma di Squadrone nel piano del Carmine, innanzi la porta del Salvatore; dove assegnatosi a ciascheduno de' Capi l'impiego premeditato, si avviarono tutti per le strade della Citt, facendo in esse ribombare lo strepito de' militari strumenti, con un misto di continue archibuggiate per ogni parte. Quel rumore sentito a quell'ora da' cittadini, talmente l'intimor, che incominciarono tutti a tremare da capo a piedi: sicch non vi fu alcuno, che osasse di affacciarsi alle finestre, o di uscire nelle strade, per informarsi della insolita novit. E quelli, che erano fuori delle proprie case, non ardirono per lo timore ritornare in esse; ma si fermarono sgomentati, ove si trovavano.
Arrivati che furono i soldati a' posti designati, altri incominciarono ad aprire le botteghe de' Falegnami, ed ogn'altro luogo, ove sapevano ritrovarsi travi, e legname; ed incominciarono ad abbarrare i capi delle strade della Citt, e specialmente di quelle, che aprivano la comunicazione della Casa, ove era alloggiato il Capitano Statella, con il Castello del Barone Perollo: ed abbarrarono ancora le strade attorno del Castello sudetto, per chiudere l'adito alle persone, che di l volessero uscire. Altri occuparono la porta di S. Catarina, ed altri s'impadronirono del Palazzo di Girolamo Perollo, ch'era situato dirimpetto alla porta maggiore del cennato Castello: ed in ci fare non ebbero alcuna resistenza, a causa, che esso Girolamo, ed altri Nobili convicini, che o erano parenti del Perollo, o seguivano le sue parti, tutti s'erano ritirati nel medesimo Castello, per difendersi dal nemico.
S'inoltr pure la gente del Conte Luna in altre parti, vicine al Castello, acciocch lo cingessero con istrettissimo assedio, ed acciocch si riparassero da' colpi, che scaricava l'artiglieria del detto Castello: ed ove scorgevano, ch'erano scoperti, alzarono per ripari fortissime trincee, fabbricate di botti, piene di terra. In somma s'impadronirono di tutta la Citt; ed assicurati per ogni parte, compirono in quella notte tutti i loro lavori, bastanti ad assalire il Castello, ed a difendersi da quello. Assegnarono poi molte Truppe per fare le sentinelle per tutte le parti della Citt; e destinarono a prendere qualche riposo coloro, che languivano oppressi dal travaglio, sostenuto o nel giorno antecedente nel Feudo della Verdura, o quivi in quell'istessa notte, parte nell'istesso Palazzo di Girolamo Perollo, e parte negli altri Palazzi, che ritrovarono evacuati.
 Capitolo XVII.
Consiglio tenuto dalli Giurati della Citt di Sciacca
Nel tempo di queste rivoluzioni si ritrovavano Giurati della Citt di Sciacca Gian-Filippo Montaliana, Barone del Nadore, Baldassare Tagliavia, Giovanni Maurici, e Pietro Lorefice, Cavalieri, quanto nobili, altrettanto prudenti. Ma perderono in questa congiuntura quella loro grande prudenza coll'aderire alle sfrenate voglie di Sigismondo. Stavano neghittosi eglino, e parea, che placidamente dormissero sulle piume d'una affettata disinvoltura, fingendo di non avvedersi de' portamenti del Conte: ma svegliaronsi poi al grande strepito delle sue armi tumultuarie dentro la stessa Citt. Tanta loro trascuratezza meritamente venne incolpata dal pubblico, e stimata complicit nell'esecrabile Congiura di Sigismondo, e de' suoi seguaci contro di Giacomo. E se non espressamente, almeno tacitamente, parve, che consentissero a quel suo esecrabile fatto di lasciarlo cos liberamente impadronire di una Citt Reale, senza fargli neppure una minima resistenza: quando per obbligo di natura, e del loro officio erano tenuti a resistere con tutte le loro forze (anche con esporre la propria vita) ad un concittadino Tiranno della patria, e ad un superbo ribelle del loro R. Si avviddero allora i forsennati (ma oh quanto tardi!) dell'imminente rovina della patria, della profanazione delle chiese, della violazione delle donzelle, della vessazione del popolo, e dello scompiglio d'un pubblico intero. Vedevano, che ogni tirata d'archibuggio era un rinfacciamento alla loro riputazione; ogni viva, che tumultuava per le strade, proclamava la perdita del loro onore; ed ogni applauso festivo al nome del Conte Sigismondo era come uno sfreggio, che difformava la loro fama.
Determinarono perci di congregarsi in un luogo secreto, e sicuro, nel quale potessero discorrere sopra un'affare di tanto grande importanza: ove ragunati con tutta secretezza, consultarono fra loro, se potessero almeno apprestare qualche rimedio per l'arresto delle risoluzioni troppo furiose dell'animo inferocito del Conte: poicch, se lasciavano, ch'egli proseguisse, conforme aveva principiato, avendosi usurpato cos violentemente l'assoluto dominio sopra una Reggia Citt, senza impedire l'altre violenze, che attentava di fare, incorrerebbono senza dubbio nella indignazione, e disgrazia del loro R tanto offeso.
Conobbero due di essi questa verit; e bench avessero giurata al Conte la loro aderenza, nulladimeno, per ischivare il proprio precipizio, e per riparare alle ommissioni del proprio dovere, proposero, che si dovesse sonare a Consiglio, e congregare tutto il popolo; poicch questo solo bastarebbe, per opporsi a tutte le forze del Conte, e ad impedire i suoi disegni, che intentava contra il Barone Perollo: e soggiunsero, che vi pensarebbe ben egli, vedendosi a fronte d'un popolo numeroso, e con le armi alla mano: sicch allora si quietarebbe al certo, n averebbe mai voluto vendicarsi del suo nemico col sangue d'un Popolo innocente.
Altri per due Giurati, che non solo avevano molta antipatia al Perollo, ed invidiavano molto la di lui Grandezza, ma ancora, congiurati col Conte contro dell'istesso Perollo, non lasciavano di somministrare esca al fuoco, e fomentare il di lui sdegno, si opposero a quanto da' primi fu saviamente esposto, col dire, che era prudenza il non tentare quello, che non poteva pi conseguirsi, ed era una pazzia di mente l'intentare una cosa impossibile: che si doveva riflettere all'inopportunit del tempo, in cui ogni ajuto gi riusciva inefficace: che era difficile far argine ad un torrente, allora quando inonda pi impetuoso: che li rimedj devono applicarsi ne' principj de' morbi; perch allora trascurati, riescono poi inutili, ed infruttuosi. Gi il Conte (soggiungevano) corre trionfante per le strade della Citt, essendosi di essa impadronito. E qual forza dunque pu mai pi arrestare le sue vittorie? N il Popolo  in istato di prendere l'armi contro del Conte; poicch il suo nome  temuto, e la sua forza  formidabile. N volendosi convocare, potr ci farsi; poicch gli sar impedito l'uscire da' Soldati del Conte, che con tutta attenzione invigilano alle mozioni del Popolo, e alla guardia delle Case. Il tutto dunque si rimetta al destino; che la stessa fatale necessit sar quella, che per noi avvocher la causa anche appresso del nostro istesso R, e far, ch'egli avesse tutta la compassione alla nostra impotenza, sapendo, che non abbiamo noi potuto opporci ad un Personaggio cos Grande, e di tanta gran forza.
Tutti dunque unitamente, e senza nissuna discrepanza, determinarono (ma per loro maggiore infamia, e per loro maggiore colpa) di nascondersi, n di giammai comparire, mentre le armi del Conte scorrevano vittoriose per le strade dell'oppressa Citt; acciocch almeno si dicesse, che li Giurati n furono presenti, n ebbero alcuna parte nelle operazioni del Luna. Cos stabilirono: ed infatti giammai si viddero comparire, se non in quel punto, in cui furono da' Reggj Ministri richiamati a render conto della loro convinta fellonia; ed allora comparvero, per ricevere il castigo, dovuto a' loro commessi misfatti, come in appresso pi diffusamente dirassi.
 Capitolo XVIII.
Il Capitano della Citt ricorre dalli Signori di Partanna, per soccorso di Gente d'armi.
Federico Perollo, che teneva allora la carica di Capitano di Giustizia della Citt di Sciacca, abitava di casa vicino alla Chiesa di Santa Margarita, al lato del Convento del Carmine, che ora  dirimpetto all'Ospedale dei PP. di San Giovanni di Dio, e viene al presente posseduta da D. Gio: Battista Arone. Vedendo egli, che in una cos improvisa invasione del nemico non poteva avere ajuto di dentro, per potere in qualche maniera riparare a tanto danno della Citt, e che nemmeno aveva forze bastanti, per potere in s manifesto pericolo soccorrere a Giacomo, suo strettissimo parente, pens di andare in persona a chiedere soccorso di Gente d'armi dalli Signori di Partanna, suoi cordialissimi parenti; acciocch con la sua presenza dasse un sollecito allestimento a tal soccorso richiesto. E per effettuare questo suo dissegno, si vest con tutta secretezza da Pescatore, pensando d'uscire da certa parte delle muraglie della Citt. Ma per non lasciare la moglie, con li figli, e con tutto il resto della sua Famiglia in mezzo a tanto grave pericolo della vita, e a discrezione de' nemici, la raccomand a suo cuggino, Onofrio Graffeo, acciocch l'istessa notte, ottenutane la licenza, la facesse uscire fuori della Citt per la porta, chiamata del Salvatore, col pretesto, che ella in tal modo voleva tirare il Capitano, suo marito, ad allontanarsi da Sciacca, ed a ritirarsi in Partanna.
Il tutto sort come era stato pensato; poicch Federico nella maniera stabilita sene usc dalla Citt, e non molto lungi da essa si ferm, per attenderne il successo: e quei Nobili, che stavano alla guardia della porta, avendo ogni buon rispetto al merito d'una Dama s nobile, le diedero facilmente libera l'uscita, insieme con li suoi figli, e con tutta la sua gente di casa, e con il Cavaliere Onofrio Graffeo, suo conduttore: anzi, per maggiormente mostrare il gran riguardo, che avevano a questa Signora, per qualche distanza la fecero per pi sicurezza accompagnare da molti soldati. E doppoch quelli ebbero camminato molte miglia, s'unirono con Federico Perollo, che nel designato luogo li stava attendendo; ed ivi egli rivestitosi, e postosi a cavallo, tutti se n'entrarono a salvamento in Partanna, dove furono ricevuti da quei Signori con cordialissime espressioni d'affetto; li quali, avendo intesa la rilevante cagione della loro venuta, subito scelsero 200. uomini armati a cavallo de' pi coraggiosi della medesima Terra. Ma Federico allora vedendo, che il numero de' soldati approntato da quei Signori non era bastante ad affrontare il gran numero de' soldati di Sigismondo, invi molti serii con lettere premurose, dirette a molti Signori, ch'erano a Giacomo affezzionatissimi, e per sangue, e per amicizia, supplicandoli d'un presto soccorso, per liberarlo dall'imminente pericolo, nel quale si ritrovava; poicch sperava, che con tal altro soccorso, unito a quello delli 200. Soldati di Partanna, avesse potuto recargli un grandissimo ajuto.
 Capitolo XIX.
Consiglio de' Nobili della Citt di Sciacca.
Molto grande era la sollecitudine, che avevano i Nobili della Citt di Sciacca alla seria considerazione delle calamitose turbolenze, in che si ritrovava la loro amabile Patria. Consideravano l'arrogante alterigia del Conte Luna, e'l deplorabile stato del Barone Perollo, ma non tutti nella stessa maniera, perch non tutti erano uniformi ne' loro genii. Alcuni erano aderenti del Conte Luna, ed anelavano le di lui prosperit, e vittorie: e questi erano li Signori delle Famiglie Peralta, Tagliavia, Montaliana, Amato, Bicchetti, Calandrini, Imbeagna, Infontanetta, Loria, Lorefice, Lucchesi, Maurici, Siragusa, e Vasto. Altri per erano aderenti del Barone Perollo, e deploravano le di lui avversit, e le perdite: e questi erano li Signori delle Famiglie Incardona, Ventimiglia, Graffeo, Antiochia, Beatrice, Caravelli, Cubici, Ferraro, e Ferreri. Alcuni altri erano indifferenti, non avendo parzialit n col Conte Luna, n col Barone Perollo: e questi erano li Signori delle Famiglie Incisa, Carretto, Leofante, Manno, Medici, Aidone, Plaja, Capriata, Abbracciabene, Argomento, Bendelmonte, Blasco, Caltagirone, Campolo, e Virgilio(2).
Alle premurose persuasive dunque di quest'ultimi Nobili si congregarono gli altri in un luogo nascosto, e da pochi saputo; acciocch tutti insieme uniti consultassero, in qual maniera dovessero regolarsi in quelle emergenze, cotanto deplorabili, di Giacomo Perollo, e della loro Citt.
Il primo che fra tanti incominci a parlare, fu uno di quei Cavalieri, che erano indifferenti, il quale per la maggioranza della sua et n'ebbe sopra gli altri la precedenza. Dopo dunque di averli rimirato tutti pendenti dalla sua bocca, cos si pose a parlare: "Miei signori, se vedete, che io sono il primo a discorrere in una s nobile Ragunanza, ove mi protesto d'esser l'ultimo nel merito, non vi rechi stupore; poicch la stessa gentilezza de' vostri cuori mi rende animoso ad imprenderlo: che anzi ella ancora sapr nel medesimo punto e compatire a tanto mio ardimento, e scusare tanta mia arroganza, a quel riflesso di scorgermi solo intento a procurare la gloria del nostro Dio, il bene de' nostri Prossimi, e la quiete della nostra Patria. A tutto ci unicamente tendono tutti i miei desiderj; ed a questo stesso pure devono unicamente tendere tutte le vostre brame. Prima per d'inoltrarmi nel dire, mi protesto a nome di tutti questi Signori, che tanto cortesemente m'ascoltano, che noi ci siamo ragunati in questo luogo, non per formare un'Assemblea, che poi avesse a degenerare in Congiura contro di chi che si sia; poicch da noi si ama il Luna, e si venera il Perollo, oppure si venera il Luna, e si ama il Perollo: ma ci siamo qu ragunati per trattare un'amichevole pace tra queste due gran Potenze nemiche del Luna, e del Perollo, forse benigno il cielo ci tramandasse qualche lume sovrano nell'interno, che ci scoprisse alcun mezzo pi proprio ad ottenere un tal fine. Voi vedete, o Signori, che le armi vittoriose di Sigismondo Luna corrono alla totale distruzione della vita, e delle fortune di Giacomo Perollo. Questi non potendo resistere alle forze di quegli, sar necessariamente per crollare, e alla di lui caduta seguir infallibilmente ancora il nostro precipizio: poicch la Fama divulgher nel Mondo tutto, che per la nostra trascuratezza restarono lesa la Maest del nostro R, destrutta la nostra Patria, vessati li Cittadini, e rovinato il tutto. Acciocch dunque il nostro onore, e la nostra riputazione non venissero a difformarsi con la bruttezza detestabile di tali macchie,  d'uopo, che si cercassero con diligenza li mezzi pi proprj, per mettere la sospirata pace tra il Luna, e il Perollo; con che si farebbe palese al Mondo, che non manc per la nostra cooperazione. Direi (se pur vi aggrada,) che l'espediente pi opportuno, che presentemente potrebbe da noi pigliarsi, sarebbe un celere ricorso, che noi facessimo al Vice-R D. Ettore Pignatelli in Messina. Egli, essendo dal cielo dotato di molto grande prudenza, ed avendo una grande esperienza di cose, trover forse qualche modo, con cui venisse piegato l'animo tanto inasprito del Conte. Negli affari pi premurosi la sollecitudine  quella, che fa sperare felici gli eventi. Tanto io consigliarei, se pure questo mio consiglio verr dalla loro prudenza approvato."
Appena terminato il discorso di questo prudentissimo Cavaliere, alzatosi uno di quelli, che erano aderenti al Perollo, prevedendo la di lui totale rovina, incominci a parlare: "Io, o miei cari Signori, lodo molto un tal prudentissimo consiglio: e siccome lo lodo, cos ne persuado la sollecita esecuzione. Ma perch i ripari, che potrebbe dare il nostro Principe, potrebbono per la di lui molta lontananza sopragiungere troppo tardi; perci consultarei, che, fatto il sudetto ricorso, noi a fronte scoverta manifestassimo al Conte Luna le nostre brame di vederlo pacificato col Barone Perollo: e ci non per altro, se non per restituire alla comune Patria quella quiete, che le viene tolta dalle sue armi. Vi penser il Conte a negare una grazia cotanto giustificata ad intercessori di tanto merito. Vi penser, dico, il Conte a non secondare le nostre fervorose suppliche; poicch, se vorr egli persistere nella sua mala ostinazione, vincer, s vincer; ma celebrer con lugubri epicedj il trionfo delle sue vittorie."
Pi avrebbe detto questo saviissimo Consigliere, se non gli avesse interrotto il filo del discorso uno di quei Nobili, che anelavano la distruzione del Barone Perollo, e che godevano negli avanzi, che facessero le armi del Conte Luna, il quale in tal guisa si pose a ribbattere l'efficacia delle addotte ragioni: "Se sapessi, o miei Signori, che io fossi di un s corto intendimento, che non mi facesse discernere (per cos dire) il bianco dal nero, il vero dal falso, averei alla cieca appigliatomi a' consigli, che si sono dati sinora. Io non mi oppongo, che si dovesse ricercare ogni strada, purch in questi due s formidabili nemici si stabilisse una vera, ed amichevole pace; ma i modi proposti, per ottenerla, o sono improprj, o non sono pi a tempo. Per quello, che riguarda al ricorso da farsi al Vice-R, questo  un attentato in tutto e per tutto frustraneo; poicch egli, primacch noi ne prendessimo di far ci la briga, di gi ne ha ricevuto l'avviso per bocca del figlio Primogenito dell'istesso Perollo; e cos quella celerit, che non user pregato da un sogetto, a cui tendono i suoi pi cordiali affetti, nemmeno la metter in prattica con noi, con cui forse vive in qualche diffidenza: oltrech ritrovandosi le strade tutte della Citt abbarrate, le porte di essa serrate, e custodite, il commercio vietato, riuscirebbe impossibile il poter fare penetrare al medesimo Vice-R i nostri zelanti clamori. Restarebbe dunque il fare fronte noi tutti uniti, e colle preghiere, e colla forza, all'alterigia del Conte Luna; ma questo istesso  quanto ci riesce arduo! poicch siamo pochi, soli, inermi, senza seguito, e privi d'ogni ajuto, ed inabili a resistere alle forze d'un nemico assai potente, armato, e spalleggiato dall'aderenza quasi di tutta questa Citt."
Se non convinsero queste ragioni, persuasero almeno, per avere del verisimile, gli animi di quei nobili Consiglieri; e non vedendo, che non potevano profittare in cosa, che riuscisse o a favore del proprio Regnante, o a beneficio del Perollo, o a riparo della Citt, si quietarono affatto, e si ritirarono nelle proprie case, ma oh quanto di animo, e di pensieri diversi! Poicch coloro, che erano aderenti del Conte Luna, si partirono tutti colmi di consolazione, per non aversi in quel Consiglio decretata cosa rimarcabile, che avesse potuto impedire li suoi vantaggi contra il Barone Perollo. Quelli per, che non avevano dipendenza alcuna, n dal Luna, n dal Perollo, si ritirarono ad ascondersi nelle proprie case, acciocch ivi non osservati deplorassero con amarissime lagrime le sventure della Citt desolata, attendendo cos nascosti l'esito dell'armi de' due cos potenti nemici, ma non lasciando in tanto d'implorare dal cielo il ritorno di quella quiete, che piangeva perduta la loro Patria. Si ritirarono pure (ma oh quanto dolenti!) quei Nobili, che riputavano proprj li danni del Barone Perollo. Anelavano portarsi (e se fosse stato possibile in un momento) a sollecitare quei soccorsi, che Giacomo aveva implorato dalla piet di quei Signori, che patrocinavano la sua causa; ma vedeansi ci negato dalla fatalit del destino. Sciolto dunque da quei Nobili il Congresso, rest Sigismondo libero affatto, senzach vi fosse stato, chi avesse avuto ardimento di contrastargli l'usurpato tirannico dominio della Citt, e di arrestare i suoi progressi a danni di Giacomo.
 Capitolo XX.
Il Conte Luna assalta nel suo Palazzo il Barone Statella, e l'uccide.
Era gi comparsa l'alba della mattina del Venerd 20. dell'istesso mese di Luglio, quando il Conte Luna, fieramente aggitato dalle furie della vendetta, si pose a cavallo, ed indi, fatto dare il segno della raccolta alle sue Truppe, in questa guisa le dispose. Lasci coll'Impugiades li 100. Cavalli nel cortile del Monastero delle Giummare; e lasci pure ben custodito da ogni parte il Castello del Perollo; e poi con tutto il resto delle sue Milizie, si avvi egli per assaltare nel proprio Palazzo il Barone Statella, contro di cui non meno, che contro del Perollo, anelava di sfogare il suo sdegno. Incominci dunque la sua vendetta dal Barone Statella, col riflesso, che, disbrigatosi con tutta facilit da questo nemico, avrebbe poi impiegate tutte le sue forze alla rovina del Barone Perollo, suo principale avversario, la di cui caduta ricercava forze di maggiore considerazione.
Arrivato il Conte con tutta la sua gente al Palazzo del Capitano Statella, fece dare il segno dell'assalto; onde li suoi Soldati subito con orribili urli, e grandissimi stridi assaltarono la Casa del detto Statella; ed allora molti degli stessi Soldati appoggiarono in pi parti le scale, per penetrare dalle pi alte cime nel pi basso del Palazzo; altri con ordegni ferrati battevano le porte, per espugnarle; ed altri collo sparo degli archibuggi colpivano le finestre, per disserrarle; e tutti cercavano a folla d'inoltrarsi, per entrare in quel Palazzo. Non vi era in detto Palazzo chi si potesse affacciare alle finestre, per colpire i nemici; poicch ne restava subito ucciso da quei, ch'erano fuori. O che baruffe, o che straggi, o che uccisioni sortivano dall'una, e dall'altra parte! tantoch quelli, che militavano a favore del Barone Statella, per esser pochi, si viddero ridotti a pochissimo numero, e furono questi forzati a cedere alla violenza de' numerosi aggressori.
Vedeva il capitano Statella la grande stragge de' suoi; e perch, quanto era nobile, era altrettanto intrepido; e coraggioso, teneva nella destra impugnata strettamente la spada, ed al ruotarla sembrava un fulmine, che il tutto co' suoi colpi atterrava. Andava egli dappertutto, girava per ogni parte, sollevava gli oppressi, animava i pusillanimi, esponeva il suo petto in difesa de' pi deboli, correva, ove pi si vedevano le straggi; ed ultimamente a veduta de' suoi nemici, che, gi impadroniti affatto della sua Casa, facevano orrenda stragge del misero avanzo de' suoi Ministri, sembr un Marte, dando colla sua spada in mano a divedere, che il suo valore era di un semideo, e piucch umano.
Sopraffatto alla fine dalla calca di quelle avanzate Truppe, ced alla violenza della rea fortuna; e ritiratosi sulla sommit della Torre di detta Casa, incominci a gridare: "Giurati, Capitani, Popoli d'una Citt sempre fedelissima a' suoi Regnanti, soccorso, all'armi: le straggi, le offese, gli affronti, che si fanno contro la mia persona, si commettono contra quella del vostro Sovrano: poicch porto in fronte il carattere di suo Ministro, sono per rappresentanza la sua stessa persona. Ajutatemi dunque, soccorretemi.
Ma a che valsero quelle pietose voci, se non servirono ad altro, che a maggiormente svegliare a sdegno, ed a vendetta i cuori di quei inferociti Soldati? che, saliti sull'alta cima della Torre, segli addossarono spietatamente, per isvenarlo. Il primo, che cadde ucciso, fu Pietro Margetti, fratello del sopranominato Antonio, che dal Perollo, insieme colla moglie, f destinato a' servigj del Barone Statella: e dal gran numero de' Soldati, che ivi s'introdusse, rest tutta affatto trucidata la comitiva de' Ministri della Giustizia, come furono, Consultori, Fiscali, Notari, ed altri: e finalmente il medesimo Statella f da Giorgio Comito, Capo de' Greci, ucciso con una stoccata, che gli trafisse il cuore da parte a parte. Cadde pure per l'istessa mano trafitto il suo tanto stimato Girolamo Graffeo, fratello del sopracennato Onofrio; quale ancora valorosamente difendeva un'altra porta dell'altro appartamento, come quello, che teneva in quel luogo le veci di Giacomo Perollo. Alla caduta di questi due famosi Eroi, Statella, e Graffeo, cadde pure trucidato ogn'altro, che forse vivo era restato, senzach di tutta la Corte, e Famiglia del Capitano Statella ne restasse pur uno.
Commessa dalle truppe del Conte Luna stragge cotanto orrenda, si diedero alle spoglio di quei cadaveri: e doppo averli spogliati, li buttarono tagliati in pezzi dalle finestre. Il cadavere del Barone Statella f precipitato dall'alta Torre sopra i sassi della strada, e per lo fracassamento della testa gli usc, e salt fuori la midolla, quale da Marco Rappa f pietosamente raccolta, e sepolta nella vicina Chiesa di San Cataldo.
Rimasero poi li miserabili avanzi di quei corpi per lo spazio di tre giorni insepolti, ed esposti a satollare l'ingorda voracit de' cani: come infatti alcuni ne furono gi divorati, perch non vi fu persona, che avesse avuto ardimento di farli sepellire. Caso in vero troppo compassionevole, e forse non mai successo fra' Cristiani per guerre civili, ma neppure accaduto fra' Barbari, nemici d'ogni piet.
Non contenta quella vile ciurmaglia di s crudele stragge, pass pi oltre nella fierezza, col consignare alle fiamme la Casa sudetta del Barone Statella, e quanto di scritture, informazioni, ed altro sino allora si trovava, per dare le giuste informazioni de' delitti, e de' delinquenti al Magistrato della Corte Suprema.
 Capitolo XXI.
Il Conte Luna va ad assaltare il Castello del Barone Perollo.
Gonfio il Conte Luna per l'ottenuta vittoria contra del Barone Statella, ideavasi nella mente di avere ancora a conseguire la vittoria contra il Barone Perollo. Fece perci sonare a raccolta, per congregarsi tutti li suoi Soldati dispersi; e vedendoli gi tutti insieme congregati, e posti in ordinanza militare, dal Palazzo del Barone Statella s'avvi per la medesima strada verso il Castello Vecchio contra l'istesso Perollo, seguto da tutto l'Essercito, che faceva orribili gridi, e strepiti d'armi, andando egli alla testa di quello, tutto lieto, e festante, con lo stocco nudo alla mano, forse pensando di trapassare con quello le viscere al suo principale nemico. Cos dunque seguito, giunse il Conte innanzi la casa di Cesare Minichelli, (che poi da questi fu formata per Ritiro dell'Orfanelle, come si disse nel Cap. 4. Tratt. 1. del presente Libro,) e fermatosi in quel luogo, divise l'Essercito in due Squadroni: e l'uno sotto la cura, ed il comando di Accursio d'Amato, e di Ferrante Lucchesi, lo fece andare per quella strada erta, che conduce alla Chiesa di S. Nicol la Latina, per impossessarsi della porta del sudetto Castello, detta di S. Pietro, poco distante dalla porta dell'istessa Citt, chiamata di S. Nicol, che poi fu murata, come al presente si vede: l'altro lo men seco per quella strada bassa, che conduce alla porta della medesima citt, chiamata delli Bagni, per impadronirsi della porta ferrata del sopracennato Castello, detta del Cotogno, che era appoggiata col Palazzo di Gian-Paolo Perollo Barone della Salina.
Subito che il Conte arriv a quella porta, diede ordine, che a forza d'arieti fosse buttata a terra: e gli sort sino a questo punto felice il dissegno, poicch alla fine cadde a terra alle tante replicate scosse. Ma avendo poi entrato con i suoi Soldati, per abbattere l'altra porta collaterale di S. Pietro, Chiesa Parrocchiale del Castello, (quale porta aveva fatta Giacomo Perollo per custodia non solamente del proprio Castello, ma ancora di tutto quel recinto, dentro cui erano racchiusi tutti quasi i Palazzi degli altri Perolli,) non gli riusc di abbatterla, poicch ne furono sempre valorosamente respinti da Gian-Paolo Perollo, Cavaliere di molto sperimentato valore nelle guerre di Francia, ove allora teneva la carica di Coronello. Quivi fra gli altri questo grande Eroe dal Torrione, ch'era sopra quella porta, con la spada in mano, e con lo scudo in braccio, fece prove d'un incredibile, e straordinario valore, non permettendo a chiunque si fosse degli nemici di potersi punto avanzare nell'intentato, e preteso assalto, facendone grandissima stragge ancora con lo sparo de' cannoni, delle petriere, e dell'archibuggi, con dardi, sassi, e pignatte incendiarie: sicch in tale occasione riusc vano ogni sforzo, e tentativo del Conte Luna; e delli suoi Soldati la maggior parte restarono morti. Onde ci vedendo disperato il Conte, lasci allora di pi proseguire da questa parte l'incominciata impresa.
Non per stavano dall'altra parte oziosi Accursio d'Amato, e Ferrante Lucchesi, destinati dal Conte Luna ad impadronirsi della porta di S. Pietro, avvalorati da una fiorita banda d'uomini valorosi. Ma sebbene facessero prove degne del lor valore, per abbattere quella porta, e dare il meditato assalto al Castello; sempre nondimeno furono pi valorosamente respinti da Gian-Filippo Perollo, Barone del Cellaro, e da Girolamo Perollo, Barone del Ponte, con molti altri Soldati, che, resi pi animosi dalla intrepidezza dell'animo di Cavalieri s prodi, fecero molto grande stragge degli nemici: onde atterriti gli altri Soldati del Conte, tutti mesti si ritirarono.
Dalla parte del Monastero delle Giummare, ove con 110. Cavalli stava accampato l'Impugiades, non si faceva alcun movimento considerabile; bench Giacomo Perollo, e Benedetto Perollo, Barone della Culla, che custodivano quelle due Torri, che sono a fronte del detto Monastero, l'averebbono potuto offendere, e colli pezzi d'artiglieria, e colle saette; desistevano per dal farlo, a causa di non maggiormente irritarlo; bench spesse volte Giacomo, affacciato a' merli della Torre, lo rimproverasse, che non doveva giammai venire contro di esso, dovendosi rammentare, che Cosimo Perollo gi morto, e fratello del detto Giacomo, aveva avuto per moglie Lucrezia Impugiades, sua sorella. E sebbene per lo passato vertirono fra loro alcuni lievi disgusti per la restituzione della dote; non erano per motivi bastanti ad obbligarlo a venire, e congiurarsi co' suoi nemici alla sua totale rovina. Ferivano l'intimo del cuore dell'Impugiades questi rimproveri; onde, perch conosceva tutto ci esser vero, e perch vedeva insino a quel punto esser vittorioso il Perollo, n sapendo quale fine averebbe la zuffa, procedeva con molta lentezza, dimodoch da questa parte si vedeva piuttosto tregua, che guerra.
Marco Perollo, che teneva in cura il Bastione del Castello nominato di S. Pietro, faceva allo spesso sentire gli scoppi orribili delle artiglierie, e petriere contra coloro, che tentavano avvicinarsi a quella porta, che teneva il Castello fuori la Citt; tantoch atterriti li nemici, vedendone de' suoi molti gi morti, e molti altri feriti, lasciarono l'impresa, n mai pi tentarono l'abbattimento di quella porta.
Smaniava tutto pieno di rabbia il Conte, perch, per l'infausto evento della trascorsa battaglia, si credeva prescito della fortuna, e reprobo del fato. Vagava da per tutto, guardava in ogni parte, e disperato altro non rimirava, che impressioni dolorose, e vestigj sanguinosi della sua gente. Ma per non esporre il restante de' suoi Soldati a maggiori rovine, fece mancare lentamente l'assalto; indi, facendo sonare a raccolta, e lasciando per ogni parte il Castello ben custodito, si condusse accompagnato da suoi fidi alla Chiesa Maggiore della Citt, ove la maggior parte della sua gente alloggiava. Ivi pervenuto diede ordine, che li corpi de' Nobili, che erano restati morti nella trascorsa battaglia, si portassero a sepellirsi in Bivona; che li Soldati feriti si curassero bene, e con tutta attenzione da' pi periti Cirugici, e che tutto il restante dell'Essercito si ristorasse col cibo, e col riposo. Ed egli pure si diede per qualche tempo alla quiete, per indi risorgere pi vigoroso a danni del suo nemico.
 Capitolo XXII.
Il Conte Luna persuade con una Orazione li suoi Soldati ad un nuovo, e pi vigoroso assalto.
Rasserenato qualche poco l'animo del Conte Luna, assai turbato per l'infelice riuscita dell'assalto avuto col Perollo, determin d'insorgere pi vigoroso a danni del medesimo. A questo riflesso fece convocare a suono di trombe tutti i Capi, e Soldati alla sua presenza, ed egli assiso in un luogo, da dove poteva essere da tutti veduto, e sentito, con un contegno grave, e cruccioso in questa forma si pose a perorare: "Signori ed Amici, Soldati, e Vassalli miei fidelissimi, sappiate, che quanto stamane fu grande la mia allegrezza per la gloriosa vittoria ottenuta del mio nemico Statella col valore delle vostre armi, cos oggi altrettanto  stata grande la mia tristezza per l'ignominiosa perdita, che ho fatto di tanta gente, che combatteva a mio favore. Al riflesso di tanto gran danno, cagionatomi dalla rea fortuna, di certo non posso mai aver pace nell'animo mio, se con tutto il maggiore sforzo del vostro stesso valore io non ne abbia ricevuta una compita sodisfazione, e non ne abbia fatto un intero risarcimento colla vendetta, e distruzzione di Giacomo. Ahi! l'iniqua fortuna, tanto favorendo oggi al mio avversario, ha quasi in un punto cambiato il festivo teatro delle mie pi eccelse glorie in funestissima scena delle mie maggiori ignominie. Speravo coll'impadronirmi di due porte, d'aprirmi libero il varco alla gloriosa conquista del gran Castello, ove si fa forte con tutta la sua gente il mio nemico, e con la di lui morte mettere la trionfal corona alle mie vittorie: ma quelle stesse porte m'aprirono un sanguinoso teatro, ove potessi rimirare il pietoso spettacolo de' miei pi cari, che da barbare mani furono trucidati. Non per credete, che io possa vedere morti tanti miei Soldati, senza pigliarne la dovuta vendetta, a costo ancora del mio sangue, e della mia vita: e mi d pur io a credere, che lo stesso coraggio regni nel vostro petto di spargere, bisognando, il vostro sangue, e d'incontrar volentieri la stessa morte, per vendicare generosamente la perdita di tanti vostri compagni. Voi, o nobili Cavalieri, se ucciderete un fiero Tiranno, che per tant'anni vi ha tenuti oppressi, n mai si ha gloriato d'altro, senon di farvi oltraggi, temete forse di non incontrare i pi severi castighi d'una offesa, e sdegnata Giustizia? Non dovete alcerto voi ci temere: poicch averete a vostro favore un Clemente VII. che oggi gloriosamente presiede sul soglio del Vaticano, Zio della Contessa mia moglie. Questi sapendo, che voi avete ci fatto, per vendicare le mie offese, e gli oltraggi fatti ancora alla mia persona, non lascier per voi d'interporre la suprema sua autorit appresso l'Imperatore Carlo V. nostro R, e Signore: e se mai questo mancasse, io, io sar quello, che, per liberar voi, come ancora tutti gli altri miei fidi Soldati, impegnar il mio sangue, quello de' miei figli, e tutti quei beni di fortuna, de' quali m'ha dotato prodigo il Cielo. L'istesso Imperatore, e nostro R avr molto a caro la caduta d'un superbo Tiranno, che gli ha posto in pericolo di tumultuare un popolo intero. Suvvia dunque, o Signori, ed Amici miei, Soldati, e Vassalli miei fidelissimi, accingetevi coraggiosi all'impresa, per fare ancor l'ultima mostra del vostro valore, dando nuovi assalti al comune nemico."
Si averebbe in questo suo discorso pi inoltrato il Conte, se con un confuso rumore di voci non fosse stato interrotto da quei Soldati, che altro chiaramente non pronunciavano, che Muora il comun nemico, Giacomo muora, muora. Lo stesso poi con parole pi precise confermarono quei Nobili, che attentamente l'avevano udito; e giurarono di giammai partire vivi, se non gli davano nelle mani, o vivo, o morto, Giacomo Perollo.
Lieto a questa giurata promessa il Conte, volle, che tutti si ristorassero col cibo, e col riposo, per poi intraprendere con pi vigore l'incominciata impresa. Quindi prese ciascheduno un breve cibo, e un breve riposo: e doppo, per accingersi al nuovo assalto, si providdero d'armi, e fecero provisioni maggiori. Si scelsero della plebe urbana uomini atti a servirsene di Guastatori, facendogli portare scale, travi, legni, fuoco, pali, zappe, ed ogni sorta di strumento, a fine di gettare a terra le muraglie, scalare le torri, e abbruggiare le porte del Castello.
 Capitolo XXIII.
Sigismondo Luna rinova l'assalto contra Giacomo Perollo.
Aspettavano con impazienza li Soldati di Sigismondo Luna, che venisse l'ora di combattere, e di dare il nuovo assalto al Castello di Giacomo Perollo: quando, dato gi il segno della marcia, si avviarono festanti col suono delle trombe, e collo strepito de' tamburi alla volta del Castello. Quivi giunti, e diviso da' Comandanti in tre Squadroni l'Essercito, diedero da tre parti fierissimi, e crudelissimi assalti. Quelli, che combattevano di dentro il Castello, non lasciarono al solito di difendersi, e di ribattere con incredibile valore i nemici. E bench gli aggressori avessero tre volte poste le scale alle mura, ed altrettante volte attaccato il fuoco alle porte, nondimeno furono sempre valorosamente respinti; poich quelli, che salirono, caddero oppressi dalla gran quantit delle pietre, che da sopra i merli vi gettavano i difensori; ed il fuoco rest affatto estinto dalla gran copia dell'acque, che quei di dentro vi buttavano, che fu tale, che il corso ne and insino al Mare..
Il magnanimo Gian-Paolo Perollo, non mai abbastanza lodato, fece in quest'assalto le maggiori prove del suo valore. Egli col fulmine della sua spada faceva atterrire grandemente i nemici: andava da ogni parte, e dapertutto lasciava dolorose impressioni di vendetta; mentre altri feriva, altri uccideva, ed altri costernava in maniera, che li arrestava dall'assunto intrapreso, facendo, che altri ancora si vedessero vituperosamente rovesciati a terra, che presumevano di salire sopra le mura, per guadagnarsi il Castello. Diedero li Soldati di Sigismondo in questo giorno quattro assalti assai vigorosi; ma sempre (come si  detto) restarono respinti da' Soldati di Giacomo; poicch questi, combattendo per il proprio decoro, per la conservazione de' suoi figli, e per l'onore delle loro mogli, quali erano dentro il Castello, si rendevano formidabili a' nemici, che alla di loro presenza impauriti fuggivano.
In questo tempo Giacomo Perollo si diede a vedere a gli occhi de' suoi nemici, non solamente per un Cavaliere di gran coraggio, e di stupendo valore, ma ancora per un'Uomo di tutta accortezza, attenzione, e vigilanza; poicch scorreva animoso per ogni parte ad incoraggiare i suoi, attendendo sempre a fortificare le parti pi deboli. N il fuoco lo spaventava, n il ferro lo intimoriva: ma fatto sprezzante di sestesso, entrava, ove vedeva esser maggiori li pericoli; da ogni parte feriva, uccideva, svenava, ed atterrava.
Tramontato gi il Sole, e facendosi notte, il Conte, che averebbe voluto proseguire il combattimento, fu forzato a desistere: onde fece sonare a raccolta, e si ritir, ma tutto mesto, e doloroso per la gran perdita fatta de' suoi, e perch non avea ottenuta la sospirata vittoria. E ci, che pi lo turbava, si era, che questa li veniva ritardata dall'inespugnabile valore de' Perolli, bastanti a potersi mantenere lungo tempo a fronte de' suoi Soldati: e che, se egli pi tardasse a vincere Giacomo, era impossibile poterlo poi fare a causa de' gran soccorsi, che a momenti stava attendendo, tanto da' suoi aderenti, quanto dal Vice-R, Don Ettore Pignatelli, che, stimandolo a maggior segno, non avrebbe lasciata strada intentata, per ajutarlo in cos estremo bisogno.
Da questi, ed altri pungenti stimoli era assai concitato l'animo di Sigismondo: il quale non lasci, come provido, ed accorto Capitano, di ordinare, che restasse ben custodito da ogni parte il Castello, e che in quella oscurit della notte si cercassero per le strade li feriti, per curarli, e li morti, per sepellirli: e fra questi fu ritrovato un giovane, riconosciuto per l'unico figlio diletto di Accursio d'Amato; la di cui compassionevole veduta fece scaturire dagli occhi del Padre, e del Conte, che non meno del Padre lo amava, rivi di amarissime lagrime; a cui alla fine fu necessitato di dare sepoltura con gli altri Cavalieri, che si ritrovarono morti, nella Chiesa Maggiore della Citt. Accorato dunque da tanta perdita il Conte, non credeva l'ora, che si facesse giorno, per poter ritornare altra volta a confondere gl'inimici, e confortare col sangue di Giacomo l'acerbit del suo dolore.
 Capitolo XXIV.
Orazione di Giacomo Perollo a' suoi Soldati, per animarli a sostenere l'assalto dell'Inimico.
Tutta quella notte i Perolli dall'altra parte attesero a ristaurare le muraglie, ove erano guaste, ed a rinforzare con forti ripari il Castello, con portare pietre, acqua, matarazzi, sacchi di lana, e altre cose, e con far di nuovo inferrare le porte: e per mostrare, che stavano con vigilanza, fecero per tutte le Torri, e Torrioni del Castello tutto quel tempo fare grandissimi fuochi; e come potevano cogliere di mira qualcheduno de' Soldati nemici, gli scaricavano terribilissime archibuggiate, e sempre facevano danno a quelli di fuori; e questi ancora non stavano con le mani alla cintola, perch facevano lo stesso; talch di quando in quando tutta quella medesima notte si continuavano spessissimi colpi.
Non era ancora spuntata l'Alba, quando Giacomo Perollo, avendo considerato, con che valore li suoi avevano combattuto contro degli nemici, per dimostragli quanto ci gli fosse gradito, e l'anino generoso, che aveva di premiarli, fece chiamare tutti li suoi Parenti, e Cavalieri, e poi a suono di trombe convocare in sua presenza tutti gli altri Soldati; e vedendoli tutti insieme innanzi a se ragunati, in questa forma si pose a discorrere: "Prodi Guerrieri, che con vincoli di alleanza, e voi Nobili, che con nodi di parentela, e tutti voi ancora, valorosi Soldati, che con catene di amore siete meco uniti, e congionti, non vi rechi stupore, se in questo punto, che dovevate riposare dalle fatiche sostenute, io qui v'abbia convocati. Avete nello spirato giorno operati in mio favore eccessi di meraviglia, dando a divedere agli nemici per insuperabile il vostro valore. Dunque  dovere, che io vene renda le grazie. Non vi propongo i premj, che vi ha apprestati la mia benevolenza, poicch offenderei la vostra disinteressata generosit, colla quale v'impegnaste a favorirmi. Vi ricordo bens, che io sono quel Giacomo, che mai ho lasciato senza rimunerazione, chi forse appena mi ha beneficato. Che far con voi, che avete per mio amore sparso il vostro sangue? Solo per vi rammento i premj, che sarete per riscuotere dalla Maest dell'Imperatore, nella mia persona cos gravemente offeso, e dalla generosit del suo Vice-R, D. Ettore Pignatelli, nella mia stessa persona tanto vilmente oltraggiato: e ci non solamente in riguardo della stima, che facciono di me, come voi ben sapete, ed avete mille volte sperimentato, ma ancora per il servigio grande, che or da voi gli vien fatto, e perch difendete la mia persona, e perch, non lasciando entrare in questo Castello il nemico, salvate una Citt di Sciacca, tanto riguardevole nel Regno, e da Cesare tanto stimata. Non vi  dubbio, o miei fidi, che, se s'impadronissero (Iddio nol permetta) di questa Fortezza, vivo fra noi non rester nissuno; ed essi, fatti vittoriosi, senzach si ritrovi chi gli farebbe ostacolo, darebbono a questa vostra amata Patria il sacco; poicch gi son certi, che per l'enormit d'un delitto s orrendo non ispereranno pi perdono. Per non inciampare dunque nelle mani di barbari s fieri,  di bisogno prepararvi al solito, non solo a combattere, ma ancora a vincere. S, che il pericolo, nel quale ci ritroviamo,  grandissimo; poicch siamo pochi, e bloccati a fronte di molti, che di continuo con gente collettizia si aumentano. Ma se voi col vostro valore li trattenerete per altri pochissimi giorni, sono certo, che saremo soccorsi; e forse sar tale il soccorso, che potremo di assaliti divenire assalitori, ed indi uscire fuori di questo recinto a rovinare il nemico. Sapete la mia alleanza co' Grandi; e questi non saranno per abbandonarmi in congiuntura cotanto premurosa. Coraggio dunque, o miei cari: continuate pure a dar prove del vostro valore: che, se voi vincerete, bench sar mia la vittoria, vostro per sar l'onore, vostra sar la gloria."
Furono tanto efficaci le parole del Perollo, che non vi fu chi l'udisse, e non s'intenerisse; e piangeva ogn'uno per allegrezza della sperata vittoria, poicch non v'era, chi, riguardando alla giustizia della causa del Perollo, non la sperasse sicura dal Cielo. Incominciarono dunque tutti a piena voce a gridare, che erano pronti a spargere il proprio sangue per la difesa del Castello, per la vita di Giacomo, per l'onore di Cesare e per l'amore della Patria.
 Capitolo XXV.
Il Conte Luna tenta con nuovi assalti d'impadronirsi del Castello.
Il seguente giorno, che fu il Sabbato, 21. dell'istesso mese di Luglio, allo spuntare dell'alba, tutti i Soldati dell'una, e dell'altra parte si prepararono a nuovo combattimento. Fra gli altri dell'una parte Sigismondo senzach perdesse punto di tempo, divise le sue genti in tre Squadroni; e d'uno di questi fece Capo Ferrante Lucchesi, l'altro fecelo condurre da Pietro Giliberto, Cavaliere Palermitano; ed il terzo consegnollo sotto la cura di Accursio d'Amato, distribuendo a tutti tre distintamente i luoghi del nuovo assalto.
Ferrante Lucchesi andossene con uno Squadrone, e si pose ad assaltare il Castello per la porta di S. Pietro, e Pietro Giliberto con altro Squadrone sen'and per la parte, ove al presente  il Monastero di S. Catarina, entrando per la porta della Casa di Girolamo Perollo, s'impadron di essa; e salendo sopra i tetti con una sceltissima banda di Soldati, armati di archibuggi, e balestre, con terribilissimi gridi, e strepiti di trombe, e tamburi, incominciarono a battere quella Torre, che era sopra la porta, per la quale si entrava nel Castello; acciocch abbandonata da' difensori, potessero poi entrare in detto Castello. Ma quei di dentro insieme col valoroso Gian-Paolo Perollo, che ne presiedeva alla custodia, con tutto coraggio la difendevano: quindi da ambe le parti si facevano stragi orribilissime.
Dalla porta di San Pietro, ove pugnava il Lucchesi, si facevano ancora prove di non ordinaria prodezza, tanto da parte degli assalitori, quanto da parte degli assaliti, dimodoch dall'una, e dell'altra parte pareva, che combattessero con l'istesso valore degli antichi Romani, e de' Paladini Francesi, restando in questo fatto d'armi un gran numero di morti, fra' quali vi fu Antonio di Noto, uomo molto valoroso, ed assai stimato da Sigismondo.
Accursio d'Amato, con quei Nobili, e con quei Soldati, de' quali fu destinato Capitano, si pose ad assediare il Castello dalla porta delli Bagni, ed appoggiando molte scale alle Case di Cosimo Lucchesi, (oggi di D. Michele Landolina, Duca della Verdura,) faceva ogni sforzo, per entrare dalle finestre, che guardavano verso Mezzogiorno: e perch potesse salire senza timore degli nemici, che potevano dalle finestre colpirlo, faceva continuamente tirarle dell'archibuggiate, di maniera che niuno de' difensori poteva affacciarsi: ed alcuni de' pi arditi, che a fare ci s'inoltrarono, come furono Pietro Genna, Girolamo Rizzo, e Pietro-Antonio Tumbetta, colti di mira da quei di fuori, restarono miseramente uccisi. Nulladimeno non perci restavano disanimati li difensori, poicch Giacomo Perollo, che comandava in quella parte, oper prodigj tali, che a veduta del suo valore restarono impegnati ad una coraggiosa difesa li pi costernati nell'animo.
Il Conte fra questo mentre, posto a capo d'un grosso di Cavalleria, volava a soccorrere, ove pi conosceva esservene il bisogno; ed accorreva a rinforzare, ove scorgeva pi debole la partita de' suoi. Ma Accursio d'Amato, per dimostrar di fare un non s che di grande a favore del Conte, salito sopra una scala, arriv finalmente ad una finestra; ed animando i suoi a seguirlo, furono da' difensori valorosamente rintuzzati: onde perirono dalla parte dell'Amato non pochi, che coraggiosamente l'aveano seguito, e fra gli altri Giovanni Lipari, uomo d'incredibile valore, Pietro. e Francesco d'Ugo, Antonio Ritondo, Pietro, e Francesco Rainetti, che furono ancora uomini assai valorosi.
Si accorse d'una perdita tanto grande il Capitano Francesco Sancetta di Salemi (o pure, come altri lo chiamano, Sternetta, o Sarnetta,) Cavaliere di gran valore; e per riparare prontamente ad una tal perdita, e alla imminente rovina delle genti dell'Amato, lasci il suo posto, e corse con suoi Soldati a dargli soccorso: fra' quali egli con grande intrepidezza d'animo corse il primo, colla scala in collo, a darsi in preda a tutti quei pericoli, che sel'incontravano, acciocch vincesse, o morisse. Incominci egli dunque a salire da quella parte del muro, ove parea privo di difensori; ma incauto, e ardimentoso, quando credeva arrivare in alto, viddesi precipitato a basso, cadendo in terra colpito da un'archibuggiata, che li cagion la morte.
Vedeva il tutto da lontano il Conte Luna, e commosso fieramente nel suo interno per l'infelice evento di questo giovane, e divenuto una furia d'Inferno, scese dal suo cavallo, e per vendicarne la morte, prese una scala, e fattosi presso al muro, si avvicinava gi, per salire. Vedendo quest'atto inconsiderato, e temerario del Conte molti Nobili della Citt, suoi aderenti, subito lo seguirono, o per farlo desistere da un'impresa cotanto pericolosa, o per morire ancor essi in compagnia del medesimo. Accursio d'Amato, che in tal maniera lo vidde, incominci a piena voce a sgridarlo, acci desistesse da quella temeraria salita, mettendogli avanti gli occhi l'orridezza del pericolo, al quale incauto si esponeva. A queste persuasive ravveduto il Conte, si rest dall'impresa, a cui lo aveva stimolato l'impeto del suo furore.
Accursio d'Amato dunque, vedendo, che nulla poteva profittare per la strada, che aveva intrapresa, di entrare per le finestre, deliber di lasciare l'incominciato assalto, ed inoltrarsi per altra via nel Castello. Poicch, avendoli designata certi muratori una cava sotterranea, che apriva l'ingresso ad una camera di Giacomo, e considerando, che l'apertura era s commodamente incavata, che li poteva apprestare libera l'entrata in detta camera, non perdendo momento di tempo, fu egli il primo, che in essa s'internasse, non lasciando le sue genti pure di seguirlo. Giacomo, che tutto oculatezza vegliava alla custodia d'ogni parte, si accorse dell'Amato, e scaricandogli addosso un'archibuggiata, lo colp sul capo: e bench si avesse trovato provisto d'una fortissima celata, casc nulladimeno mortalmente ferito a terra; e fu tale il colpo, che non ebbe, se non un solo giorno di vita: e sebbene avesse d'un subito perduto l'uso della lingua, in maniera che mai pi pot parlare; palesava per co' gesti il gran contento, che sentiva nel cuore, per aver fatto prove segnalate di un'ammirabil valore, mostrando a' suoi Soldati, che moriva lieto in servigio del Conte. Fecero questi mutoli attestati d'affetto talmente intenerire i suoi Soldati, che s'indussero dirottamente a piangere; n si trov alcuno, che non deplorasse la sventura di Capitano s valoroso. Il Conte, piucch ogn'altro, si commosse per la perdita d'un suo s caro Guerriero; e vedendo il suo caso disperato, ordin, che si portasse in Bivona; ma per la strada fin miseramente la vita.
Pietro Giliberto intanto, vedendo, che fu ributtato dal valore di Gian-Paulo, rinforz di bel nuovo la sua gente, e ritorn altra volta sopra il tetto della Casa del cennato Girolamo Perollo; da dove scaricando continue archibuggiate, faceva de' Soldati di Giacomo grandissima stragge: ma rinforzatosi il fatto dell'armi, cadevano dall'una, e dall'altra parte molti morti, e feriti. Quindi Pietro Giliberto, confidato nel suo valore, ed in quello de' suoi Soldati, scese dal tetto temerariamente in terra, accompagnato da 200. guerniti di archibuggi, e balestre, e d'altri ordegni di fuoco, per abbruggiare le porte della Fortezza. Ma Gian-Paulo Perollo, Cavaliere di eterna lode, vestito d'armi bianche, collo scudo in braccio, e colla spada in mano, (che aveva in tutto quel combattimento mostrato prove di gran valore, facendo stupire anche gli stessi nemici, mentre in quella giovanile et sapesse cos peritamente fare non solo l'ufficio di valoroso Guerriero, ma ancora quello di accorto, e gran Capitano,) dalla sommit della Torre, ove pugnava, gli fece scaricare una petriera, che era parata di catene, chiodi, pietre focaje, ed altri simili strumenti di guerra, onde pi di 20. ne restarono morti, e altrettanti feriti; fra' quali vi fu Cola il Vasto, Cavaliere di gran valore. Di pi ordin, che si sparassero altri due pezzi di artiglieria, e doppo gli archibuggi, ed altre armi di fuoco, con cui fecero grandissima stragge de' loro nemici.
All'orrenda mortalit, e alle macchine di guerra, con cui si vidde all'improvviso assalita la gente, che guidava il Giliberto, ed al nuovo, e non mai veduto modo di combattere, s'inorrid in maniera, che sgomentata si mise ad abbandonare il medesimo Giliberto, suo Capitano, e perduta d'animo, e presa da gran timore, incominci ad andare in rotta. Gian-Paulo insuperbito per questa inaspettata vittoria, impaziente di stare pi ristretto in quel recinto, avido di segnalarsi con qualche impresa memorabile, e mosso da' nobili spiriti del suo valore, fece spalancare quella porta del Castello, e con ventidue ben'armati, e valorosi Soldati uscito fuori dal Forte, fece grandissimo macello de' suoi nemici; e cogliendo di mira il lor Capo, Pietro Giliberto, l'assalt, e ad un punto stesso lo fer mortalmente, con iscaricargli una pistolata; e quegli correndo cos ferito, and a morire innanzi la presenza di Sigismondo.
Al rumore di tanta stragge Ferrante Lucchesi, e Gian-Pietro Infontanetta, che erano restati affrontati da Gian-Filippo, e Girolamo Perollo, da' quali furono tre volte respinti con gran valore, e con molta stragge ancor de' suoi, volendo tentare l'ingresso nel Castello per quella porta di S. Pietro, volarono furibondi con quei Soldati, che vivi gli erano rimasti, ad apprestarvi soccorso, ed a darvi riparo. Gian-Paulo vedendoli venire, ed accorgendosi del pericolo, che, coll'essere soperchiato dalla moltitudine, li sovrastava, si ritir, senzach nissuno de' suoi fosse stato ferito; dimodoch di 200. Soldati, che erano entrati in quel recinto col Giliberto, fuori non ne uscirono vivi, che 33. Onde per questi avventurati successi di Gian-Paulo talmente si sgomentarono le genti di Sigismondo (contuttoch Ferrante Lucchesi pi d'ogn'altro si mostrasse animoso, e li avesse ancora animati,) che non vi era fra loro, chi pi volesse accostarsi, n alle muraglie, n alle porte di quel Castello.
Giacomo pure in questo giorno non lasci di acquistarsi col suo valore la gloria d'una fama immortale: imperocch egli pure, fatta disserrare una porta della Fortezza, usc da quella all'improviso, abbastanza guernito di valorosi Soldati; ed in compagnia del valoroso Benedetto Perollo, Barone della Culla, uccise molti de' suoi nemici, ed incominci a chiamare per nome Sigismondo, accompagnando al suono delle sue voci il tuono delle minacce. Il Conte per non udiva tali voci, e minacce di Giacomo, perch si ritrovava fuori della Citt, con tutto il resto della sua gente, ad abbattere il Castello, sperando di vendicare i morti suoi compagni col sangue degli nemici. Ma, contuttoch fortemente si affaticasse, non pot fare alcuno avanzo, ma piuttosto ricev notabile danno.
 Capitolo XXVI.
Il Conte Luna, per abbattere il Castello, prende da' Bastioni della Citt l'Artiglieria.
Scorgendo il Conte il gran macello, che de' suoi Soldati era stato fatto da quelli del Perollo in questo lagrimoso giorno, colla perdita di tre suoi cari amici, come furono Pietro Giliberto, Accursio d'Amato, e Francesco Sancetta, ed altri undici Cavalieri molto ancora a lui cari, rest assai turbato: indi tutto pieno di rabbia fece sonare a raccolta; e lasciate le solite guardie, ove pi le stimava necessarie, si part assai malcontento, e quasi affatto disperato di poter giammai conseguire l'anelata vittoria. Arrivato poi alla sua residenza diede nelle smanie, e concitato da' stimoli dell'irascibile, non trovava alcuna quiete. Determin alla fine di chiamare i principali delle sue Milizie, affinch col lume della loro prudenza potesse trovare la vera strada da giungere a vendicarsi del suo nemico. Convocati dunque cotesti a consiglio, e con essi bilanciati tutti li modi da poter vincere, conchiusero alla fine, che in nissun modo si avrebbe giammai potuto conquistare di Giacomo il Castello, se prima non avessero abbattute coll'artiglieria della Citt le mura di esso; e che in questa guisa pure restarebbono dirupate le sue Torri: altrimenti facendo, sarebbero restati tutti misera preda d'una sanguinosissima, e crudelissima Morte. Che non dovevasi dunque pi tentare la fortuna contra nemici, che erano inespugnabili per ogn'altra strada, senonch co' replicati tiri dell'artiglieria, quale sarebbe stato facile ad aversi, per non esservi, chi si opponesse, mentre i Giurati non si vedevano, e gli altri Ufficiali di guerra non comparivano; oltrech gi Sigismondo teneva quasi l'assoluto dominio della Citt, ed il popolo bench amasse il Perollo per li tanti beneficj riportati, stava nulladimeno talmente sbigottito in tante rivoluzioni, che non ardiva sollevarsi a movimento veruno. Cos fu stabilito doversi esseguire per il seguente giorno: ed indi sciolto questo Congresso, ebbe ognuno la libert di andarsene a ristorare.
Li Perolli, presaghi di qualche attacco maggiore, non lasciarono in quella notte di riparare pi fortemente le mura, con alzare nuovi ripari, e rappezzare le porte mezze abbruggiate. Indi ristorarono le Milizie col vitto, e le diedero aggio di riposarsi dalle sofferte fatiche. Facevano poi per la trascorsa vittoria festive allegrezze, coll'inalberare sopra le penne delle Torri giulive bandiere, e coll'accendere fuochi luminosi sulle vette pi alte della muraglia. Rendeva la di loro allegrezza maggiore la speranza, che avevano, di ricevere a momenti il tanto sospirato soccorso.
La Domenica 22. del sudetto mese di Luglio, fattosi giorno, il conte Sigismondo si svegli dal sonno, e vestitosi delle solite armi, si confer, ove lo aspettavano i principali delle sue Milizie. Ivi pervenuto ordin a' suoi Soldati, e Guastatori, che dalle Fortezze, e Baloardi della Citt prendessero otto pezzi d'Artiglieria: e quelli in esecuzione degli ordini di Sigismondo li trassero a forza di fortissimi Buoi, e Cavalli. Quattro cannoni li posero vicino alla porta della Citt, chiamata di S. Nicol, poco distante dal Monastero delle Giummare fuori le mura di detta Citt: ed ivi incominciarono a fare parapetti, fascine, trincee, ed altre fortificazioni, per riparo degli stessi cannoni, che collocarono in quel luogo, acciocch abbattessero la Torre, situata sopra la porta del Castello, (che poi fu murata, come altrove si disse,) da dove si usciva fuori della medesima Citt: la met per della detta Torre, dodici anni sono, cadde a terra dirupata dalle ingiurie del tempo. Mentre quivi si facevano questi apparecchi, li Perolli, che presiedevano sul Bastione del Castello, come anche tutti gli altri Soldati, che erano ivi, facevano ogni maggiore sforzo, per impedire a' nemici, che non piantassero l'artiglieria: poicch, per guastare le loro trincee, tiravano spessi colpi di cannoni, smerigli, e petriere: ed infatti gli fecero grande stragge di morti, e feriti, con iscavalcargli due pezzi. Ma, ci non ostante, non poterono far tanto, che eglino non s'impadronissero di quel luogo; ove alla fine, coperti di fortissimi parapetti, piantarono i suoi cannoni. Altri quattro pezzi d'artiglieria li posero dirimpetto alla porta ferrata del Castello, detta del Cotogno, per abbattere da quella parte l'altra Torre, dove colli suoi Soldati si trovava il valoroso Gian-Paulo Perollo; il quale per diedegli assai che fare, primach li mettessero in quel luogo.
Incominciarono dunque li Soldati del Conte Sigismondo ad abbattere co' cannoni quelle Torri, che erano il maggior riparo del Regio Castello, e specialmente quella verso Tramontana, nella quale s'erano ritirate la Baronessa, moglie di Giacomo, e le altre Baronesse, mogli degli altri Signori Perolli. Contro di questa Torre essendo stati scaricati pi di duecento colpi, mostrava ella cedere alle scosse, e rovinarsi: cos pure l'altra Torre, dove stava Gian-Paulo; mentre per il continuato battere de' cannoni, che l'erano dirimpetto, andavasi diroccando, non potendo quell'antica fabbrica resistere a tanti colpi, che da' nemici le venivano scaricati.
Giacomo, Gian-Paolo, e tutti gli altri Perolli valorosamente combattevano, e coraggiosamente si difendevano, senza sgomentarsi, ed impallidirsi all'orrida veduta de' fuochi, che continuamente si buttavano dal Campo nemico: anzich pur essi da quelle parti del Castello, ove s'era fieramente attaccato il combattimento, co' tiri de' suoi cannoni, smerigli, petriere, ed archibuggi facevano grandissima stragge degli stessi nemici. La Baronessa, moglie di Giacomo, e le altre dame, e donne, che d'ordine dell'istesso Giacomo s'erano ritirate nel secondo appartamento del Castello, acciocch non si atterrissero alla vista di tanta stragge, con costanza piucch virile, scordatesi affatto della imbecillit del loro sesso, uscirono tutte fuori, per pugnare anch'esse a fronte degl'inimici. Onde con urli, gridi, e stridi, altre adopravano gli archi meglio, che uomini, altre buttavano caldaje di bollente pece contra gli assalitori, ed altre, correndo veloci sulle mura, facevano precipitare tanta copia di sassi, che violentavano i nemici a voltare le spalle. In somma s'era talmente infierito il sanguinoso combattimento, che non si poteva discernere, da quale parte pendesse in quel principio la vittoria. Ma gi la Torre sopra la porta del Cotogno, che era l'antimurale di tutto il Castello, cadeva sfrantumata in pi parti, e la gente del Perollo a veduta di rovine s deplorabili mancava del solito ardimento; e maggiormente restava disanimata all'udire il suono de' lagrimosi stridi, e degli orrendi gridi delle femmine intimorite. Ma avvedutisi di tutto ci Giacomo, e Gian-Paolo, neppure alla catastrofe di tanti pericoli sgomentati, correvano dapertutto, ed animavano valorosamente i suoi alla difesa: ed ovunque scorgevano, che il nemico tentasse l'ingresso, glielo proibivano con tanto grande arditezza, e generosit d'animo, che si davano a conoscere per inespugnabili nel valore.
Mancavano bens a momenti li Soldati a' Perolli; e per il continuo combattere erano solamente rimasti vivi nel Castello 144. quali pi lentamente del solito combattevano, tanto per le gran vigilie, e fatiche sostenute, quanto perch vedevano la rovina evidente, i rimedj disperati, ed affatto distrutta dalla tempesta delle palle quella Torre, che era sopra la porta del Cotogno: n pi potevano in quella parte starsene coverti alla difesa, per esser dirupati i merli; onde ne morivano molti di coloro, che quella Torre difendevano; maggiormente che era quasi dell'intutto consumata la materia da far ripari: e per questi motivi erano le cose ridotte a pessimo stato.
 Capitolo XXVII.
La Baronessa persuade Giacomo, suo marito, a fuggirsene, o almeno a far pace, o tregua con Sigismondo.
L'afflittissima Baronessa, moglie di Giacomo, bench fosse non meno generosa di quello, si era il Barone, suo marito, perch, dotata dal Cielo d'un intelletto assai perspicace, vedeva di gi esser le cose ridotte ad un pessimo stato, onde ne doveva necessariamente seguire il diroccamento totale del suo Castello, la rovina della sua robba, e la perdita della gioja pi cara, che teneva nel Mondo, quale si era Giacomo, suo marito, pens di condursi a regolare i pensieri del Barone, che, guidati dall'ira, lo conducevano al precipizio, ed a placarlo, ed indurlo a' progetti di pace, o di tregua, col Conte Luna; il quale, da una parte essendo stanco dalle lunghe fatiche del combattere, e dall'altra avendo un animo, quanto generoso, altrettanto gentile, non li averebbe ricusati: e ferma s questo pensiero si condusse, per ritrovarlo. Stradata dunque, e considerando, che le lagrime delle donne hanno molta energia in persuadere l'ostinazione d'ogn'alma, e sono molto efficaci ad ammollire la durezza d'ogni cuore, rinvenne Giacomo, suo sposo, e facendo, che innanzi di esso piangessero le parole, e parlassero le lagrime, con questi sentimenti si pose con esso a discorrere: "Ecco, Giacomo, a tuoi piedi quella sventurata donna, che, fatta rea del destino, non ha potuto pur morire in tanta stragge; bench pur lo volesse, per non aver a rimirare la totale distruzione della tua Casa: eccomi, dico, ad implorare quei favori, che solo posso ottenere dalla tua dolce piet. L'infelice stato presente ci addita cos vicina la nostra caduta, che si rende a noi pi necessario un pietoso ajuto, che un'ostinato ardire. La perdita, o caro, che hai fatto, di tanti Amici, Parenti, e Soldati, e li pericoli, a' quali sta tutta esposta la tua Famiglia, ti essortano ad essere geloso della tua salute, della conservazione de' tuoi figli, e non pi contrastare ostinato colla Fortuna. Dunque, o mio Sposo, con questa tua ostinazione pretendi di placare col proprio sangue lo sdegno de' tuoi nemici? No, no, non  sprezzabile la vita d'un Cavaliere, che porta conseguenze di felicit alla sua stirpe, e di gloria alla sua patria. Tu dunque, o mio diletto, come padre amorevole de' tuoi figli, devi cercare di conservare a loro la vita, non come a miserabili parti del mio ventre, ma come a cari pegni del tuo amore, ed a copie animate di te, suo caro Originale. Lo potrai fare, o Giacomo, e senza taccia d'incorrere in qualche macchia, colla fuga: e facendolo, sarai stimato da prudente appresso di tutti; poich anche Capitani di primo grido, e Regi di prima grandezza nel Mondo hanno fuggito l'inimico,  perch disperavano di poter vincere, o perch temevano di non esser vinti: e lo pi delle volte uno generoso volta faccia, non per volger le spalle, come codardo, ma per prender lena colla quiete, e fortificarsi col riposo, per poi avventarsi con pi vigore contra il nemico. Fuggi dunque, o Giacomo, vanne a ritrovare il Figlio, gli Amici, e li Parenti: e tutti uniti potrete vendicarvi di quelle offese, che oggi ingiustamente vi vengono fatte. E se pure, caro Sposo, abborrisci il fuggire, forse, perch lo stimi come cosa indegna del tuo valore, cerca di far pace, o almeno tregua; e fra questo mentre meglio fortificandoti, e maggiormente aumentandosi le tue forze, potrai doppo senz'alcun timore ripigliar la battaglia. Tu vedi, o mio Giacomo, che in questo Castello gli uomini sono mancati, le munizioni sono spedite, il vitto  scarso, il soccorso non si vede, il popolo non s'impegna per tua difesa, la Fortezza con mille bocche, quante sono le brecce, che tiene aperte in seno, ti dice, che non passer tanto, che dar l'ingresso a' nemici. Dunque pensa: che speri? appigliati al mio spassionato consiglio; poicch io ti ho amato, e sempre insino agli ultimi respiri del mio vivere non cesser d'amarti; e l'amore, che io ti porto,  quello, che mi ha dettato tali parole, e tali modi, per conservar la tua vita. Non vedi, o amato Consorte, che a danni tuoi ogni Stella  divenuta un'adirata Cometa, che non sa vibrare, che influssi di morte? Fa di mestieri dunque: o fuggire da questo luogo, e sott'altro Cielo pi benigno cercare pi sicuro ricovero: o far pace, o almeno tregua con Sigismondo, per non esporre testesso, e tutta la tua infelice Famiglia ad altri maggiori danni, insino a perdere per mano del comun nemico miseramente la vita. Sappj, che in questo s deplorabile stato, nel quale ti trovi, ogn'atto tuo guerriero sar stimato temerario, bench in effetto sia generoso. Dunque Giacomo mio, non ti offendere, se t'induco a concerti di pace, se ti propongo progetti di tregua; poicch alla fine, poco onore sarebbe il tuo, se gittassi nelle mani de' tuoi nemici colei, che sinora hai difesa col sangue, e colla morte de' tuoi Amici, e de' tuoi Soldati." Non soggiunse pi la mesta Signora, e trattenne le lagrime come prudente, per non prevenire coll'essequie del pianto la di lui morte.
Giacomo sent il tutto con molto seria attenzione, e conobbe, che le ragioni, quali aveva arringate la Baronessa, sua moglie, erano efficacissime non solo a convincerlo, ma ancora a necessitarlo ad effettuare, quanto da quella gli veniva proposto. Vedeva, che l'incostanza della Fortuna stava mettendo in ordine una Tragedia, nella quale esso sarebbe il principal Personaggio: onde era forzato, se ci sfuggire bramava, ad accommodarsi a' voleri della moglie, e cedere alle congiunture del tempo. Fece adunque chiamare a se i suoi nipoti, Gian-Filippo, e Gian-Paolo Perollo, con tutti gli altri Parenti, ed amici Cavalieri, lasciando i Soldati sotto il comando del valoroso Pietro Perollo, acciocch proseguissero l'impegno d'impedire a tutto potere l'ingresso al nemico; e raccontandogli quanto dalla sua Baronessa li venne significato, e che si vedeva costretto ad effettuarne in parte i voleri, per iscorgerli ragionevoli, bramava sopra ci il loro parere. E questi, doppo tenuto un breve consiglio, decretarono alla fine di cedere alla potenza di Sigismondo, e pi non contendere colla perversit del destino, e ricercare dal Conte al meglio, che potevano, la pace.
 Capitolo XXVIII.
Giacomo chiede la Pace a Sigismondo.
Giacomo, posto ogni rossore da parte, ed accommodandosi alle congiunture del tempo, alle ore 22. dell'istesso giorno della Domenica, fece inalberare s i merli della Torre pi alta bianche bandiere, per significare, che chiedeva pace: lo che veduto dal Conte, fece intendere, che cosa da parte de' Perolli si ricercasse. Giacomo allora fece istanza, che venissero a se nel castello Michele Impugiades, e Bartolomeo Tagliavia, come quelli, che Giacomo stimava essere li pi cari nel cuore di Sigismondo. Non furono questi dalla cortesia del Conte denegati al Perollo; e nell'entrar la porta del Castello, li accolse egli con intrepido volto, e con severa maest, ed indi cos fece sentirsi: "Cavalieri, quel Giacomo, che prima fu tanto favorito dalla Fortuna, caduto ora in sua disgrazia, chiede la pace. Le glorie della mia grandezza, e gli splendori della mia generosit, che valsero anche dagli stessi Barbari a riscuotere tratti di umanit, cagionarono ne' miei emuli effetti di fierezza: onde indussero il Conte D. Sigismondo a perturbare quella pace, che la sua Casa Luna quasi per dodici lustri avea felicemente goduto con la mia Casa Perollo. Eglino col mantice dell'adulazione suscitarono nel di lui seno spiriti di vendetta, che lo indussero ad armare occultamente ai miei danni. Mi assalta dunque all'improviso, contrasta la mia quiete, e procura la mia rovina, anelando il crudele, ed inumano dissetarsi nel mio sangue, sfamarsi colle mie carni. Io non pavento, miei Signori, perdere la vita, quando gloriosa mi giunge la morte; mi riesce bens insopportabile il veder grondare rivi di sudore innocente dalla fronte de' miei congionti, che hanno intrapreso la mia difesa, ed il veder quasi morire ad ogni momento tra agonie di tremori quelle misere donne, che in questo Castello si procurarono il rifuggio. Motivo il pi rilevante, per farmi chiedere la pace, ed il pi bastante, per indurre Sigismondo a concederne la perduta quiete, con ritirare le armi, ed impegnare le sue forze ad azioni pi gloriose. Vi  noto, che, se avessi voluto, potevo farlo crollare nei precipizj della morte, armato solo d'inganni. Ma io, perch vivevo affatto alieno dalle vendette, miravo con dissinvoltura le procedure de' suoi giovanili furori. Forse io non avevo e spiriti, e forze da resistergli? e pure non lo feci: ed egli coltomi all'improviso mi ha ridotto nel deplorabile stato, nel quale voi mi vedete. Raffrenate dunque, gentilissimi Cavalieri, la fierezza di Sigismondo, liberate dalla sua soperchiaria questa mia Casa, e fate, che ritorni al mio cuore la perduta quiete. E se non vagliono ad ottenerlo dalla vostra generosit le mie preghiere, vi movano almeno le suppliche della Baronessa, mia moglie, che spera nella vostra mediazione la quiete ancora del suo cuore. Riserbate in somma questa dubbia vita, se non per sacrificare il rimanente de' miei giorni alla grandezza de' vostri favori, almeno per sostenere con pazienza le variazioni della rea Fortuna." Cos disse il Perollo, ed indi con ufficj cortesi licenzi quei Signori, ed essi partironsi con pensiero, ed animo deliberato di cooperarsi con tutta la loro efficacia, acciocch sortisse una ferma, e sicura pace fra quelli due s potenti nemici. E specialmente l'Impugiades, che, se non amava il Perollo, almeno non l'odiava: oltrech non aveva occhio cos tiranno da veder proseguire una stragge, il di cui fine sarebbe stato assai lagrimevole.
Giunti dunque innanzi al Conte, non lasciarono d'esporre le suppliche di Giacomo: anzi, perch sortissero un felicissimo esito, le ingrandirono con pi energia di quella, con cui espresse le aveva l'istesso Giacomo. Sigismondo in udirle mostr al principio d'aver cuore di macigno, e viscere di diamante, per non ammollirsi alle preghiere di s nobili Ambasciadori: nulladimeno alle di loro replicate istanze diede ordine, che si cessasse d'abbattere il Castello; e questo fu circa le ore 22. e mezza del medesimo giorno della Domenica. E cessati poi gli atti dell'ostilit, Sigismondo rivolto all'Impugiades, ed al Tagliavia, cos gli parl: "Miei fidelissimi Amici, dite a Giacomo, che io sono pronto a cessare dalla battaglia, e partirmi da questo luogo, purch egli mi venisse innanzi genuflesso a dimandarmi perdono, e poi baciarmi li piedi."
Udita questa arrogante risposta l'Impugiades, non volse andare a riferirla al Perollo, conoscendolo di natura altiero; il quale, se l'avesse udita, avrebbe contro di lui sfogati gl'impeti del suo sdegno. Volse per il Tagliavia riportare egli solo di Sigismondo la risposta; ed arrivato alla presenza del Perollo, affettando un sembiante tutto ferocia, cos fece sentirsi: "Giacomo, il Conte giustamente contro di voi adirato ricusava udire le mie preghiere, e dell'Impugiades; nulladimeno, merc alle nostre replicate, e vive istanze, non ricusa darvi la pace, e terminare la guerra, ogni qual volta per voi genuflesso a suoi piedi li dimanderete perdono, dicendoli, che, se vi vuol concedere la vita, la riconoscerete dalla sua piet: ed egli allora mosso dalla sua clemenza, non ostanti le gravi offese fattegli, vi dar il perdono, secondo vedr, che meritano le vostre umiliazioni." Sent Giacomo, ma non senza grandissimo sdegno, gli aspri rimproveri del Tagliavia, e dur molta fatica a trattenere coll'innata generosit il suo braccio, che con un fiero colpo di spada non l'uccidesse: nulladimeno, se trattenne la mano, non pot raffrenare la lingua, che cos non dicesse: "Riferisci, infame adulatore, all'audace nemico, che sar di maggior gloria a Giacomo suggellar con una gloriosa morte la di lui empiet, che lasciare eternata nella memoria de' posteri la vilt del suo nome. Stimo mia fortuna, che fra tanti eccessi di vendetta abbia saputo la Casa Perollo trattenere ad onta del destino sulle macchine delle vostre rovine indelebili i caratteri del suo onore, acci la sua fama vivesse colla durazione de' secoli, poco curandomi, che le mie lacere carni restino bocconi graditi della insaziabile fierezza di Sigismondo. Satollisi dunque a suo capriccio la rabbia, l'ira, e l'invidia del Conte, e faccia del mio svenato corpo una vittima delle sue sceleragini: purch il mio sepolcro non racchiuda col mio cadavere memoria d'indegnit, soffrir coraggiosamente il tutto. E tu infame traditore, che nell'idea di capricciosi dissegni architetti il nostro sconcerto colle macchine de' pi essecrandi eccessi, per incontrare il genio d'una furia d'inferno, sappj, che non sono tuo pari, onde voglia soggiacere a condizioni di tutta vilt. E se temerario osasti rapportarmi progetti cotanto vergognosi, sarai ben presto empio ludibrio d'una forca, e lugubre pompa d'una severa giustizia."
Appena queste parole furono proferite dalla bocca sdegnata di Giacomo Perollo, che licenziatolo, diede segno di serrarsi la porta, per vendicare gli oltraggi fatti alla sua persona; e senza, che la lingua articolasse le voci, fece con un cenno sentire alle guardie, che con molte gravi percosse facessero pagare il fio della sua grande temerit al Tagliavia. E subito l'infelicissimo Giovane videsi tutto lacerato, senza morire: e furono tante le percosse, che gli diedero, che gli usc un'osso dal destro braccio, ed il cranio segli vidde pocomen che disfatto. Il maggiore tormento per, che si rendesse pi sensibile alla nobilt del suo cuore, fu quello di vedersi in istato di ricevere quegli affronti, senza poter palesare al Mondo di che carato si fosse la generosit del suo innato valore, costretto a soffrire la macchia di quegli oltraggi, che egli, per non deturpare il candore della sua fama, avrebbe volentieri cancellata col proprio sangue, ma gloriosamente profuso negli attacchi d'una pi sanguinosa battaglia, rimirando cruccioso oziarsi impriggionata al suo fianco quella spada, che avrebbe potuto dissimpegnarlo a non restare eternamente oscurato il suo onore ne' pergameni della immortalit. Cos sfog Giacomo lo sdegno, che avevagli concitato nell'animo l'inurbana imbasciata del Tagliavia; ed ordin poi, che con impeto lo buttassero fuori del Castello.
Ben si avvidde allora Giacomo, che questa violenza, usata al Tagliavia, fosse la causa della sua totale, ed irreparabile rovina; onde con tutta intrepidezza, e generosit d'animo si prepar a tutti li peggiori mali, poteva immaginarsi, che li sopravvenissero dalla crudelt d'un Tiranno nemico, e stizzato. Se poi il Tagliavia meritasse questi affronti, sene lascia la discussione a' Statisti; poteva ben egli, se avesse voluto, piegare l'animo del Conte a progetti meno vituperosi, e pi lodevoli: o pure modificare con formule pi rispettose la sua imbasciata. Ma egli non lo fece; poicch col rapporto delle convenienze del Luna ebbe aggio di vomitare quel veleno, che nascosto teneva nel petto, per attossicare l'animo del Perollo, e cos vedere depressa, ed umiliata la di lui grandezza a' piedi di Sigismondo. Quanto restasse il Conte infierito agli affronti del Tagliavia, non pu la mia penna descriverlo. Aveva per certo, che le percosse, che furongli date, le avesse egli ricevute pi sensibili nella sua persona: onde a questo riflesso voleva d'un subito ripigliare pi fiero l'assalto contra il Castello, e pi vigorosa la battaglia contra il Perollo, per averlo nelle mani, e trucidarlo, e cos vendicarsi di quegli affronti: ma raffren per allora l'impeto de' suoi furori, essendo gi tramontato il Sole all'Occaso; che per fu necessitato al riposo.
Determin dunque il Conte di far pausa alle sue voglie vendicative, e di sorgere la mattina, prima che fosse spuntato dall'Oriente il Sole: ma non lasci fra questo mentre di ordinare, che s'accendessero intorno alla Fortezza moltissimi fuochi, acciocch col gran lume delle fiamme si potesse chiaramente vedere, se Giacomo sene fuggisse. Fomentavano indefessamente l'ira del Conte li congionti, e gli alleati del Tagliavia, ed aspettavano la comparsa del giorno, per fare le sue vendette contra il Perollo. Non dur quella tregua tra Giacomo, e Sigismondo pi, che due ore: e questa partor a Giacomo la sua totale rovina; poicch mentre egli faceva questi trattati di pace, alcuni de' Soldati del Castello si lasciarono intendere dalla gente del Conte, che, se Giacomo non si appigliava al partito, che gli veniva proposto da Sigismondo, lo avrebbono totalmente abbandonato. Che per ci inteso dalle Milizie del Conte, si resero pi animose, e presero certissimo augurio di dovere il seguente giorno conseguire una sicura vittoria, onde ogni momento di quella notte le pareva un secolo: tanto anelavano di venire a fine del loro desiderio. Brillava il Conte all'udire questo giulivo bisbiglio de' suoi Soldati; e per secondare le loro brame, chiuse per sempre l'orecchio a novelli trattati di pace; maggiormente che a far ci lo violentavano le offese fatte nella persona del suo stimatissimo Tagliavia.
 Capitolo XXIX.
Il Conte s'impadronisce del Castello.
Trascorse tutta quella notte inquieto Sigismondo, ed appena vidde comparire l'Aurora del Luned 23. di Luglio, che, montato a cavallo, e con esso i principali de' suoi congiurati, deliber di fare l'ultimo sforzo contro di Giacomo, giacch li di lui Soldati si erano dichiarati di non volere maipi combattere; che per si fece innanzi con un fiorito Squadrone della gente pi scelta. Una parte la diede a Pietro Infontanetta, per assaltare dalla parte dell'Occidente la porta maggiore del Castello. Un'altra parte maggiore la consign a Ferrante Lucchesi, e volle, che si portasse dalla parte del Settentrione ad assalire la porta di S. Pietro. E Michele lmpugiades col solito grosso de' suoi Cavalli, volse, che si portasse dalla parte dell'Oriente fuori della Citt al suo ordinario posto, facendolo pure forte con una Squadra di Pedoni, sotto la condotta di Calogero d'Onda, per assaltare la porta falsa del Castello, che dona fuori della medesima Citt.
Gi col suono strepitoso delle trombe, e de' tamburi, e coll'orribile strepito degli urli, e degli stridi si diedero le prime mosse all'assalto. Quelli di dentro, che stavano sopra le Torri, e sopra i merli delle muraglie, a veduta di s terribile assalto incominciarono, posto da parte ogni timore, a combattere per disperati, scaricando spaventevoli colpi di bombarde, petriere, ed archibuggi, e scagliando sassi, e saette contra gli assalitori. Sicch in quelle prime ore del giorno era da ambe le parti s formidabile il combattimento, che scorreva da ogni parte in gran copia il sangue: segno funesto della grande stragge, che doveva seguirne.
Antivedendo il Conte vicina l'ultima rovina di Giacomo, per accelerarla, correva dapertutto a guisa di valoroso, e veterano Generale, animando i suoi a cozzare ostinatamente colla fortuna: e per giungere con prestezza alla desiderata vittoria, diede ordine a Gian-Pietro Infontanetta, che colla compagnia de' Greci pi robusti incominciasse ad abbattere con pi veemenza, e con gli archibuggi, e con li cannoni il Castello, per gittare a terra la porta falsa, ed ivi entrare ad impadronirsene. All'impeto furibondo di questi si vidde diroccata la parte pi principale della muraglia, e cadde a terra la mole pi eminente degli edificj. Diede pure il Conte ordine a Ferrante Lucchesi, che colla pi valorosa gente facesse abbattere quelle mura, che erano a fronte del Palazzo di Cosimo Lucchesi, (che al presente  del Duca della Verdura, come altrove si disse,) acciocch da ogni parte s'intentasse la totale rovina all'infelice Perollo.
Fecero i soldati di Giacomo insino alle ore 16. del detto giorno una valida, e fervorosa resistenza: ma quando viddero, che i tiri continuati dei cannoni trapassavano le viscere di quel regio edificio, (onde fu necessitata a cedere quasi la met di quelle antiche fabbriche,) si atterrirono dell'intutto, e costernati nelle forze incominciarono a fare pochissima resistenza, abbandonando quei posti, che prima avevano coraggiosamente difeso: maggiormente che molti di essi si ritrovavano mortalmente feriti, ed altri per le vigilie sofferte, e per le fatiche sostenute assai indeboliti. E vedendo l'imbecillit di questi, incominciarono a prendere maggior lena le Milizie del Conte; onde si sforzavano a tutto potere, senza perdita d'un momento di tempo, d'impadronirsi del Castello.
Ferrante Lucchesi portandosi, dove era la porta di San Pietro, incominci ad ariettare quelle vicine mura, che davano l'ingresso alla Cavallerizza del Perollo; ed ivi si spalanc un'apertura, per la quale potevasi entrare con tutta facilit nel Castello; e non potendo quelli di dentro resistere al gran numero de' nemici, questi doppo qualche debole resistenza entrarono dentro. Il primo dunque, che entrasse nel castello, fu Ferrante Lucchesi, accompagnato da Calogero Lucchesi; ed allora si port senza timore alla parte pi sublime di esso, dove incominci colla voce ad atterrire i vinti, e colla spada a trucidare chi ardiva farseli incontro. All'esempio del Lucchesi la compagnia de' Greci con una inaudita crudelt svenava nell'istesso grembo delle madri dolenti i pargoletti lattanti; onde li lamenti delle donne, e gli ululati de fanciulli avrebbono intenerite le viscere dell'istessa barbarie. Basta dire, che in tanta stragge si stimavano pi fortunate quelle madri, che morivano unitamente co' suoi figli nel seno; poicch le altre, che non avevano questa fortuna, facevano un dirottissimo pianto; e tutte svenivano, allorach per le scale sentivano avvicinarsi l'orrendo fragore delle trombe vittoriose.
Gian-Paolo Perollo vedendo la Torre, sopra della quale si aveva sempre valorosamente difeso, che dall'intutto andavasi diroccando, e che provava scosse di precipitosi tremuoti alli continuati colpi de' cannoni, vedendosi da' suoi Soldati abbandonato, per essersi tutti ritirati nella Torre di Giacomo, ed accortosi, che Ferrante Lucchesi era con li suoi gi entrato nel Castello, e che pure Calogero d'Onda colla sua fanteria si aveva impadronito dell'altra porta, e per fine vedendo, che tutta la gente del Conte insieme unita correva con orrendi gridi verso la Sala di Mezzogiorno, dove Giacomo con molti de' suoi s'era ritirato, dandosi d'animo, solo colla spada in mano si apr la strada fra quella gente, e per andare a salvarsi la vita, dove era l'istesso Giacomo, e per difenderlo da' suoi nemici: a cui avendosi avvicinati molti, per prenderlo, si seppe cos gagliardamente difendere, che coll'uccidere cinque degli aggressori, e col camminare sempre all'indietro, giocando la spada, si serr dentro di quella Torre.
Gian-Filippo Perollo, Barone del Cillaro, e Girolamo Perollo, Barone del Ponte, che in tutto il tempo della battaglia avevano animosamente difeso i loro posti, si ritirarono ancor essi, non senza gran difficolt, insieme con Giacomo, e Gian-Paolo: il simile fece Marco Perollo, e altri nobili, che si ritrovavano con esso sopra il Bastione del Castello. Benedetto Perollo, Barone della Culla, la notte trascorsa insieme con Pietro Perollo s'era partito, per andare a sollecitare il soccorso, che gli preparavano li Signori di Castelvetrano, e Partanna; ove trovarono Federico Perollo, che di gi s'era allestito con 300. uomini ben'armati a cavallo, per venire (come a suo luogo si dir) in ajuto di Giacomo.
Entrata dunque l'arrabiata gente del Conte nel Castello, incominci a tagliare a pezzi coloro, che gli venivano all'incontro, e contuttoch vedessero da quei miserabili buttarsegli innanzi a' piedi le armi, pure nondimeno ne facevano deplorabile stragge, non cessando di gridare insino alle stelle: Ognuno si renda, ognuno si renda: renditi Giacomo: e cos gridando, si avvicinarono fin dove Giacomo si tratteneva, e poteva udire di quella gran turba le voci. Allora impaziente Giacomo fece aprire la porta della sua Sala, e fece scaricare, ove pi vedeva la gente del Conte affollata, una tempesta d'archibuggiate, e poi animosamente disse: Non si rendono ad una vile canaglia, quali voi siete, i pari miei: e mettendo in questa maniera alquanto in fuga il nemico, fece dibelnuovo serrare le porte. Ritiratosi poi, e fatto avvertito dell'imminente pericolo, nel quale si ritrovava, incominci seriamente a pensare, come meglio poteva, il modo di salvarsi la vita.
 Capitolo XXX.
Giacomo fugge dal Castello.
Andava Giacomo dapertutto scrutinando, da dove potesse fuggire; ed accortosi, che dalla parte di Mezzogiorno non v'era gente nemica, che invigilasse alla custodia del Castello, risolse, ligato con fortissime corde, di scendere da quella parte per una finestra dell'infimo appartamento del suo Palazzo, pregando gli altri Signori, che erano in sua compagnia, a fare lo stesso, per salvarsi ancor loro la vita. Solamente Gian-Paulo Perollo non volle partirsi da quel luogo, bench ne fosse strettamente pregato, risoluto di perdere piuttosto mille volte la vita, che lasciare la moglie di Giacomo, e le altre dame in mano de' nemici. Giacomo per, prima di partirsi, non ebbe cuore di separarsi dalla sua amata Baronessa, senza darle gli ultimi abbracciamenti; indi con simili parole procur consolarla: "Addolorata Consorte, i nostri nemici si appagano solo della mia rovina, e li loro odiosi dissegni terminano colla mia morte:  necessario dunque soffrire con pazienza il destino.  vero, che l'infelicit dello stato, in cui ci ritroviamo presentemente, ci porge larga materia di pianto; ma in s gravi, ed inevitabili accidenti fa di bisogno, che adoprassimo la prudenza. Il pianto d'una dama afflitta non pu intenerire li rigori della fierezza, che ci perseguita, n pu perscrivere il termine agl'infortunj, che ci sovrastano. Cessate dunque, o mia cara, dal pianto, poicch gli animi volgari cadono sotto l'incarco delle passioni; non per gli animi nobili come il vostro, che insino dalla cuna sort l'esser Grande. Io gi sono forzato dalla fatale necessit a fuggirmene da questo luogo, (come pur voi, Signora, prima mi consigliaste,) per mettere in sicuro la vita, perch Sigismondo, mio nemico, cerca a tutto potere d'avermi nelle sue mani, per uccidermi, e colla mia morte poi cantare il suo trionfo. Voi intanto restatevene sicura co' vostri figli, e con queste Signore dame, che vi fanno nobile corona; perch non avete pericolo della vita, essendo io solo l'infelice bersaglio, ove vanno a colpire tutti li pensieri di vendetta del Sigismondo, quasi avvelenate saette, tirate dall'arco del suo furore. Se per io mi parto, non vi lascio, Signora, n vi abbandono, poicch con voi, e con questi miei figli resta la met del mio cuore. Fuggo, per dar luogo al mio nemico; che forse, non ritrovandomi nel Castello, cesser dal proseguire pi la battaglia, e cos cesseranno ancora le sue ostilit. Se mi parto, sar per poco tempo la mia lontananza, sperando fra breve rivedervi; perch co' validissimi soccorsi, che st aspettando di momento in momento, come voi sapete, aver forze bastanti a far poi fuggire l'istesso mio nemico, ed a costernarlo con sommo suo vitupero, quando egli pure non inciampasse nelle mie mani. Ma se mai il destino mi chiamasse alla morte, vi prego ad esortar sempre questi miei figli, restati miseri pupilli; ed a dargli per inviolabil legge, che non abbiano mai ad offendere alcuno de' congiurati contra la nostra Casa; poicch giover pi a loro conciliarsi il perdono, che concitarsi contro nuovi odj, per vendicar la mia morte."
Voleva pi oltre proseguire, e non mai distaccarsi dalla sua amata Baronessa l'addolorato Cavaliere; ma, perch Gian-Paolo l'apprettava alla fuga, tronc quel lagrimoso discorso: e rivolgendosi altra volta alla moglie, le diede gli ultimi baci, e abbracciamenti, e sospirando part: ed entrato sollecito nell'altro appartamento, and per disciogliere da quegl'insidiosi intoppi la vita. Legato dunque da' pi familiari strettamente un laccio ad un ben forte merlo, scese Giacomo con Girolamo Perollo, Barone del Ponte, Gian-Filippo Perollo, Barone del Cillaro, Marco Perollo, e con alcuni altri Cavalieri, quali pigliando diversi cammini, s'avviarono per le strade men frequentate della Citt, per salvarsi. E Giacomo con Andrea Carusello, che mai volle abbandonarlo, per essergli stato sempre fedelissimo Cameriero, s'incontr con Luca Parisi, uno degli Artiglieri della Citt, e pregollo a degnarsi di volerlo in qualche sicura parte nascondere. Il Parisi, che da Giacomo era stato in molte sue occorrenze beneficato, si essib di farlo molto volentieri, con portarlo alla sua Casa, quale era situata vicino alla porta della Citt, nominata di Sant'Elmo, (che poi per l'ingiurie del tempo dirupatisi insieme con altra porzione delle mura dell'istessa Citt, nell'esser queste rifatte, fu la sudetta porta fabbricata in altro luogo, chiamata, come sino adesso, la porta di Mare;) ed avendolo prima alquanto ristorato, fece, che insieme col Carusello scendesse in una fossa, che era occultamente in quella Casa; ed indi si part, serrando pure al di fuori la porta della medesima Casa.
 Capitolo XXXI.
Il Conte entra vittorioso nel Castello.
Si trovavano in questo stato le cose, e vedendo il Conte, che era gi da ogni parte vittorioso, e che le sue Milizie s'erano impadronite del Castello, volle anch'egli entrarvi, non per le aperture della muraglia diroccata o da altra parte, conforme i suoi di gi vi si erano introdotti, ma per la porta principale del detto Castello; e per tal motivo diede ordine, che tanto quelli di dentro, quanto quelli di fuori, dassero in preda alle fiamme la porta sudetta, acciocch, restando incenerita, potesse egli poi pi gloriosamente entrare nel medesimo Castello.
Si abbruggiava fra questo mentre quella porta del Castello; e, caduta a terra, entrarono gi gli nemici, ed incominciarono a saccheggiare, ferire, ed uccidere tutti coloro, che gli venivano all'incontro, appicciando ancora il fuoco, per abbruggiare le Case, che erano dentro il recinto di quel Castello. Frattanto Calogero Calandrini fece dirizzare l'artiglieria, per colpire quella Torre, che  situata verso Tramontana, dove stavano ritirate le dame, e le altre donne con Gian-Paolo Perollo, ed incominciarono ad abbatterla: e Gian-Paolo vedendo, che la sudetta Torre stava gi per precipitarsi alli continuati colpi de' cannoni, e vedendo pure, che non aveva pi forze, per sostenersi, fece segno a' nemici di volersi rendere; e di ci avvisato il Conte, diede ordine, che si cessasse dal combattimento. Entrato poi trionfante Sigismondo col suono pi giulivo delle trombe, e de' tamburri, e coll'applauso pi festante d'un Viva, Viva, si ferm per qualche tempo nella piazza del Castello; ed indi s'avvi per quella Torre, ove era Gian-Paolo con le dame, e le altre donne, credendosi di ritrovare ancora Giacomo con tutti gli altri Perolli: e quelle all'udire, che veniva il Conte, spalancarono le porte; ed allora tanto per le straggi, e rovine accadute, quanto per il minaccevole sembiante del Conte atterrite, incominciarono dolorosamente a piangere.
Ma la Baronessa punto non si sgoment, perch aveva nelle vene sangue non men nobile di quello di Sigismondo, per essere della Casa Moncada, assai stretta co' legami di parentela con la Casa Luna: si raccapricci bens nella sola considerazione, che il Conte andava in traccia, per uccidere Giacomo, suo marito. A questo riflesso per fu costretta a versare dagli occhi amarissime lagrime: ed il Conte non mancando alle convenienze di Cavaliere, a veduta dello stato deplorabile di quella mestissima dama un al di lei il suo pianto, non potendo ancor egli per tenerezza contenersi dalle lagrime; e d'un subito gittando in terra la spada, che teneva impugnata, e cavatosi l'elmo dal capo, rivolto alla Baronessa, cos le disse: "Ecco, Signora Zia, e Commadre, gli avanzi, che con la sua alterezza si ha trafficati la Casa Perollo contra la Casa Luna. Quei torrioni di vento, che fabbric Giacomo nel suo capo, per sorvolare alle stelle, privi di sostegno, terminarono colle rovine di se medesimo, che ne fu l'Architetto. Che demerito ebbero giammai appresso la sua persona le mie modeste azioni, che io alcanzassi dalla sua bocca il trattamento di pazzo? Doveva egli avere tutto il rispetto alla mia nobilissima persona, come discendente da quella Prosapia, che ha sempre illustrato con le glorie d'una Real Grandezza il mio Casato. Se io avessi tollerato li suoi temerarj affronti, si sarebbe doppiamente oscurato lo splendore della mia Casa. Ho avuta ragione dunque, se l'ho ridotto in istato cos deplorabile. Egli,  stato, o Signora, il compulsore delle mie giustissime vendette. Mi dispiace, s mi dispiace, ed ho quanto! insino all'anima; e mi si strugge per compassione il cuore in vedere, che alla pena, da esso solo meritata, abbiano soggiaciuto tanti innocenti." Qu l'addolorata Baronessa, con molte lagrime, singhiozzi, e sospiri interrompendo il discorso del Conte, cos ripigli: "Ahim, Signor Conte, mio Compadre, e Pronipote carissimo, le querele, con che incolpate il Barone, mio sposo, unite alle disgrazie, che lo perseguitano, sono al mio cuore trafitture molto sensibili, e trovano in me, come donna, pi debolezza nel riceverle, che vigore nel tollerarle; mentre pur troppo scorgo ingiustamente offesa da nemiche violenze la mia Casa. Ditemi, Signore, in che mai vi offese Giacomo, mio marito, che abbia meritato il vostro odio? Mettete di grazia a sindicato le sue operazioni; ed in esse altro non iscorgerete di colpevole, che la sola malignit de' suoi emuli, e de' suoi traditori, che colla doppiezza de' loro rapporti posero al paragone la Grandezza del mio sposo colla vostra, e bramarono empiamente per le vostre stesse mani veder quella dell'intutto atterrata. Che mai derogavano alle glorie della vostra Grandezza quegli atti di splendidissima Generosit, co' quali Giacomo, vostro Zio, andavasi acquistando meriti di gran lode, e di stima anche appresso de' Barbari? Egli non gi fece quella gran pompa di donativi, e di offerte a Sericono Bass, ed a tutta quella sua gente, a riflesso, e motivo d'offender voi. Che se egli vi avesse offeso, si sarebbe posto in su le difese contra un nemico potente, e si avrebbe al certo ritrovato assai ben proveduto, per disfare tutte le vostre macchine di vendetta, e coll'ajuto de' suoi parenti, ed amici, che tutti sono Signori di gran potenza, e col soccorso dei miei congionti, de' quali avrebbe potuto pure prevalersi nelle occorrenze: n adesso, se ci avesse fatto, si trovarebbe in questo miserabile stato. Siate voi dunque sicuro, che Giacomo non ha mai preteso d'offendervi: e perci fate ancor voi risplendere la nobilt del vostro animo, usando quella clemenza, che nasce connaturale co' Grandi; e non vogliate insanguinare la spada nel sangue del mio amato Barone, che io da sua parte vi prometto farvi conoscere la sua innocenza. Ah! che mi scoppia il cuore, perch non s, dove avranno a terminare le vostre violenze. Forse s'inoltreranno contra questi diletti miei figli? N, n: vi prego Signor Conte, che, se ci voi avete in pensiero, vogliate piuttosto dirizzarle tutte contro di me, infelice lor madre." Abbatterono questi dolorosi accenti l'animo del Conte, e rotto dalle lagrime della Baronessa, il bollore del suo sdegno, anch'egli per tenerezza d'affetto vers da' suoi occhi lagrime di compassione; ed usando tratti di gentilissimo Cavaliere, diede il braccio all'addolorata Signora, acciocch insieme co' mesti figli, colle dame, e altre donne di casa, che furono al numero di 60. si conducesse al Monastero delle Giummare, lasciando intanto la cura del Castello a Ferrante Lucchesi, perch stasse attento, che Giacomo non trovasse campo da ivi fuggirsene.
Il valoroso Gian-Paolo Perollo, che nell'ingresso de' vincitori s'era trattenuto nascosto insieme col figlio secondogenito di Giacomo, vedendo gi posta in sicuro dell'istesso nemico la Baronessa co' suoi figli, come pure tutte le altre dame, per difesa del cui onore s'era egli insino a quell'ora trattenuto nel Castello, pens colla fuga di mettere in salvo la sua vita con quella dell'istesso figlio di Giacomo. S'inoltr egli dunque nella piazza del Castello, ed in essa vedendo Ferrante Lucchesi, e sapendo, che quegli era avido di denaro, cerc con questo modo di esseguire il suo intento; e maggiormente gli parve, che ci poteva sortire per la mancanza del Conte, uscito gi a mettere in salvo la Baronessa nel Monastero. Il Lucchesi pure s'era affezionato a Gian-Paolo, per aver veduto con gran meraviglia le prove del suo estremo valore; onde gli diede luogo d'andarsene via; ed egli per atto di gratitudine gli diede in regalo una riccamata borsa, piena di doppie. Indi uscito dal Castello insieme col figlio di Giacomo, si posero ambidue sopra velocissimi cavalli, e si avviarono ad incontrare l'aspettato soccorso, che gli dovea venire da' Signori di Castelvetrano, e Partanna: siccome lo ritrovarono, che veniva, ed era giunto al Bosco, nominato di Castelvetrano, come meglio dirassi a suo luogo.
Ritornato poi il Conte ben presto al Castello, ordin, che alcuni si lasciassero andare liberi, fra quali vi fu il nobilissimo Cavaliere, Vincenzo Cubrici, che ottenne la libert a preghiere di sua moglie, quale seco ivi si ritrovava. Non per cos fece con l'altro Cavaliere, Matteo Benfari; al quale, contuttocch si fosse buttato umile a suoi piedi, fece nondimeno prima tagliare il naso, e poi lo fece andare ancor libero. Sbrigatosi Sigismondo da quelli intoppi, che lo trattenevano nella piazza del Castello, s'inoltr verso le abitazioni di Giacomo, ed ivi giunto, lo cerca, ma non lo ritrova; svolta sossopra i nascondigli delle camere, le cave sotterranee, e tutti i luoghi pi reconditi del Castello, e pure non lo rinviene. Freme perci di rabbia, ed aggitato dal suo grand'odio, non s a che partito appigliarsi, qual risoluzione intraprendere, perch lo potesse aver nelle mani. Non avendolo dunque ritrovato, fece cognettura, che si fosse salvato fuori del Castello: ed a ci riflettendo, divenne una furia: correva da ogni parte, rinfacciando ciascheduno de' Soldati, tacciando altri di fellonia, altri d'infedelt, ed altri di poco vigilanza, perch si avessero fatto uscire dalle mani un uomo solo, fuggiasco, ed imbelle. Indi postosi in parte, ove la sua voce poteva da tutti esser sentita, cos incominci a gridare: "Niente, niente, o Soldati, abbiamo acquistato, mentre dalle vostre mani sen' fuggito il nemico, che per aver in mio potere, ho commesso s memorabile eccidio. Sar, or ch'egli  libero, qual fraudolento Anteo, che nel tempo stesso, in cui si vedea ridotto a terra dalla nostra potenza, prender respiro, per risorgere altra volta a miei danni. Si cerchi dunque con pi essatta diligenza: e s'egli non si ritrova, dunque sar fuggito. S, s, fuggito  Giacomo; e se egli  fuggito, si siegua, si rinvenga, o vivo, o morto." Cos gridava, da pertutto scorrendo inferocito il Conte; e si querelava co' suoi Soldati, che, per aversi impiegati con tutta attenzione nel dare il sacco al Castello, si avevano trascuratamente fatto uscire dalle mani quel suo gran nemico.
 Capitolo XXXII.
Giacomo viene ritrovato, ed ucciso.
Ove Giacomo credevasi ritrovar sicuro ricovero a salvare la vita, ivi per l'inevitabile necessit del destino incontra infelicemente la morte. Or mentre egli se ne v con il suo fidato servo, Andrea Carusello, per nascondersi, ladove lo conduceva il Parisi, sene accorse Antonello Palermo, che con faccia serena, e con bocca ridente, accostatosi a Giacomo, gli disse: Sia lodato Iddio, che vi siete, Signor Barone, salvato: e Giacomo regalandolo con un pugno di scudi d'oro, gli rispose: Se saprai tacere, proverai con che prodiga mano sapr Giacomo rimunerare, chi lo ha saputo beneficare. Il Carusello per, che era insieme col Perollo, sent venirsi come un ribrezzo per tutto il corpo, e subito incominci a palpitargli il cuore, che con quei palpiti incessanti parevagli, che gli dicesse; Antonello Palermo ha da tradire il tuo Signore. Onde comunic a Giacomo il suo sospetto, persuadendolo ad uccidere il detto Antonello, perch con la di lui morte suggellerebbe assai meglio un secreto cos rilevante: ma Giacomo, non potendo mai credere tanta ingratitudine in Antonello, che avesse voluto tradirlo, prendendo a vilt lo incrudelire contra chi si prometteva d'esser tutto fedelt, si arrest da ucciderlo.
Appena il Parisi serr della sua Casa le porte, che Antonello, nulla pensando a quanto aveva a Giacomo promesso, corse velocemente a ritrovar Sigismondo; a cui disse all'arrivo: "Signor Conte, non vi turbate contro de' vostri Soldati, perch gi tengo la mala volpe alla tana: e se nol credete, venite meco, che io ve la dar nelle mani." Sigismondo lieto ad un tale avviso, diede d'un subito ordine ad Erasimo Loria, che si provedesse di tutta quella gente, che stimava di bisogno, acciocch conducesse Giacomo avanti la sua presenza. Erasimo dunque con cento persone ben'armate si pose a seguire Antonello; e giunto alla Casa del Parisi, la fece circondare da tutti quei Soldati; e gittate a terra le porte di essa, entrarono dentro, usando ogni possibile diligenza in ricercare il Perollo. Questi per, al sentir quel rumore, gi si pens tutto ci, che sortir gli doveva, e che gi quei Soldati eran venuti per prenderlo. Onde rivolto al suo Carusello, gli disse: "Mio caro, non ti far sentire. Questi miei nemici bramano solamente in sua mano la mia persona; ed avutala, non cercheranno altra cosa." E quantunque il Carusello avesse replicato, che voleva seco morire, nondimeno il Perollo astrinselo a volersi restare. Ed uscito alla fine Giacomo con intrepido cuore, e con volto sereno dalla fossa, ove si nascondeva, e veduto il Loria, Capo di quella ciurmaglia, ed a lui ben noto, dissegli, che per cortesia si degnasse di condurlo vivo alla presenza del Conte, regalandolo d'una ricca collana d'oro.
Con grandissima umanit promise di secondare il genio del Perollo il Loria; che per presolo per la mano, circondato da' suoi Soldati, lo conduceva a Sigismondo. In questo mentre Giovanni Lipari Trapanese, uomo di barbari costumi, fattosi largo fra quei Soldati, che circondavano il Perollo, ad esso avvicinato, gli disse: Oggi, o Giacomo, avrai da pagare, quanto di male hai fatto nel Mondo. Giacomo nel vedersi ferito nella parte pi sensitiva di sestesso, che era la riputazione, si rivolse a rimirare quel barbaro con occhi, che scintillavano; ed aggitato dal gran furore, tuttoch si ritrovasse in potere de' suoi nemici, e stimolato ancora dal suo spiritoso coraggio, cos gli rispose: "Taci, perfido villano, taci: non t'ingerire ne' fatti degli Uomini Grandi: e sappi, vile mercennario, cagione d'ogni male, che a Sigismondo, per avermi nelle sue mani, non gli bast la sua potenza, ma volse l'ajuto di un misto di pi congiurati, composto di ladri, ed uomini di mala vita, come sei tu: ed io colle mie solite guardie, contuttoch fossi assaltato in tempo, che stavo smembrato di Soldati, feci nulladimeno per quattro giorni un sanguinoso macello della maggior parte de' suoi; n mai poteva prendermi, se quasi tutta la gente della Citt non avesse congiurato a miei danni, e non si fosse rivolta a suo favore, impossessandosi egli di quella artiglieria, che era sopra i Bastioni dell'istessa Citt. Taci dunque, taci, o infame, che tu pure per le rubbarie ti sei inoltrato contro di me."
Dispiacque molto questo tratto di Lipari al Loria; che per ributtandolo, cacciollo subito via. Ma egli il malvaggio vedendosi cos vergognosamente ributtato, corse d'un subito, tutto pieno di rabbia, a ritrovare Calogero Calandrini, nemico giurato di Giacomo, rappresentandogli, quanto gli era avvenuto; e soggiungendogli inoltre, che, se una volta Giacomo fosse arrivato vivo alla presenza del Conte, s'avrebbono senz'alcun dubbio l'uno, e l'altro perdonati; ed allora mal sarebbe stato per loro: e che per a questo fine il Loria si era forzato di fargli ogni buonissimo ufficio d'urbanit.
Il Calandrini, udite le ferverose persuasive del Lipari, senzach altro incentivo lo stuzzicasse, corse d'un subito, ladove era Giacomo: si unirono pure con esso Onofrio Imbeagna, e molti altri de' principali amici del Conte; e giuntolo in quell'ora appunto, che egli entrava nella Casa di Gian-Pietro Infontanetta, ove s'era gi ritirato Sigismondo, primo d'ognuno il sudetto Calandrini, e poi tutti gli altri dierongli per dietro molte stoccate; n mai lo lasciarono di ferire, se non finirono d'ucciderlo, cascando Giacomo morto sopra l'orlo del pozzo, chiamato di San Martino, che era situato in un pianetto dinanzi la medesima Casa; quale ora si vede pieno di sassi, e di terra nella Carretteria del palazzo di D. Giovanni Maurici, ove presentemente abita D. Giuseppe Grado, Barone del Giardinello. Usarono poi contra il corpo morto tutti quegli atti di crudelt, che forse l'istessa barbarie de' pi crudeli Tiranni avrebbesi arrossita di fare; poicch molti (oh inumanit essecranda!) sene bevevano il sangue, ed altri gli strappavano co' denti le carni. Cos dunque Giacomo Perollo, Barone di Pandolfina, e Regio Portulano della Citt di Sciacca, chiarissimo per lo splendore de' suoi Antenati, e per le sue gloriose azioni, termin la sua vita il Luned 23. del mese di Luglio ad ore 22. nell'anno 1529. Quindi apprendano i Principi a non mai insuperbirsi nelle loro Grandezze; avvertiscano gli uomini a non isperare perpetuit dalla volubile ruota della Fortuna; e impari il Mondo tutto, quanto incostante sia l'umana Felicit. Onde qui parmi molto ben adattata quella sentenza del Poeta Latino: Et qud sp mortales tolluntur in altum, qu lapsu graviore ruant.
Ma non posso io qu restarmi di non riflettere sopra la gran dapocagine del Loria. Fu egli veramente uomo da poco, lasciandosi nelle sue stesse braccia uccidere Giacomo, senza farne risentimento veruno, quando segli avea compromesso di portarlo vivo alla presenza di Sigismondo. Se pur egli lo avesse voluto, gi ben poteva impedire la di lui morte; poicch seco teneva cento Soldati, che erano pronti a suoi comandi, ed erano bastanti a ribattere i colpi di quei pochi uomini scelerati; anzich egli in una tale occasione col suo stesso petto doveva formare come uno scudo, per rintuzzare le loro violenze. E pure chi'l crederebbe? quando il Loria doveva almeno aver qualche compassione alla deplorabile sventura del Perollo, unitosi con quelle barbare genti, non lasci di celebrar con loro i trionfi per la tanto sospirata vittoria.
 Capitolo XXXIII.
Sigismondo fa festa per la morte di Giacomo, fa strascinarlo per la Citt, e d il sacco al Castello.
Agl'insoliti gridi di quei festanti carnefici usc Sigismondo, e vedendo prosteso al suolo il cadavere del suo maggior nemico, mostr raccapricciarsene, ed averne compassione. Ma alla fine, fissando gli occhi in quelle ferite, che ancora sgorgavano tiepidi rivi di sangue, diede chiaramente a vedere, che mai agli occhi suoi era giunto spettacolo pi gradito. Indi composto il volto con una contegnosa severit, incominci a gridare: Muojano i nostri Nemici, e viva l'Imperatore. E cos tutti gli altri replicarono: Viva D. Sigismondo, e muojano i nostri Nemici: Viva il Luna, e muoja il Perollo. Con simili, ed altri modi di spropositate parole empivano l'aria di terribilissimi gridi, e strepiti.
Era assai lieto Sigismondo per l'infelicissima morte di Giacomo, contro di cui vivo non avendo potuto sfogare tutto il suo grand'odio, totalmente poi lo sfog contra il di lui corpo morto. Quindi ordin, che gli fosse portato un'indomito, e spiritoso cavallo; e fatto alla sua coda legare quel lacero corpo, cavalcando un Soldato, lo fece per le principali strade della Citt strascinare, seguendo il medesimo Sigismondo a cavallo, tutto vestito d'armi bianche, fuorch la testa, con la spada nuda nella sua destra; e cos, per adulare il di lui genio, lo seguitarono pure tutti li Nobili, al medesimo modo guerniti, ed appresso di essi seguiva il rimanente della sua gente, facendo per le strade fortissimi gridi: e quello, che pi spaventava, e metteva timore a chi l'udiva, si era il funesto, ed orribile suono delle trombe, lo strepito de' tamburi, e lo continuo sparo degli archibuggi.
E pure che non pu la forza d'un cordiale affetto? fra tante spaventose procedure della gente del Conte la maggior parte de' cittadini, che erano stati da Giacomo ne' suoi bisogni sovvenuti, a veduta di s crudele spettacolo, nel Mondo forse non mai veduto, dirottamente piangevano, e specialmente le donne: parte delle quali affacciate alle finestre, parte uscite nel mezzo delle strade, strappavansi i capelli, e graffiavansi i volti, con lamentevoli gridi, e dirotti singhiozzi fortemente chiamando Giacomo lor Padre, e Benefattore della Patria, ucciso per invidia, e malignit de' suoi emuli. A questi motti di quelle addolorate donne risentendosi quei malvaggi, le maltrattavano: e bench da essi fossero pi volte ributtate; non per si arrestavano di rimproverarli: e parimente rimproveravano l'istesso Conte, e gli altri Nobili con parole assai pungenti; poicch la compassione aveva dal lor cuore sbandito affatto ogni timore. Alla fine essendo gi tramontato il Sole, e facendosi notte, lasciarono quel miserabile corpo di Giacomo, tutto scontrafatto, e lacero, e tutto imbrattato di sangue, e di polvere, avanti la porta della casa di Federico Perollo, allora Capitano della Citt: il quale (come si disse) erasi portato col Graffeo in Partanna, per ricevere da quel Signore soccorso di gente armata.
Il Castello tutto fu messo a sacco; quale, secondo il computo, che allora si pot fare, ecced la somma di pi di duecentomila fiorini, essendo la Casa di Giacomo addobbata alla Grande, e tenuta con molto fasto, e splendore. Saccheggiarono pure le Case degli altri Signori Perolli, piene pure di molte ricchezze, specialmente quella di Gian-Paolo Perollo, Barone della Salina; per il sacco delle quali molti diventarono ricchi, e singolarmente Calogero Calandrini, che coll'intelligenza d'una Etiopa serva di Giacomo trov molti migliaja di scudi, con altre preziose gioje, ed una somma considerabile d'oro, e d'argento in una cisterna nascosti. Ma non soddisfatta quella pessima gente d'avere dato il sacco al Castello, ed alle Case degli altri Signori Perolli, and pure per le strade scalando tutte quelle Case, che sapeva essere degli aderenti di Giacomo: e dove vedevano scolpite le Armi della Famiglia Perollo, subito le facevano dirupare, e fare in minutissimi pezzi. E fra gli altri Simone Maurici and tutta la notte colle scale facendo questo indegno ufficio; perch quell'antichissima, ed illustrissima Insegna in molte parti pubbliche della Citt si vedeva scolpita, e dipinta, come anche a giorni nostri si vede.
Era uno spettacolo assai lagrimevole il vedere, che Sciacca, quale allora risplendeva assai luminosa fralle maggiori, e pi illustri Citt della Sicilia, non aveva gi forma di Citt, ma sembrava una lugubre Scena, ove si rappresentavano le crudelt de' pi barbari carnefici, le violenze de' pi licenziosi lascivi, le rapine de' ladri pi facinorosi, e le scelleragini degli uomini pi perversi: e baster solo dire, che si commettevano tutte le sorte d'empiet senza timore di Dio, e senza rimorso di coscienza. Sicch si vedevano in essa le Case abbandonate, le donne meste, e piangenti per le strade, la robba rapita, l'onore violato, li pi congionti trucidati: da ogni parte pianti, gridi, confusioni, teste recise, busti troncati, e membra lacerate: le Chiese profanate colle lascivie de' Soldati, le leggi rilassate, e la giustizia dell'intutto sbandita.
N satolli di questi s essecrabili misfatti, commessi dentro della Citt, vollero distendere le loro malvagit fin fuori di essa: poicch Gian-Pietro Imbeagna col seguito di molti altri and a sbarbicare insino dalle radici un Albero di Pero; i di cui frutti il Giardiniere conservava per il solo Giacomo Perollo, non facendoli giammai ad altri assaggiare, onde lo chiamava l'Albero Perollo: e dato fuoco alle radici, per non aver mai pi a germogliare, portarono l'Albero nella Citt, gridando con forti voci: "Ni l'annittaru a Piroddu:" onde insino ad oggi in Sciacca  restato questo proverbio Siciliano: "Ni l'annittaru a Piroddu:" e ci dicono, quando succeda, che alcuno fosse ucciso: e fatta la pubblica comparsa di quell'Albero per le strade di Sciacca con voci, che assordavano il Cielo, ultimamente lo consegnarono alle fiamme. Nause lo stomaco d'una Citt intera un'azione tanto tiranna, che n mai fra gli stessi Barbari fu pratticata.
 Capitolo XXXIV.
Li religiosi ottengono dal Conte Luna la licenza di sepellire li cadaveri del Capitano Statella, e degli altri suoi Ministri, e del Barone Perollo.
Sorgeva il nuovo giorno del Marted 24. dell'istesso mese di Luglio, quando li Rev. Religiosi della Madonna del Carmine, e dell'Osservanza di San Francesco si unirono insieme, ed incominciarono a pensare il modo, come potessero impetrare dal Conte Luna la licenza di sepellire li miserabili cadaveri del Barone Perollo, e del Capitano Statella, e degli altri, che con esso furono uccisi. Pensarono esser meglio, e pi conveniente, che prima si dimandasse la grazia per lo Statella, e suoi Ministri di Giustizia, credendo di facilmente alcanzarla, per non essere stati quegli lo scopo principale dell'odio del Conte; ed ottenendo ci, impiegassero poi l'istesso pietoso officio a favore del Barone Giacomo Perollo. Stabilito un tal concerto, si portarono unitamente dal Conte, e colle pi vive espressioni del loro animo lo pregarono a volersi compiacere di concedergli la grazia di poter fare quest'atto pietoso a' cadaveri del Capitano Statella, e de' suoi Ministri, avendo la maggior parte, per la tardanza di quattro giorni, ch'erano restati esposti, ed insepolti, ricevuta sepoltura nel ventre de' Cani affamati.
Udilli il Conte, e mostrandosi assai ritroso, gli fece per qualche tempo un'ostinata resistenza: ma ultimamente alle replicate preghiere di quei buoni Religiosi mostr piegarsi; poicch non gli parve, che, essendo Cavaliere, e Cristiano, dovesse denegargli una grazia cotanto giustificata. Gliela concesse dunque, ma in tal maniera modificata: che il Capitano Statella si sepellisse in una sepoltura, dove alcuni anni addietro vi era stato sepolto Girolamo Riggio, Cavaliere nobilissimo, e virtuosissimo, ma specialmente nelle Arti Cavalleresche di cavalcare, giostrare, e guerreggiare; il quale fu Capitano della Citt, ed era stato ucciso per ordine di Giacomo Perollo, perch fosse stato (come si vociferava) molto nemico de' Perolli, e favorito di Giovanni Luna, Padre di Sigismondo. Avuta in somma quei pietosi Religiosi questa licenza, posero il tutto in essecuzione con le dovute Funzioni Ecclesiastiche, accompagnate con Sacrificj, e molte altre opere pie.
Diede un gran coraggio questo buon principio a quei Padri di fare un nuovo ricorso al Conte, per ottenere da lui, che potessero essercitare quel pietoso ufficio ancora col miserabile cadavere dello sventurato Giacomo Perollo: ma non poterono ci esseguire nel medesimo giorno; dimodoch stette tutto quel giorno buttato a terra nell'istessa maniera, che i nemici lo aveano lasciato, senzach nissuno avesse avuto ardire di levarlo, e dargli sepoltura. Onde guardandolo molti uomini savj ridotto in quella miserabile forma, parlavano fra di loro, e meravigliati della variet della Fortuna, dicevano: "O quanto  instabile la ruota della Fortuna! Quel Giacomo, che pochi giorni innanzi si vedeva comandare, come assoluto Sovrano, non solo nella Citt di Sciacca, ma ancora a tutte le Citt, e Terre convicine, e che usciva dalla Casa accompagnato con real corteggio, e magnificenza: quel Giacomo, il di cui solo Nome era tanto formidabile a' nemici, che li atterriva, e cos amabile agli amici, che gli stessi Barbari, nemici del Nome Cristiano, tanto pure si preggiavano della di lui amicizia: quel Giacomo, che per la sua Nobilt, e Grandezza era con istrettissimi vincoli di parentela, ed amicizia legato alli pi illustri, e principali Signori del Regno: quel Giacomo in fine, che stanc l'istessa Fama, per rendere dapertutto chiaro, e glorioso il suo Nome, ora (oh miserabil caso!) buttato morto in terra, tutto imbrattato di sangue, e di polvere, tutto lacero, e talmente difformato, che non ha pi effigie d'uomo, vien privato dell'onore di quell'essequie, non che si converrebbero ad un Grande, qual egli si era, ma che sono almeno solite a farsi al pi vile dell'umile plebe, temendo ciascuno di usargli questo ufficio di piet Cristiana, e di sepellire il suo cadavere, almeno come di Cristiano, in qualche Chiesa. Oh miseria della nostra Mortalit! oh incostanza della rea Fortuna! oh infelicit della mondana Grandezza!" E qu finivano le parole, e terminavano i discorsi.
La sera poi dell'istesso Marted congregati altra volta quei Padri, si portarono di nuovo a supplicare Sigismondo, che si degnasse di concedergli ancora la grazia di poter dare luogo di sepoltura al corpo del defonto Giacomo. Il Conte, ci udito, con volto grave, e sdegnoso li guard, e gli disse, che egli gi aveva determinato, che la sepoltura di Giacomo fosse il ventre de' Cani, e delle Fiere; poicch tanto meritava per li suoi orrendi misfatti: e che, se egli permettesse il contrario, non farebbe giustizia a' suoi demeriti. Intesa la ferma risoluzione di Sigismondo quei pietosi Padri, incominciarono meglio a perorare con le lagrime, sapendo, che in questi casi il pi delle volte hanno pi forza di persuadere le lagrime, che le parole. E buttandosi poi a piedi del Conte, gli dissero: "Signore, considerate, che siete Cristiano; e come tale siete tenuto alle opere della piet Cristiana. Considerate di pi, che sono state abbastanza punite, e col suo sangue, e colla sua morte, e con tanti opprobriosi trattamenti al suo cadavere, tutte le offese, che vi aveva fatte Giacomo: onde deve perci restar pienamente sodisfatta la vostra Giustizia. Considerate inoltre, che voi, perdonando a quegli, contro di cui avereste potuto senz'alcuno ostacolo usare gli ultimi rigori della vostra vendetta, e facendo un'atto cos generoso di concederlo alla sepoltura, palesarete a tutto il Mondo pi gloriosa, e pi ammirabile la vostra Grandezza."
Allora il Conte, sebben non ancora persuaso dalle parole di quei Padri, volse, che si alzassero in piedi: ed essi risposero che giammai lo farebbono, se prima non gli fosse conceduta la grazia, che dimandavano. Alla fine il cuore del Conte (che non era gi di macigno) intenerito alle lagrime di quei divoti Padri, contentossi, che il corpo di Giacomo si portasse a sepellire in luogo sacro, bens con queste due condizioni: che la sepoltura di Giacomo non fosse quella delli Signori della Casa Perollo, cio nella Real Cappella della Annunciazione, che i Perolli tengono nella Chiesa del Carmine; perch Giacomo sen'era reso indegno, avendo con tante sue malvagit oscurata la gloria, e macchiato l'onore di quella nobilissima Casa: e che non gli avessero a fare pompa alcuna funerale, cio, che non segli sonassero le Campane a martorio, e non lo accompagnassero colle Croci.
Tutto gli promisero quei Reverendi Padri; e doppo umilissimi ringraziamenti subito si partirono. Correvano le ore quattro della notte, quando ottennero la bramata grazia dal Conte; ed in quel punto istesso andarono a levare il cadavere da quel luogo, e lo portarono per allora dentro la Casa di Federico Perollo, avanti la di cui porta giaceva. E bench non fosse stato dalli Cani guastato, per la guardia occulta, che segli teneva; nulladimeno spirava qualche malo odore. Tutto ci avendo loro operato, lo fecero sentire all'addolorata Baronessa, moglie di Giacomo; la quale volle essere la mattina di presenza, per fare all'amato Consorte ogni pietoso ufficio.
Comparve dunque il giorno del Mercord 25. del medesimo Luglio, quando la Baronessa, vestita a lutto, usc fuori dal Monastero, accompagnata da pi di cento altre donne, tutte pure vestite a corruccio; ed indi in compagnia degli stessi Religiosi and a pigliare il defonto Marito. Alla cui veduta quali lagrime versasse dagli occhi, quali sospiri esalasse dal petto, io non posso descriverlo colla mia penna: posso bens dire, che quelle lagrime, e quei sospiri terminarono in un gravissimo svenimento, che la rese priva d'ogni senso, e d'ogni moto: e frattanto gli assistenti collocarono il cadavere in una cassa di velluto nero riccamata d'oro; ed indi riavuta, si portarono al Convento de' sudetti Padri Osservanti di S. Francesco. Or mentre lo portavano a detta Chiesa, concorse pure ad associarlo un numeroso stuolo di donne, tanto nobili, quanto ignobili, raccolte da tutta la Citt: molte delle quali erano colle chiome scarmigliate, altre ricoperte da capo a piedi di lugubri panni, e tutte gridavano, e piangevano dirottamente. N gli uomini questa volta si lasciarono superar dalle donne nella piet, e compassione; poicch correvano da ogni parte, e con esse si accompagnavano. Ed erano tanti li loro gridi, le percosse de' petti, e li battimenti delle mani, che facevano, che la Citt pareva un funestissimo Teatro, ove faceva di principal Personaggio il Dolore. Arrivati tutti alla Chiesa di S. Francesco, quei Reverendi Padri gli celebrarono divotamente l'essequie con soliti Ufficj, e Messe de' Defonti: e doppo levato il cadavere dalla cassa, per imbalsamarlo, la Baronessa, e le altre Dame, e tutta la Famiglia, pi col proprio pianto, che con le acque odorifere, lo lavarono: e fattolo poi ungere, ed acconciare con preziosi balsami, ed aromati, fu posto nella maggiore Cappella in deposito, per trasportarlo a suo tempo nella Chiesa del Carmine, ove  l'antichissima, e real Cappella de' Signori Perolli.
Terminati tutti quegli Ufficj di Cristiana piet, e tutte quelle sacre Funzioni, la vedova Baronessa tutta mesta, e dolente si part, sempre voltandosi indietro, per esser tirata dall'amore del suo caro Marito; e portatasi nel medesimo Monastero delle Giummare, dove si licenzi da quelle Signore Dame, che con dolorosi pianti l'avevano accompagnata, si serr dentro, non volendo andare alla propria Casa, e perch era assai guasta, e senza gli addobbi necessarj, e perch ella aspettava la venuta, e il ritorno del suo figlio Primogenito, che a momenti s'attendeva da Messina col soccorso del Vice-R.
Per cos fatte cose nella Citt per lo spazio di sette giorni non si pot attendere a negozj, e tutte le botteghe si tenevano serrate; n si vedevano pi per le strade camminare uomini buoni, e civili, e nemmeno s'amministrava pi la giustizia: ma solamente si vedevano bricconi, ed uomini di bassa condizione, quali, non ostante, che non fossero della gente di Sigismondo, pure, per essere da lui spalleggiati, si univano a' vincitori, commettendo violenze, e rapine, ed ogni sorta di sceleragine. Quindi nelle Chiese era dall'intutto cessato l'uso de' Sacramenti, e specialmente nella Maggiore Chiesa, ove la pi parte delle Milizie del Conte faceva soggiorno, essendo ancora mancata la recitazione de' Divini Officj, come se tutta la Citt fosse stata interdetta. Ridotte a questo segno le cose, gli uomini di timorata coscienza, vedendo commettersi sceleragini tanto essecrabili, alzavano gli occhi al Cielo, e col cuore dimandavano da Dio giustizia, non presumendo ci fare colla bocca, per la gran paura, che avevano di quei crudeli, ed insolenti Soldati. Vi furono altri, che per isfuggire vista cotanto abominevole, fuggivano lungi da Sciacca, portandosi ad abitare altrove per quelli giorni, non potendo tollerare, nemmeno con gli sguardi, l'empiet di quei Mostri dell'Umana Natura. Essendosi gi in cos fatta maniera sfogati lo sdegno, e l'ira del Conte, nell'istesso giorno, in cui furono fatte l'essequie, e data al cadavere la sepoltura, egli si port nella Chiesa Maggiore a ricevere le congratulazioni de' Nobili della Citt, fra quali vi furono alcuni di quei Cavalieri, mostratisi nel Consiglio indifferenti, che vi andarono, per timore di non incorrere nello sdegno, e nella disgrazia di Sigismondo.
 Capitolo XXXV.
I Perolli, udita la morte di Giacomo, si uniscono a danni di Sigismondo.
Gian-Paolo Perollo, ed il figlio Secondogenito di Giacomo, che s'erano (come fu detto) fuggiti per mezzo di Ferrante Lucchesi, arrivati che furono al Bosco di Castelvetrano, s'incontrarono con Federico Perollo, Capitano della Citt, e con Onofrio Graffeo, che con tutta velocit venivano, per soccorrere al Castello, portando seco 300. uomini armati a cavallo, quali avevano ricevuti dalli Signori di Partanna, e Castelvetrano. Quivi dunque essendosi insieme uniti, maggiormente sollecitarono l'arrivo in Sciacca. Ma non erano molto lungi trascorsi, che si accorsero, che Benedetto Perollo, Barone della Culla, e Pietrro Perollo, quali si erano il giorno avanti la presa di Giacomo partiti dalla Citt di Sciacca, gli venivano per dietro con altri 30. uomini a cavallo: ed uniti tutti insieme, arrivarono ad un certo Castello, chiamato del Burgetto, (che poi fu detto di Menfrici, pigliando la dinominazione dalla Terra, che segli fabbric vicina,) dieci miglia lontano della detta citt, ed ivi trovarono Gian-Filippo Perollo, Barone del Cillaro, e Girolamo Perollo, Barone del Ponte: e da questi sentirono quanto di funesto era stato accaduto a Giacomo, e come gi Sigismondo s'era fatto assoluto padrone della Citt.
Non si pu colla penna esprimere, quanto penetrassero nel cuore di quei Signori, e specialmente del figlio di Giacomo, cos funeste novelle. Restarono per qualche tempo stupidi, senzach potessero per la veemenza del dolore proferir parola: ma poi venuti in sestessi, incominciarono amaramente a piangere, il Figlio la perdita del Padre, e quei Nobili la caduta d'un s gran Cavaliere. Nulladimeno fattosi animo l'uno coll'altro, determinarono andar ad incontrare Federico, figlio Primogenito di Giacomo, del quale avevano gi avuta notizia, che ritornava da Messina col soccorso del Vice-R, non parendogli, che fossero bastanti essi soli, e con s poca gente a vendicarsi del Conte.
Mentre per Sigismondo si tratteneva in Sciacca, come assoluto Padrone, regolava tutti gli Stati, Politico, Economico, e Militare, della Citt, senzach vi fosse alcuno, che contradicesse a suoi commandamenti, poicch ognuno cercava d'uniformarsi a' suoi voleri, chi per amore, e chi per timore. Avendo il Conte saputo dalle sue spie, che i Perolli con il Graffeo avevano passato per il Territorio di Sciacca con molti armati a cavallo, e dubbitando di non essere assaltato con maggior numero di gente, incominci a fortificarsi in Sciacca, ed a vivere con molta cautela. Mand dunque dapertutto persone incognite, per esplorare gli andamenti de' nemici. Indi, per maggiormente affezzionarsi gli animi de' popoli di Sciacca, diede ordine a' suoi, che non facessero pi ostilit, che desistessero dalle rapine, e cessassero dalle violenze: e che inoltre rispettassero i Cittadini, come la sua stessa Persona, facendoli pur esenti da tutti gli aggravj, dazj, e gabelle, che pagar solevano.
Arrivarono in somma i Perolli colle loro compagnie sessanta miglia lungi da Sciacca, e si accamparono, per attendere Federico Perollo, Primogenito figlio di Giacomo, e novello Barone di Pandolfina, nel mezzo di Polizzi, e Caltanissetta. Ed il giorno seguente 28. del medesimo Luglio s'unirono con essi altri 120. cavalli, che mandava il Marchese di Geraci, siccome altri 40. che venivano inviati dal fratello della moglie di Giacomo. Non era ancor finito il giorno delli 29. quando si fece vedere il nuovo Barone di Pandolfina, che con tutta celerit veniva accompagnato da 200. Cavalli Spagnuoli, ed altrettanti Pedoni, per soccorrere al padre. Ma quando Gian-Paolo lo vidde assai vicino, diede di sproni al cavallo, ed in compagnia del fratello di Federico con tutti gli altri Perolli, e Nobili and ad abbracciarlo. Quale dimandato da Federico, in che sistema si ritrovassero le cose di suo padre, a questa dimanda non pot far di meno di non rispondere colle lagrime: dalle quali argomentando Federico un gran che d'infausto contra la sua Casa, impaziente volle sapere, che cosa vi fosse di nuovo. Onde Gian-Paolo non potendo pi resistere, gli narr distintamente il tragico Avvenimento della dolorosa, e vergognosa morte del suo genitore.
Non si pu considerare, quanto dolore cagionasse nel cuore di Federico questa inaspettata, e dolorosa novella; onde subito si tacque, e diede luogo alle lagrime: e doppo avere sfogato col pianto il duolo, che lo affliggeva, dava nelle smanie, n poteva dar quiete a' suoi aggitati pensieri. Gridava fortemente, dicendo, che con propria mano voleva strappare dal petto il cuore a Sigismondo, poco curandosi, s' egli veniva ucciso, purch avesse fatto le vendette del padre. Pensava sopra tutti i modi di potersene vendicare; ma reso pi cauto dalla sua prudenza, altri ne accettava, ed altri ne trascurava; e alla fine non sapeva a qual partito appigliarsi. Allora quei Cavalieri vedendo, che abbastanza aveva egli sfogati gl'impeti del suo sdegno, e del suo furore, incominciarono a persuaderlo con efficaci ragioni, che si quietasse, non mancando poi con maturo consiglio di consultare la maniera d'intraprendersi una giustificata vendetta. A quelle ragioni Federico si diede per persuaso, e dando triegua al pianto, si quiet dall'intutto. Indi rasserenatosi, e tenuto Consiglio, si determin, che dovessero quivi dimorare qualche tempo, per essere ben'informati, a quali risoluzioni si appigliasse il Conte, che allora si tratteneva in Sciacca: e fra questo mentre spedirono un messo al Vice-R col distinto racconto di quanto a Giacomo era accaduto, e di quello, che Sigismondo stava attualmente operando nella Citt di Sciacca, di cui erasi gi impadronito.
 Capitolo XXXVI.
Il Conte Luna fugge dalla Citt di Sciacca.
Era di gi arrivato il primo d'Agosto del medesimo anno 1529. quando Federico Perollo, nuovo Barone di Pandolfina, e con esso quel gran numero di Soldati a cavallo, che furono 690. con altri 200. Pedoni, si part per Sciacca, col pensiero di avere nelle mani il Conte Luna con tutti gli altri suoi congiurati. Il Conte, che dalle sue spie veniva del tutto avvisato, avendo tutto ci saputo, si avvidde allora degli enormissimi errori, che aveva commessi. Onde confuso, ma non gi pentito, non istimandosi guernito abbastanza, per chiudersi nella Piazza, e per sostenere un lungo assedio, sulla considerazione, che il popolo era assai affezionato al Perollo, e si avria perci rivoltato contro di esso, propose di partirsi da Sciacca, e fuggirsene in Bivona, Terra soggetta al suo dominio. Quindi tutti i Nobili, suoi aderenti, e li suoi Soldati, scorgendo il gran pericolo, nel quale si ritrovavano, e pensando all'orrendo castigo, che gli sovrastava, abbandonarono pure la Citt, e vollero seguire la Fortuna, o buona, o mala, di Sigismondo. S'incaminarono dunque per la strada di Bivona, portando seco tutti li feriti, che arrivavano al numero di pi di 100. e pervenuti al feudo della Verdura, ivi mor Onofrio Imbeagna, a cagione d'una ferita mortale, che aveva ricevuta sul cranio nell'ultimo assalto dato al Castello. L'Essercito del Conte, contuttoch di esso nella battaglia passata ne fosse mancato un gran numero, e per li morti, che vi erano stati, e per li feriti, che si ritrovavano; era nulladimeno assai numeroso, perch diversi Uomini facinorosi, e di pessima vita, tanto per evitare i castighi della Giustizia, quanto per fare ogni altro male con pi libert, s'erano uniti con Sigismondo, ed alla di lui fuga volsero ancor essi seguirlo.
Arrivato in Bivona, si diede il Conte con tutta attenzione a ben fortificarsi, sapendo egli molto bene, che Federico Perollo, avvalorato dalle molte Milizie, che portava seco, pretendeva di rendere a gli occhi d'un Mondo essemplare contro di esso la sua vendetta; e che il Vice-R aveva pure stabilito di punire con severissimi, e non mai uditi castighi la sua temeraria fellonia. Tutto ci egli considerando, disperava del perdono; maggiormente che, dando egli uno sguardo alla essecrabilit delle sue colpe, altro non aspettava, senonch pure il cielo, e la divina vendetta dovessero scaricargli addosso una tempesta di fulmini. Ma non ostante, che i rimorsi della coscienza gli aprissero gli occhi dell'anima a rimirar queste verit; nulladimeno, acciecato poi dalla sua gran passione, si diede altra volta in maggior precipizio, e rovina, col violare le leggi del rispetto alla Giustizia in tempo, ch'ella stava colle armi sguainate in pugno per castigarlo. Odi, o Lettore, e stupisci. In quel tempo stesso, quando il Conte doveva trattenersi ben custodito, per non inciampare nelle mani d'una Giustizia adirata, e di cui temeva la gran Potenza, egli si apparecchia a stuzzicarla con nuove offese. Condusse dunque tutta la sua gente fuori di Bivona a quei luoghi, per dove pi potevasi sospettare, che passar dovessero le Milizie Regie, e de' Perolli: ed ivi fece formare trincee, preparare fortini, e fare parapetti, e fossate, per romperla affatto, ed impedire a quelle Milizie il passaggio.
 Capitolo XXXVII.
I Perolli si vendicano de' Nemici di Giacomo.
Capitarono fra questo mentre i Perolli in Sciacca, e con tutto quel numero di gente armata entrarono nella Citt a 2. del medesimo Agosto ad ore 22. senza resistenza alcuna. Ove sentita la fuga di Sigismondo in Bivona, voleva Federico seguirlo: ma ne fu dagli altri suoi congionti dissuaso, a causa che era un atto assai temerario di volerlo seguire, ed assaltare in Bivona con quella gente, che tenevano: quale bench fosse molta, e valorosa; era nondimeno assai poca in riguardo alla gente di Sigismondo: maggiormente che tutta l'altra gente di Bivona si sarebbe con ogni sforzo impegnata a difendere il Conte, suo amato Padrone, anche a costo del proprio sangue, e della propria vita. Determinarono dunque d'aspettare nuovo soccorso dal Vice-R, acciocch poi con maggior numero di gente armata potessero assalirlo, ed averlo nelle proprie mani.
Non lasciarono per intanto i Perolli con tutte le Milizie aussiliarie di fare un crudelissimo macello di quelle genti della parte nemica, che erano restate in Sciacca, e non s'erano fuggite col Conte in Bivona, senz'aver riguardo a sesso, ad et, ed a condizion di persone: e dove solo avevano sospetto, che vi fossero degli aderenti del Conte, procedevano subito a catturarli, ed a metterli in oscurissime carceri: neppure lasciarono di spogliare tutte le case di quei Nobili, o che seguivano il Conte, o che avevano avuta aderenza al di lui partito. Era in somma la Citt divenuta una spaventosissima, e lagrimevole scena, ove faceva tutta la maggior sua pompa la crudelt del Destino; mentre per le publiche strade di essa altro non si vedeva, che case incenerite, uomini morti, o appesi a travi, o fatti in quarti, o pure decapitati, ed una gran moltitudine d'altri cadaveri, parte di uccisi dal ferro vendicativo, e parte di morti per lo gran timore, e spavento.
Ma Gian-Paolo Perollo, che pi d'ogn'altro si sentiva offeso, avendo saputo, che Calogero Calandrini s'era poco avanti occultamente fuggito da Sciacca, (questi  quell'empio, che fu il primo a ferire Giacomo Perollo, e che termin poi d'ucciderlo,) si parti subito, e si pose a seguirlo con 50. Cavalli, e lo giunse alla fine tre miglia lungi da Sciacca. Indi essendo stato circondato da quei Soldati, bench si avesse alquanto difeso, cesse nulladimeno alla potenza dell'armi del Perollo, il quale di propria mano ebbe a trucidarlo; e furono pure col Calandrini uccisi tutti coloro, che lo accompagnavano. Mentre Gian-Paolo ritornava trionfante in Sciacca colla testa del Calandrini sulla punta d'un'asta, fu chi gli disse, che Antonello Palermo (quell'altro empio traditore, che rivel al Conte, dove si nascondeva Giacomo) si tratteneva in certo luogo nascosto. And egli subito per ritrovarlo: cercatolo, non dur fatica ad averlo nelle mani; ed allora incominci le sue vendette dal fargli troncare la lingua; e poi lo fece uccidere, e fare in pezzi, che furono esposti agli occhi di tutti legati a' tronchi delle campagne.
Ferrante Lucchesi, non tenendosi in Sciacca sicuro, prese la fuga, per andarsene in Bivona, e ricoverarsi sotto l'ombra della potenza del Conte D. Sigismondo. Venne ci a notizia di Marco Perollo, che d'un subito si pose a seguirlo, portandolo sempre a vista; ed alla fine arrivatolo, stava, quasi arrabbiata fiera, per isbranarlo. Ma gli fu vietato da Gian-Paolo Perollo, che ivi allora per fortuna del Lucchesi sopraggiunse; poicch Gian-Paolo, per corrispondere con atto di gratitudine a quell'atto gentile, che egli aveva con esso, e col figlio Secondogenito di Giacomo operato, lo mand libero: ma non pot impedire a' Soldati, che non gli pigliassero tutto quello, che conduceva, e specialmente una gran quantit di denari. Li suoi compagni per col ferro tutti finirono di vivere, e fra gli altri quel Lipari Trapanese, che ebbe ardire di dispreggiare Giacomo con ingiurie molto mordaci, mentre era condotto alla presenza di Sigismondo; e furono tante le ferite, che ricev quest'uomo, che non gli rest goccia di sangue nelle vene, per averlo tutto sparso dalle ferite.
Fatte dunque da Federico insieme con li suoi congionti una memorabile stragge degli nemici, e congiurati contro di Giacomo, suo Padre, e sapendo in Sciacca non ritrovarsi altre persone del partito di Sigismondo, determin di prendere con gli alleati qualche riposo insino a tanto, che gli venisse quel nuovo soccorso, che aspettava dal Vice-R. Si diede dunque il novello Barone a riparare il rovinato Castello con nuove, e pi magnifiche fabbriche; quale prima d'un anno s'ammir pi sontuoso negli edificj, pi prezioso negli addobbi, e pi forte ne' suoi ripari: come pure si viddero tutti i Palazzi degli altri Perolli, che furono nella difesa di Giacomo, avendoli quei Signori per le molte loro ricchezze riparati colla medesima magnificenza. Pens pure Federico di far ritornare nella propria Casa l'afflittissima Madre con le sue sorelle: e lo stesso risolsero gli altri signori Perolli con le loro mogli, figli, e sorelle, che ancora con altre dame di nobilt riguardevole, e donne di servizio si trattenevano nel Venerabile Monastero delle Giummare; loch segu con pianto universale di tutta la Citt.
N lasci intanto l'istesso Federico di celebrare un sollennissimo funerale al defonto Barone, suo Padre, nella Venerab. Chiesa de' RR. PP. Osservanti di S. Francesco, ove si ritrovava in deposito il Cadavere, e d'indi lo trasport con gran pompa, e magnificenza nella Venerab. Chiesa de' RR. PP. Carmelitani, e poi lo sepell nella sua Reale Cappella dell'Annunciazione. N fu inferiore la pompa, colla quale celebr l'essequie al Capitano Statella, ed a' suoi Ministri di Giustizia: siccome pur fece dare onorata sepoltura a tutti i Soldati, che erano morti per difesa del suo Castello.
 Capitolo XXXVIII.
Il Vice-R manda da Messina nuovo Soccorso contro del Conte Sigismondo.
Arriv in brevissimi giorni al Vice-R in Messina la funesta nova dell'atrocissima morte di Giacomo, che per molti riflessi la sent egli insino al pi intimo del suo cuore. Poicch considerava, che il Conte aveva perduto il dovuto rispetto alla sua persona nel tempo, che egli teneva di questo Regno il governo: come pure, che gli era stato con tanta empiet ucciso un'amico, che egli amava al par di sestesso. E per questi cos rilevanti motivi grandemente adiratosi, e fortemente commosso da un grandissimo zelo della Giustizia, propose d'aver a castigare su d'un palco la fellonia di Sigismondo. Sopra tal fondamento dunque alzato un potentissimo soglio al rigore, convoc il Maggiore Consiglio, a cui, non men nel volto, che nella lingua, acceso di furore, cos incominci a parlare. "Credo esservi gi pervenuto a notizia, quanto ha operato in Sciacca il Conte Sigismondo Luna. Egli avendo posta in disprezzo, e derisione la nostra Regia Autorit, non solo si ha fatto beffe de' nostri ordini, ma ancora con ingiuste cause ha fatto crudelissimo, ed orrendissimo scempio del Barone Giacomo Perollo, nostro Regio Portulano nella medesima Citt di Sciacca. Ha mostrato in questi suoi essecrandi eccessi la poca stima fatta della Imperiale, e Reale Maest, e Potenza di Carlo V. nostro Signore, avendo ancora ucciso il nostro Capitano d'Armi, Girolamo Statella, con tutta la Corte de' nostri Ministri, ed avendo di pi preso dalle Regie Fortezze l'artiglieria, per diroccare il Real Castello; che avendolo diroccato in parte, lo ha tutto pur saccheggiato. Ha ucciso, e fatto in pezzi quantit di Cittadini; ha incendiato Palazzi; ha negato la sepoltura a' morti, ed alla fine fattosi pure ribelle della Divina Maest, non ha avuto rispetto, n venerazione a' sacri Tempj di Dio, avendo profanate le Chiese e con le sue barbare crudelt, e con le sacrileghe enormit de' suoi Soldati: a' quali ha permesso d'occultare in esse le loro infami rapine, e servirsi di esse, come di publici Lupanari, ove sfogassero le loro impudiche voglie, vietandovi a tal fine l'amministrazione de' Sacramenti. Or che vi pare? non gridano forse vendetta avanti al Tribunale della Divina, ed Umana Giustizia delitti cos essecrandi, eccessi cos enormi? Si devono perci punire; e devono le punizioni tanto pi essere essemplari, quanto pi furono essecrandi i delitti, enormi gli eccessi. Dite dunque voi s questo importantissimo affare liberamente il vostro parere; acciocch fosse dell'intutto estinto questo gran fuoco di ribellione, acceso nel nostro Regno, e fossero irremissibilmente puniti con le pene, che meritano, questi ribelli della nostra Reale Corona. In questi deplorabili Casi fa di bisogno, che si adoprino e carceri, ed essilj, e confiscazioni di beni, e forche, e mannaje, ed altre simili pene, ch'essigge il giusto rigore d'una suprema Vendetta. Cos, cos verr non solo depressa, ma anco disfatta l'insolenza de' sudditi ribelli, e si metter in sicuro la pace, e la quiete del medesimo Regno." Uditi cos giusti risentimenti del Vice-R quei savj Consiglieri, tutti con uguale zelo di Giustizia risposero, e dissero i loro pareri: e tutti concordemente conchiusero, che dovessero dichiararsi, e punirsi come Ribelli, e Rei di Lesa Maest, Sigismondo, e tutti quelli, che furon complici ne' suoi delitti.
A questo effetto d'ordine del Vice-R, e di tutto il Consiglio furono subito spediti due gran Ministri, Giudici della Regia Gran Corte Criminale, Nicol Pollastra, e Giovanni Riganati, uomini de' pi zelanti di quel Consiglio, (a' quali fu dall'istesso Vice-R delegata tutta la Plenipotenza, e Regia Autorit,) e con loro un buon numero d'altri Ministri inferiori, accompagnati da 200. Cavalli leggeri, e 600. Fanti Spagnuoli, con espresso comandamento, che pigliassero, o vivo, o morto, Sigismondo: e se vivo, che gli avessero da tagliare la testa sopra un infame patibulo: e se morto, che del suo corpo ne dovessero fare tutto ci, che meritava un ostinato ribelle. Uscirono, gi spuntato il giorno, col fiorito Essercito i Giudici fuori dell'Imperiale Porta di Messina, e si avviarono contro di Sigismondo: a cui subito per secrete spie ne vol la fama in Bivona; acciocch lo facesse ben avvertito a pigliar la fuga dal Regno, ed a non cozzarla pi col Destino.
Era gi comparso il giorno 11. d'Agosto, e l'Essercito Reale era arrivato in un luogo tra Bivona, e Castronovo, quando i Capi di quello fecero scorrere innanzi l00. cavalli, per ispiare le strade, e scoprire gli andamenti de' nemici. Arrivando a certi passi, si viddero improvisamente assaltati da Sigismondo, e da' suoi Soldati; che, impadronitisi del posto, si avventarono a guisa di fulmini in mezzo alla calca della Regia Cavalleria, e con archibuggi, saette, ed altri orribili ordegni da guerra, scompigliarono, senza riceverne nissuna offesa, le prime fila della Milizia Reale; dimodoch 30. ne furono uccisi, altri feriti, e tutto il restante, posto in fuga, sen'and a raggiungersi al corpo del loro Essercito, che due miglia lontano stava in ordinanza, ed in tal guisa si avvicinava ad incontrare l'attacco colla Gente di Sigismondo; il quale doppo questo assalto si ritir in Bivona. Gli Ufficiali Regii vedendo la sconfitta de' suoi, giudicarono, che il Conte fosse assai ben proveduto di Soldati; ed a questo riflesso mutarono proposito d'andare in Bivona; ma colla medesima ordinanza, che sempre serbavano, s'istradarono per Sciacca, a fine di unire le loro forze con quelle de' Perolli, e con questi consultare il modo di ritornare in Bivona, per avere nelle mani il Conte con li suoi aderenti.
Il Barone di Pandolfina, Federico Perollo, insieme con gli altri suoi parenti, avuta la notizia dell'arrivo delle Regie Milizie, fece ragunare tutta la sua Gente, e postosi a cavallo, usc con tutto quel numero di Cavalli, e Pedoni, per andarle ad incontrare. E quei Ministri vedendo da lungi la fiorita Cavalleria de' Perolli, pensarono di ritornare in Bivona, per poter avere nelle mani il Conte D. Sigismondo: maggiormente che sapevano, quanto grande fosse il valore, ed il coraggio di quei Signori, e specialmente di Gian-Paolo Perollo, famosissimo per tutto il Regno. Arrivati dunque i Perolli, dopo gli ufficj d'urbanit passati con li principali Ministri Regii, e con gli Ufficiali Maggiori di quelle Regie Milizie, gli fu da essi communicato il pensiero, che avevano; quale fu da loro sommamente lodato. Onde le Truppe, e Fanterie aussiliarie de' Perolli, unitesi a quelle altre Spagnuole, formarono un ben grosso numero di Gente d'armi, che poi subito con militare ordinanza drizzarono i suoi passi verso Bivona.
Il Conte, che da ogni parte teneva secrete spie, per esplorare il tutto, ne fu opportunamente avvisato; e conoscendo non aver forze bastanti da contrastare con quell'Essercito, consistente in mille Cavalli, e mille Pedoni, pentitosi degli errori commessi, tutto si diede a pensare allo scampo, ed a salvare la propria vita, della moglie, e de' figli, primach l'Essercito arrivasse in Bivona: e per ci fare, si part come disperato da Bivona insieme con la moglie, e tre suoi innocenti figliuoli, e con Ferrante Lucchesi, suo favorito, ed altri pochi servitori, senza nemmeno aver tempo di pigliarsi la necessaria provisione. Ed arrivati al Feudo della Verdura, dove sempre il Conte teneva pronto un Naviglio per quello poteva succedergli, in esso s'imbarcarono per la volta di Roma a' 13. d'Agosto dell'istesso anno 1529. lasciando esposti quegli empj adulatori, che furono la cagione di tanta rovina, ad una sicurissima stragge. Fu in ci fortunato il Conte, poicch nel medesimo punto, che il suo Navigio stava per ispiegare le vele al vento, era quivi di passaggio l'Essercito Reale; e perch non sapeva cosa alcuna della fuga del Conte, bench vedesse quel Navigio, che a vele spiegate s'inoltrava nel Mare, non gli fece apprensione; onde seguit il suo cammino, senza fargli alcuna molestia, ed il Conte pot liberamente fuggirsene. Arrivato l'Essercito nel Territorio di Bivona l'istesso giorno delli 13. Agosto, prima d'entrare in quella Terra, fu compartito in tre Squadroni; uno di 600. Cavalli fu dato sotto la cura di Gian Paolo Perollo, per essere molto esperto nell'essercizio militare; un altro di 400. Cavalli fu posto sotto la condotta d'un valoroso Commandante Spagnuolo; ed un altro di mille Fanti veniva guidato da quelli Giudici.
S'inoltrarono dunque ordinatamente insino a Bivona, ed ivi pervenuti circondarono tutta la Terra, ed il Castello aldifuori, contro al quale incominciarono da due parti a dare l'assalto. Ma non vi fu persona, che avesse corrisposto almeno con un sol colpo, o che avesse fattagli alcuna resistenza: onde il valoroso Gian-Paolo Perollo prese maggior animo, e fu il primo ad avanzarsi col seguito de' suoi fin dentro la medesima Terra; ove fece subito disfare tutti quelli ripari, che il Conte aveva inalzati. Doppo s'inoltr sino al piano del Castello, ove il detto Conte faceva la sua residenza; e scorgendo, che non v'era, chi segli opponesse, fece buttare a terra le porte, e fu anche il primo, che ivi entrasse; e salendo ancora sopra la sommit della Torre, con fare grande stragge di tutti quelli, che segli facevano innanzi, v'inalber di propria mano le bandiere colle Armi dell'Imperadore. Quelle Milizie, che dall'altra parte opposta stavano assaltando l'istesso Castello, al vedere le Insegne Imperiali poste s quella Torre, cessarono dall'assalto, e andarono ad unirsi con quelle altre Milizie, che stavano alla guardia d'intorno alla Terra, acciocch nissuno potesse uscirne. Alla fine vedendo i Regii Ministri, che si mantenevano aldifuori, le cose quiete, e Bivona in potere delle Regie Milizie, essi pure col restante dell'Essercito entrarono dentro la medesima Terra.
Federico Perollo, che con Gian-Paolo era entrato nel Castello, subito si fece vedere ad un Balcone di esso; ed accompagnato poi da molti Nobili, e da una squadra de' suoi pi valorosi Soldati, si pose a girare tutte le camere, e tutti li luoghi pi reconditi del detto Castello, per ritrovare il Conte: ma il tutto fu invano; poicch in nissuna parte lo poterono ritrovare. Quindi facendo pi esatta diligenza, udirono da molti, che gi sen'era fuggito quel loro gran nemico, che tanto anelavano d'avere nelle proprie mani. Cosa, che gli cagion grandissimo dispiacere; onde accesi di maggior rabbia viepi s'infierirono contra i complici, e fautori di Sigismondo.
Incominciarono nulladimeno i Regii Ministri ad essercitare gli atti d'una rigorosa Giustizia; poicch fecero in un medesimo punto comparire molti appiccati alle forche, erette nella pubblica Piazza, ed in altre parti della Terra, altri squartati, molti cacciati in essilio, altri posti nelle carceri, ed altri spogliati de' proprj effetti: siccome ancora fecero poi spogliare il Castello de' preziosi arredi, e nobili utensili; e con tutto l'altro mobile, che in esso si ritrovava, consegnarono ogni cosa al Regio Fisco. Oh che lamenti si udirono dapertutto in quella miserabile Terra! la quale stava cos strettamente custodita da ogni parte, che era un caso assai lagrimevole il vedere, che molti de' Bivonesi volevano salvarsi colla fuga, ma per le guardie, che erano d'intorno a detta Terra, non potevano uscire; onde erano forzati a restare, ed a sacrificare le loro vite al ferro vendicatore d'una severa Giustizia.
 Capitolo XXXIX.
Li Ministri Regii si portano nella Citt di Sciacca a castigare li Complici del Conte Luna.
Doppoch i Perolli insieme co' Regii Ministri ebbero dati questi passi in Bivona, le diedero ultimamente il sacco: e vedendo, che altro non gli restava da fare, non avendo potuto avere nelle mani Sigismondo, risolsero di portarsi in Sciacca, per ivi castigare coloro, che si ritrovassero delinquenti. Con la medesima ordinanza dunque fecero ritorno in Sciacca alli 17. dell'istesso mese di Agosto, avendo le spade, e gli scudi tinti ancor del sangue degl'inimici. Giunti che furono in Sciacca, senzach perdessero momento di tempo, proseguirono quei Regii Ministri ad esercitare il loro zelo di Giustizia contra tutti quelli, che erano stati complici negli enormi delitti, ed essecrandi eccessi del Conte Luna, senz'avere alcun riguardo a condizione, ed a grado di persone.
Posero perci a sindicato li Giurati della Citt; e compilato contro di loro il Processo, li convinsero di essere stati a parte della congiura contro di Giacomo; e che appostatamente si occultarono, quando era pi necessaria la loro comparsa, ed assistenza. A questo riflesso due di loro, Filippo Montaliana, e Giovanni Maurici, furono trasmessi carcerati in un Castello nella Citt di Messina; ove languirono, e penarono per lo spazio di tre anni, e doppo miseramente morirono. Agli altri due, che furono Baldassare Tagliavia, e Pietro Lorefice, siccome ancora a molti altri Nobili, fecero tagliare le teste per mano di Boja nelle publiche Piazze: e fecero appiccare alle forche una gran moltitudine di plebei, che tutti furono a parte di quella ribelle sedizione. Molti altri Nobili, che poterono aver nelle mani, e fra questi Girolamo Peralta, Barone di S. Giacomo, Bartolomeo Tagliavia, e Michele Impugiades, ed altri, che con sicurezza di far colpo entrarono a capo scoverto nella congiura contro del Perollo, furono per tutto il tempo della loro vita ritenuti in seno d'una oscura prigione.
Posero pure in bando molte centinaja di uomini, e fra questi tutti quelli, che erano della Famiglia Lucchesi insino al terzo grado. Fu pure posto in bando Clemente lo Piparo, Giovanni Amato, e Giovanni Vallelajo, il quale concorse a saccheggiare il Castello: ma il suo essilio gli traffic una gran fortuna; poicch, essendo dalla natura dotato di spiriti generosi, e di una propensione bellicosa, and ad arrollarsi Soldato nell'Essercito dell'Imperatore; e per li gran progressi del suo valore salendo dagl'infimi gradi della Milizia a' maggiori, divenne Capitano di Fanteria, e poi Sargente Maggiore di tutta la Fanteria Italiana, ed ultimamente negli anni della sua vecchiaja venne in Trapani colla carica di Sargente Maggiore; ove fin i suoi giorni con gloriosa fama d'uno de' pi generosi Guerrieri de' suoi tempi.
Non trovando pi esca d'abbruggiare quel gran fuoco della Giustizia, si rivolt di nuovo contra la persona del Conte. Onde quei Regii Ministri con publico editto dinuovo lo sentenziarono, come Ribelle, e Reo di Lesa Maest, e con esso altri pure d'illustre sangue, che aveano concorso a questo delitto, con avere mandato soccorsi al detto Conte, per intraprendere quell'Impresa. Furono ancora dichiarati Ribelli pi di altri trenta della Citt di Sciacca, Cavalieri della prima Nobilt, e molti altri centinaja d'uomini, che tutti furono complici nella reit di Sigismondo. D. Giovanni Luna, duca di Bivona, padre del Conte, uomo d'et assai avanzata, bench nel tempo, che fu commesso questo delitto, dimorasse in Palermo; pure, per esservi indizj di aver consentito ad un eccesso cos essecrando, fu preso, e mandato in Messina, ad essere imprigionato in uno de' Castelli di quella Citt, colla pena dell'incorporazione al Regio Fisco di tutti gli Stati della Casa Luna; da dove doppo dieci mesi ne usc libero, merc alla clemenza dell'Imperatore, ed alle preghiere di Clemente VII. Sommo Pontefice, come meglio si dir inappresso. Il Publico della Citt di Sciacca fu dichiarato pure Ribelle, e condannato a pagare una grossissima somma di Fiorini, tanto per non avere prestato il dovuto soccorso al Capitano Statella, quanto per non avere impedita la presa dell'Artiglieria da' Bastioni Reali, e quanto ancora per avere consentito tacitamente a tutte le operazioni di Sigismondo.
Doppo tutte queste cose furono spedite molte Compagnie di Soldati per li boschi, e le campagne circonvicine, ad effetto di catturare tutti quei ladri, che, avendo prima servito di Truppe aussiliarie al Conte in quegli essecrabili eccessi, avevano poi ritornato al solito infame loro mestiere. Corsero dunque in seguela di costoro le Regie Milizie: ed avendone preso la maggior parte, tutti furono senz'alcuna piet uccisi, e squartati; e poi li quarti furono appesi a' tronchi nelle campagne. In somma era cosa in vero di orribile timore, e spavento a' viandanti vedere in tutte le publiche strade de' tre Valli della Sicilia tanti uomini appiccati agli alberi, tanti corpi sbranati, e mangiati dalle Fiere, tante ossa spolpate dagli Avoltoj: ma non minor timore, e spavento cagionava agli altri Cittadini vedere tante teste recise, ed esposte ne' publici luoghi di tutte le Citt dell'istesso Regno.
 Capitolo XL.
Le Regie Milizie ritornano in Messina.
Li supremi Ministri, che dimoravano in Sciacca, vedendo, che la Citt era sgombrata affatto dagli avanzi di quei ribelli, che seguirono le parti del Conte Luna, e sapendo, che non v'erano pi ladri ne' suoi contorni, per cui si godeva dapertutto, dentro, e fuori, una tranquillissima pace, e quiete, richiamarono le Regie Milizie in Sciacca, ad effetto di ritornarsene tutti in Messina, ed ivi rappresentare al Vice-R quel tanto avevano loro operato. Prima per della loro partenza providdero la Citt di Ufficiali, che attendessero a ben regolarla, eleggendovi per Giurati quattro di quei Nobili, che erano stati indifferenti. Providdero pure di Governatore, e Capitan d'Armi le Milizie urbane, e restituirono a' proprj Bastioni l'Artiglieria presa da Sigismondo, e lasciarono una congrua guarnigione, per opporsi, occorrendo il caso di nuova ribellione.
Avendo gi tutto ci ben disposto quei Reggi Ministri, doppo esser dimorati 49. giorni in Bivona, ed in Sciacca, essercitando indefessamente gli atti della Giustizia, determinarono la loro partenza per la mattina del giorno seguente. Saputa questa loro determinazione il Barone di Pandolfina, Federico Perollo, e considerando quanto s'erano affaticati a suo favore, non lasci di prestargli li dovuti ufficj di ringraziamento, e di attestargli la gratitudine con ricchissimi donativi a proporzione del loro merito, e della generosit del suo animo. N restarono esenti da' suoi tratti cos cortesi le Truppe, trasmesse dal Marchese di Geraci, e da' Principi di Castelvetrano, e Partanna; come pure tutti quei Parenti, ed Amici, che pigliarono la difesa delle ragioni di Giacomo, suo Padre.
E perch il Vice-R restasse dall'intutto informato di quanto integramente operarono i suoi Ministri, parve al Barone di Pandolfina, ed a' suoi congionti, che vi andassero pure Federico Perollo, allora Capitano di Giustizia della Citt, e Fr D. Domenico Perollo, Cavaliere Gerosolimitano, e fratello minore del sudetto Barone di Pandolfina. Allo spuntare dunque del giorno 5. d'Ottobre del medesimo anno 1529. tutti partirono per la volta di Messina: ed a 15. dell'istesso mese furono dal Barone licenziate le altre Truppe aussiliarie, avute da pi Signori, cariche d'abbondantissimi regali: e restarono quei Signori Perolli impiegati nel ristoro delle rovine de' loro Palazzi.
 Capitolo XLI.
Si descrive il Viaggio del Conte Sigismondo, e la sua Morte.
Partito dal Mare della Verdura il Conte Sigismondo, doppo un lungo, e disastroso viaggio approd ultimamente colla moglie, e colli figli in Roma. Paventava per l'orridezza degli eccessi essecrandi commessi di comparire alla presenza del Sommo Pontefice, Clemente VII. suo zio: nulladimeno animato dalla Contessa, sua moglie, si port insieme con essa innanzi al Vicario di Cristo, e si pose a suoi piedi genuflesso: e furono allora s grandi li lamenti, le lagrime, e li singhiozzi del Conte, e della Contessa, che impietosirono l'interno delle viscere di Clemente. Il quale da tanta tenerezza vinto, doppo aver aspramente inveito contro di Sigismondo, gli promise di chiedere alla benigna Grandezza dell'Imperatore Carlo V. per grazia la sua liberatoria; allora per, che lo doveva coronare, lo che sarebbe stato fra pochi mesi. Respir l'afflittissimo Conte alle promesse del Sommo Pontefice, e confortato da una tale speranza, incominci da indi in poi lieto a frequentare i congressi de' Nobili di quella gran Citt, che  Capo del Mondo.
Correva l'anno della nostra salute 1530. quando a 24. Febbrajo (sette mesi doppoch dal Conte fu commesso quel memorabile Caso) l'Imperatore Carlo V. si port nella Chiesa Arcivescovale di Bologna, per essere dal Sommo Pontefice coronato. Ivi assisi insieme in un medesimo Trono l'Imperatore, ed il Pontefice, nel punto stesso, che stava per coronarlo, sospese la funzione, ed interpose le sue pi fervorose preghiere per l'alcanzo della grazia al Conte Sigismondo Luna, suo nipote. Udito dall'Imperatore l'odiato nome di Sigismondo Luna, subito il suo cuore si riemp tutto di sdegno, e gli occhi suoi si accesero in maniera, che sembravano due fiammeggianti carboni. Chiuse allora, sopraffatto dalla collera, alla risposta la bocca; e riflettendo all'atrocissimo Caso, del quale era assai bene informato, s'inorrid per un pezzo, non potendo articolare parola. Indi prese respiro, e rivoltatosi al Pontefice, glielo raccont brevemente; e doppo con accenti gravi, e severi neg assolutamente al sommo Vicario di Cristo, innanzi del Concistoro de' Cardinali, ed alla presenza d'un Mondo, al conte Sigismondo Luna la grazia del perdono.
Stup allora il Sommo Pontefice, sentendo dalla bocca dell'Imperatore distintamente, anche colle minuzie di poco rilievo, tutta la serie del Caso; e pens, che non per altro egli ne teneva cos viva la memoria, ancorch fosse distratto dagli affari di un Mondo, senonch per averne a fare una essemplare Giustizia. Non gli parve dunque per allora di pi inoltrarsi nelle repliche, per non pi stizzare un animo essacerbato. Tacque dunque, e prosegu la funzione di coronarlo con una fronte molto serena, ma colla mente assai turbata. Spedito da questa funzione, si part afflittissimo, per vedere poste in cos mali termini la robba, e la libert degli amati suoi nipoti.
Erano trascorsi due giorni, da che fece all'Imperatore la sua prima petizione il Pontefice, quando violentato altra volta dagl'impulsi del sangue, e dagli stimoli dell'affetto, si port dall'istesso Imperatore, e con suppliche pi umili, e pi fervorose, gli richiese l'istessa grazia. L'Imperatore vedutosi in atto cos supplichevole, non pi Giulio de' Medici, zio del Conte, ma il primo fra gl'Imperatori, e Regi del Mondo, ed il secondo Dio in Terra, non pot pi durarla nella primiera severit; onde modificato con formole pi benigne il primo discorso, cos gli rispose: "Non sia mai, Beatissimo Padre, che la Clemenza d'un Regnante resti abbattuta agl'impeti del senso: ma  forza, che abbia il suo dominio la ragione, quando le preghiere di chi intercede sono in effetto assoluti commandi, e possono esseguirsi, senza violare il diritto della Giustizia. Ritornino dunque nella mia pristina grazia li tre innocenti fanciulli, procreati da Lucrezia Medici, vostra nipote; come pure D. Giovanni Luna, loro avo, come vecchio, e innocente ancora nel delitto del figlio, investendoli di nuovo dell'avito, e paterno Contado: con condizione per, che siano pagati tutti gl'interessi patiti dalla Casa Perollo, tanto per lo sacco dato al Castello, ed agli altri Palazzi de' Perolli, quanto per lo diroccamento del medesimo Castello, e per l'incendio degli stessi Palazzi: e dato il caso, che per l'avvenire non rispettassero la Famiglia Perollo, che incorrano altra volta nella confiscazione de' beni. E mi dichiaro di lasciare nella mia disgrazia Sigismondo, senza pi speranza di perdono, cambiando contro di esso il mio scettro in un fulmine, che vada a colpirlo fin dove s'estende la mia Reale, ed Imperiale Potenza: e decreto assolutamente, che per mano d'un Boja gli sia tagliata s d'un palco la testa, onde ne resti un'eterna infamia al suo nome." Questo Decreto Imperiale subito scritto in pergamena, fu poi sottoscritto dall'istesso Imperatore, e da lui consegnato a proprie mani del Sommo Pontefice; che partito per Roma, lo fece manifesto a' suoi nipoti.
Il Conte Sigismondo, che stava attendendo la sospirata grazia per la mediazione del Sommo Pontefice, suo zio, appresso l'Imperatore, quando per bocca di quegli ud quell'Imperiale Decreto contro di se, publicato dall'istessa bocca dell'Imperatore, si sgoment in maniera, che divenne tutto freddo, e mezzo morto. Disperanzato dunque di pi ottenere la grazia del Principe, e rimirando con l'occhio dell'intelletto per la enormit de' suoi misfatti piucchemai la Divina Giustizia contro di se irritata, e colla mano piena di fulmini, per colpirlo, e vendicare il sangue di tanti innocenti, per sua cagione uccisi, che tutti gridavano vendetta innanzi il Tribunale di Dio, costernato d'animo, e datosi tutto in preda alla disperazione, malediceva il giorno, in cui era nato al Mondo, e l'ora, in cui aveva dato orecchio al consiglio de' traditori; e furibondo, ed impazzito correva per le strade di Roma; ed infine and a precipitarsi nel Tevere. La nova d'una tal disperata morte di Sigismondo cagion grandissimo orrore, e spavento a tutta Roma, anzi a tutto il Mondo: ed avendola sentita il Sommo Pontefice, con dolorose lagrime deplor una tanta disgrazia del suo nipote. Indi subito si port a consolare l'afflittissima Contessa, che per cos funesto avviso, tutta vestita a duolo, piangeva amaramente la perdita dello Sposo, da lei tanto teneramente amato. Tale insomma fu il fine del Conte D. Sigismondo Luna. Se egli in miglior uso si fosse valuto delle ricchezze, della nobilt, e potenza, n avesse corrotto l'animo suo con gli odj privati, avrebbesi certamente acquistata gloria, maggiore dell'infamia, che volontariamente incorse. Ma qu ognuno ponderi il gran castigo di Dio, e la terribilt della divina vendetta, non restando assai lungo tempo impunite la sceleragini de' perversi, e sopra tutto le offese fatte contro de' prossimi, le ribellioni de Sudditi contra i loro Principi, e le irriverenze usate a' sacri Tempj.
Ferrante Lucchesi, perdendo colla morte del Conte le sue speranze, e vedutosi spogliato di tutti li suoi beni, si pose alli servizj di D. Virgilio Orsino, conte dell'Anguillara; e coll'autorit di questi ottenne la carica di Capitano dell'Infanteria Italiana; e D. Mario Capriata, figlio di Aloisia Lucchesi, nipote dell'istesso Ferrante, ne teneva la bandiera in sua Casa.
Passati molti mesi capit l'ordine dell'Imperatore al Vice-R Pignatelli; in essecuzione del quale fu sprigionato Giovanni di Luna, padre di Sigismondo; che poi mor per la veemenza del dolore, sentito per la morte cos miserabile del figlio, trascorso quasi un anno; nel qual tempo sempre visse infermo, confinato in un letto. Restitu pure il Vice-R a D. Pietro Luna, figlio primogenito di Sigismondo, gli effetti, e beni incorporati, colle medesime condizioni, dalla bocca dell'istesso Imperatore espressate: in essecuzione delle quali fecegli sborsare 300. mila scudi Siciliani, per sodisfare il danno, che avea ricevuto la sola casa di Giacomo Perollo, oltre pure lo sborso d'altre somme, per sodisfare gli altri danni degli altri Perolli, e di altre persone particolari. Ed a questo effetto restarono gli Stati del nuovo Conte di Caltabellotta, D. Pietro Luna, per molti anni in Deputazione. Tutti gli altri Nobili della Citt, che furono dichiarati colpevoli, restarono puniti, e li suoi eredi miserabile avanzo d'una povera fortuna, poicch non gli fu concessa nissuna grazia. Maggiormente che di tutti quelli, che si collegarono col Conte Luna, pochissimi restarono vivi, essendo stati la maggior parte condannati a morte da' Regii Ministri; e quelli, che rimasero vivi, o furono confinati nell'orrido fondo d'una oscura prigione, o furono posti in un lontanissimo essilio dalla Patria.
Il nuovo Conte D. Pietro Luna non si vidde mai nel Regno di Sicilia, se non doppo quindici anni da che successe il lagrimevole Caso; bench maipi ritornasse in Sciacca, facendo la sua residenza nella Citt di Palermo: e si diport in tal maniera, che restitu alla Casa Luna quel lustro, che aveva perduto per cagione del Padre. N dur lungo tempo questa famosissima Famiglia, poicch subito s'estinse nell'istesso D. Pietro Luna, che avendo sposata Elisabetta Vega, figlia di Giovanni Vega, Vice-R di Sicilia, non ebbe da quella figli maschi, ma una sola femmina, chiamata Aloisia, quale si marit con Cesare Moncada, Principe di Patern, da cui ne provennero poi li Signori Duchi di Montalto.
Doppo questo tragico Successo si ridusse la Sicilia ad una serenissima tranquillit; e queste due Famiglie, Luna, e Perollo, nel brevissimo tempo, che dur la Luna si mantennero in una perfettissima pace, e quiete: ed estinta questa Famiglia in Sciacca, si perd la memoria d'ogni passata offesa. Ma la Famiglia Perollo nella detta Citt di Sciacca non dur cos poco, come la Luna; poicch vi dur sempre feconda per pi d'un secolo, e mezzo. Dopo viddesi mancare a poco a poco, ristretta in pochissimi suoi discendenti, lasciando, che con le loro grandi ricchezze si fossero maggiormente ingrandite molte nobili Famiglie del Regno, le quali imparentate con li Signori Perolli, vennero a possedere i loro beni. Risplende per insino a questi nostri giorni nella persona del Signor D. Francesco Perollo, Cavaliere d'alto pregio, e di singolar merito, pur oggi la seconda volta Senatore della Citt di Palermo, sua Patria, arricchito della preziosissima Prole di due spiritosissimi suoi Figliuoli maschi di minore et, D. Emmanuele, e D. Arcadio, (come ancora fu detto nella descrizione della detta Famiglia Perollo,) che donano all'istessa lor Patria, ed a questa nostra Citt di Sciacca, anzi a tutto questo nostro Regno, grandissime speranze di vedersi in loro egualmente risplendere e tutta la gloria de' virtuosi talenti del Padre, e tutta la grandezza degli eccelsi pregi dei loro Bisavoli.
Averei da soggiungere altre, non men necessarie, che curiose, notizie, delle sudette nobilissime Famiglie, Luna, e Perollo, pervenutemi quasi al fine della stampa di questo Libro: e perci, non istimando qu esser luogo proprio, ed a proposito di riferirle, mele riservo a riferirle nel mio Nobiliario della Citt di Sciacca, intitolato "Sciacca nobile," che spero ancor dare alle stampe con altre mie Opere, intitolate "Sciacca Antica, e Sciacca Sacra."
 Capitolo Ultimo.
Si considera il deplorabile stato, nel quale si ridusse doppo il riferito Caso la Citt di Sciacca.
Doppo il riferito Caso, degno di compiangersi con lagrime di sangue, rest pure la Citt di Sciacca in istato assai deplorabile, provando essa sola fra tutte le Citt del Regno pi vivo il dolore delle sue piaghe, e pi sensibile l'amarezza delle sue miserie. Poicch rimase spopolata nella moltitudine de' suoi abitatori, distrutta nella magnificenza delle sue fabbriche, ed impoverita nell'abbondanza delle sue ricchezze. E certamente, se si d un'occhiata al numero delle anime, che si contavano circa quei tempi nella Citt di Sciacca, si vedr, che arrivava a 25. mila, come si osserva per nota di numerazione d'anime, fatta l'anno 1328. tenendo la Corona di questo Regno l'Invittissimo Federico II. (detto falsamente III.) quale numero si rese poi maggiore nell'anno 1529. quando avvenne quel lagrimevole Caso. Ed il Padre Angelo Candela, che scrisse l'Istoria di quei tempi, dice, che Sciacca fosse allora abitata da 35. mila persone, standovi di residenza 40. Baroni, oltre a molti altri nobili, e principali Signori; che tutti per la numerosa Corte, che tenevano, la rendevano assai popolata. Or di questi nobili, quando avvenne quel Caso, altri caddero sotto il taglio della mannaja; altri perirono nel fondo d'una prigione, altri fuggirono ingombrati dal timore, altri furono mandati in essilio: e mancati questi, mancarono pure le migliaja delle persone, che costituivano le di loro numerose Corti. Mancarono pure molti migliaja d'uomini plebei, parte uccisi dalle armi del Conte Sigismondo Luna, parte feriti da quelle del Barone Giacomo Perollo, parte sospesi alle forche per mano de' carnefici, parte squartati per mano de' sicari, parte sbanditi dalla Giustizia, parte miserabilmente morti dentro le carceri, parte condannati a remigare sulle Galee. Si and poi talmente minorando il numero degli abitatori di essa, che non restavano pi, che 12. mila; quale numero rest poi molto assai minorato per lo contagio, che sopragiunse al sudetto Caso l'anno 1575. attaccato da una Nave, venuta dall'Oriente a 23. Maggio del detto anno, e terminato a 20. Gennajo del 1576. ed in quei nove mesi, che dur il male, vi perirono da cinque mila: onde la Citt di Sciacca si vidde d'allora in poi abitata da sole sette mila persone. A questo riflesso compassionando la sua caduta Filippo II. R della Spagna, e della Sicilia, acciocch si potesse di bel nuovo in parte ripopolare, ordin al suo Vice-R in Sicilia, D. Bernardino de Cardenas, che essentasse per dieci anni dalle gabelle coloro, che venissero ad abitare in Sciacca, come costa per Lettere Viceregie, che sono registrate nel Libro della Citt di Sciacca a fogli 136. Nell'anno poi 1625. a 28. d'Ottobre fu questa povera Citt altra volta infettata dal male contagioso, portato dalla Citt di Palermo da un tale di Ragamazzo, nativo di Sciacca. Si vidde il male sudetto infierire con tutta forza a 13. Gennajo dell'anno 1629. e si vidde poi rimessa la sua voracit nell'Agosto del medesimo anno; e vi perirono allora pi di altre cinque mila persone, i nomi, e cognomi delle quali furono tutti notati in carta dal Padre Giuseppe Scarzia della Compagnia di Ges, che conservo appresso di me. Saputo parimente da Filippo IV. lo stato deplorabile, nel quale s'era ridotta la famosa Citt di Sciacca, rinov pure l'istessa essenzione, ordinata da Filippo II. suo Avo, limitandola bens alle sole Gabelle di vino, e di farina, come quelle, che sono le pi poderose nella sudetta Citt. Ma con tutto questo la misera Citt non ha potuto maipi vedersi popolata, com'era prima, andandosene alla giornata i suoi abitatori a popolare le Terre circonvicine. Onde ultimamente nell'anno 1716. in tempo, che regnava in Sicilia la Real Maest di Vittorio Amedeo, avendosi fatta la numerazione delle Anime di tutte le Citt, e Terre del Regno, si ritrov, che in Sciacca solo sene contavano in circa 9. mila. Si spera nel Signore, che questa Citt, orche la Maest Cesarea-Reale-Cattolica di CARLO VI. Imperatore, e III. R di Sicilia, ne tiene il dominio, muter forse, e sar per acquistare il suo perduto Splendore, e la sua antica Grandezza.
Alla famosa Citt di Sciacca,
Ridotta in istato assai deplorabile, e diverso da quello, in cui un tempo si era,
 Sonetto dell'Autore.
SCIACCA, deh, non pi SCIACCA, ov' sparito
L'alto eroico splendor de' tuoi trofei?
Di tue glorie il fulgore  gi svanito,
E di quel, che gi fosti, un'ombra or sei.
Delle fabbriche tue gli alti apogei
Nel suolo sfrantum Tempo infierito:
E se morir potevi; or dir potrei,
Che sei di SCIACCA un scheletro insassito.
Al valor de' tuoi Eroi cedeva Eno;
Fortuna al tuo goder porgea le chiome;
S'abbagliava a' tuoi fasti il nero obblo.
Caduto  tutto in grembo a Lete: Or come
S sfreggiato  il tuo bel? che dir poss'io?
SCIACCA, non hai di Sciacca altro, che il Nome.
 Aggiunta al Trattato II. di questo Libro.
Nel Secondo Trattato, ove si descrivono le Famiglie nobili della Citt di Sciacca, per sola inavvertenza dell'Autore non fu posta a suo luogo la descrizione della Famiglia Virgilio. Onde (siccome si cenn, e si promise nel Capitolo XIX. del Trattato IV. a fogli 228.(3))  parso all'istesso Autore in questo luogo aggiungere il Capitolo XL. al sudetto Trattato. Nell'Indice per de' Capitoli, posto al principio dell'Opera, viene il detto Capitolo notato con gli altri nel proprio luogo, cioe nell'ultimo del Trattato Secondo, come essiggeva l'ordine alfabetico, quale nella descrizione di quelle nobili Famiglie si  osservato.
 Capitolo XL.
Della Famiglia Virgilio.
La Famiglia Virgilio, per l'antica parentela avuta con la Famiglia Perollo, e per la stretta amicizia tenuta con quella di Luna, non fu aderente, n al partito di Giacomo, n al partito di Sigismondo, ma si port indifferente con l'uno, e con l'altro: ed intervenne al Consiglio de' Nobili della Citt.
Questa Famiglia meritamente deve annoverarsi fralle Famiglie pi antiche, e nobili della Citt di Sciacca,anzi del Regno della Sicilia; poicch trasse la sua origine dall'Illustre Barone Virgilio de Entensis Catalano, discendente da' Conti d'Ampurias: il quale da Federico II. Imperatore, e I. Re di Sicilia di questo nome, nell'anno 1198. essendo stato mandato Governatore della detta Citt di Sciacca, si port ivi a stabilire la sua residenza, ed a piantare la sua Famiglia. Questo Virgilio ebbe dalla sua nobilissima moglie la ricca prole d'otto figli maschi, che tutti furon chiamati coll'istesso nome del padre, i quali essendo d'un animo assai generoso, e giovani di gran valore, si disparsero in alcune principali Citt, cos dentro, come fuori del Regno, tutti applicandosi alla Milizia, ed ivi sotto il cognome di Virgilio ancor essi piantarono le loro Famiglie. Il tutto viene nobilmente confermato dal famoso, ed antico Scrittore, Giovanni Ritonio, nella descrizione delle Nobili Famiglie d'Italia a fog. 738. stampata in Saragoza d'Aragona l'anno 1484. ove dice: Familia Virgilio equidem vetusta, & clara in Regno Sicili videtur, ex Virgilio de Entensis, illustri Barone Catalano  comitibus Ampuri, sub Rege Federico anno 1198. Civitatis Thermarum Sacc Gubernatore, originem traxit; proutque in multis aliis advnit antiquits, ex nomine proprio ipsa cognomen accepit. Hic Virgilius, ut ajunt antiqui Scriptores, & publica Instrumenta, octo filios mares habuit; qui omnes sub prdicto nomine Virgilio appellati fuerunt, & cum eodemmet in aliquibus nobilibus Civitatibus, tam in prdictum Regnum, qum extra, sub militari vestigio dispersi, ibique eorum posteritates sub Virgilii cognomento stabiliverunt, ex quibus multi ad meum tempus nobiliter vivunt.
Fra gli altri di questa nobile Prosapia, che risplenderono nella Citt di Sciacca (come riferisce il Mugnos nel teatro Geneolog. par. 3. lib. 9. a fog. 557. e 558.) vi fu Giovanni Publio Virgilio, il quale fu eruditissimo nel comporre de' versi: onde scrisse alcuni Elogj in lode della Famiglia Luna, di cui n'era strettissimo familiare, e Consultore; ed altri, per encomiare la Famiglia Peralta. Fece pure in lode di Giovanni Perollo, Barone di S. Bartolomeo, suo cognato, e della di lui Famiglia, un'altro Elogio in versi, quale fu stampato in Venezia nell'anno 1508.
Questo Giovanni Publio Virgilio ebbe per moglie Antonia Perollo, da cui gli nacquero alcuni figliuoli: ed uno, che fu Antonio Virgilio, che si marit con Costanza Capoccio, Famiglia nobilissima in Italia, allora commorante in Sciacca. Dal sudetto Antonio Virgilio, e dalla sudetta Costanza Capoccio ne nacquero quattro figli maschi, Nicol, Giuseppe, Agostino, e Francesco. Giuseppe prese in moglie Lauria Montaliana: da' quali ne nacquero Antonio, ed Angela Virgilio, che fu sposata a Luca Maurici, come viene riferito dall'istesso Mugnos nel luogo sopracitato: e si confermano li sudetti ascendenti per un contratto matrimoniale per gli atti di Notar Amato di Riccaforma di Sciacca nell'anno 1476. sotto gli 8. Gennajo, 2. Ind. Nicol, figlio primogenito di Antonio, sposatosi con Margarita Virgilio, gener cinque figli, tre maschi, e due femmine, Giovanni, che fu il primo, Antonio, e Tucco, Ricca, e Cardonica. Antonio Virgilio si fece Monaco Basiliano, e nell'anno 1494. fu fatto Abbate della sua Religione; a cui, per la singolare dottrina, e nobilt del sangue, dal Re Ferdinando II. detto il Cattolico, nell'anno 1501. fu conferita la Badia di S. Nicola de Fic, come riferisce Rocco Pirri tom. 3. lib. 4. not. 19. a fog. 134. Tucco, terzo figlio di Nicol, fond un Jus-patronato nel Cappellone della Maggiore antica Chiesa della Citt di Sciacca: e ci appare per un atto d'elezione, di cui sene far menzione in appresso. Ricca Virgilio si spos con Garsia Garro, Signore del Territorio della Borda, come per gli atti del sudetto di Riccaforma nell'anno 1476. sotto gli 8. Gennajo, 2. Ind. Cardonica, quarta figlia del sudetto Nicol, fu sposa di Pietro Bendelmonte, come pure appare per un atto di transazione fatto con Nicol Perollo, suo nipote, appresso di Notar Pietro di Falco di Sciacca nell'anno 1545. a 29. Maggio 3. Ind. Giovanni Virgilio, che fu il figlio primogenito del sopranominato Nicol, prese in moglie Sebastiana Lucchesi, figlia di Giacomo Lucchesi, come similmente appare per transazione negli atti di Notar Nicol Canina di Sciacca nell'anno 1527. a 5. Febbrajo, 1. Ind. e per atto di divisione, fatto dalli suoi eredi, appresso il soprariferito Notar Pietro di Falco nell'anno 1538. a 31. Settembre, 12. Ind. Dal sudetto Giovanni Virgilio, e dalla sudetta Sebastiana Lucchesi nacquero quattro figli, tre maschi, ed una femmina, Girolamo, che fu il primo, Pietro Antonio, Gerlando, e Beatrice. Gerlando si marit con Gloricia Sciarrino, Famiglia nobilissima, (gi estinta in Sciacca,) come per testamento di Giacomo Sciarrino per gli atti del sudetto di Falco nell'anno 1537. sotto li 28. Maggio, 10. Ind. da cui ne nacque Giacomo-Antonio Virgilio: siccome appare per gli atti di Notar Giovanni Vella di Sciacca nell'anno 1567. sotto li 27. Settembre, 11. Ind. Beatrice Virgilio fu moglie di Francesco Peralta, e Luna, come si vede per una divisione negli atti del sopradetto Notar Pietro di Falco nell'anno 1538. a 31 Settembre, 12. Ind. e per testamento fatto da suo fratello, Pietro-Antonio Virgilio, appresso il medesimo di Falco nell'anno 1543. a 18. Agosto, 9. Ind. Girolamo Virgilio, primogenito dell'istesso Giovanni, ebbe in moglie Antonella Sciarrino, come appare per contratto matrimoniale appresso Notar Antonio, o Girolamo Cutrona di Sciacca nell'anno 1517. sotto li 15. Febbrajo, 6. Ind. e per restituzione di doti per gli atti di detto di Falco nell'anno 1560. agli 8. Ottobre, 4. Ind. L'istesso Girolamo Virgilio, e Gerlando, suo fratello, come legitimi successori del sopranominato Tucco Virgilio, ereditarono ancora quel Jus-patronato, che il detto Tucco avea fondato nel Cappellone della Maggiore antica Chiesa della Citt di Sciacca, come appare per atto d'elezione in persona del Padre Antonio Ognibene appresso il sopradetto di Falco nell'anno 1549. sotto li 26. Ottobre, 8. Ind. Dal sudetto Girolamo, e dalla sudetta Antonella, sua moglie, ne nacque Teodoro Virgilio, il quale fu Capitano di Giustizia della Citt di Salemi, come si vede nel registro del Protonotaro del Regno all'anno 1564. Ind. 8. a fog. 4. Questi si marit con Perla la Mattina, e Sieri-Pepoli, Famiglie nobilissime della Citt di Trapani, come per contratto matrimoniale appresso Notar Benedetto Baccimeo di Sciacca nell'anno 1572. a 10. Ottobre, 1. Ind. e per istrumento di restituzione di doti per gli atti di Notar Martino Russo di Sciacca nell'anno 1581. sotto li 17. Luglio, 9. Ind. Da Teodoro, e Perla ne nacque Antonio Virgilio, e Mattina, il quale and a piantare la sua residenza nella Citt di Palermo, dove (come per gli atti di notar Giuseppe Toscano di Palermo nell'anno 1606. sotto li 25. Novembre, 2. Ind.) contrasse matrimonio con Francesca Castelletto, Valguarnera, e Rombao, Signora di nobilissimo sangue. Questo Antonio Virgilio per la molta sua dottrina acquist gran lode in Palermo, ove occup varj posti onorevoli, come di Giudice della Dogana, Giudice della Corte Pretoriana nell'anno 1626. Consultore, ed Avvocato Fiscale de' beni confiscati del Tribunale del Santo Officio, Conservatore, ed Auditore Generale, come si vede ne' registri dell'Officio del Protonotaro nell'anno 1627. Fu pure Deputato del Quartiere, detto di S. Ninfa, per lo spazio di dieci mesi in tempo del contagio di Palermo nel secolo passato, come appare per l'atto di ben servita, registrato nell'Officio dell'Eccellentissimo Senato al 1625. 20. Ottobre, 9 Ind. Essendo perci egli assai celebre nello Studio delle Leggi, diede alla luce il famoso Trattato de Legitimatione Person, il quale fu stampato in Palermo nell'anno 1624. Il sudetto AntonioVirgilio, e Mattina ebbe da Francesca, sua moglie, tra gli altri tre figli maschi, Giuseppe, che fu il primogenito, Bernardo, e Teodoro. Da Bernardo ne nacque D. Carlo Virgilio, e da questi D. Antonina Virgilio, che al presente  vivente, sposata con D. Francesco Firmaturi, Marchese delle Chiuse, come per contratto appresso Notar Gaspare Falcone di Palermo nell'anno 1720. sotto li 25. Maggio, 13. Ind. da cui ne nacque fra gli altri figli D. Ferdinando Firmaturi, e Virgilio, che  il primogenito oggi vivente. Teodoro Virgilio fu Barone dell'Alvaro; e si spos con Donna Felice Marotta, e Bosco de' Principi della Cattolica, come si vede per gli atti di Notar Giorgio Salvaggio di Palermo nell'anno 1644. sotto li 19. Novembre, 13. Ind. Da questi fra gli altri furono generati D. Antonio, e D. Anna Virgilio, la quale si spos con D. Giuseppe Parisi, e del Voglia, Famiglie nobilissime di Cosenza, che ebbero alcuni figliuoli, ed uno fu D. Teodoro Parisi, e Virgilio, pur oggi vivente. Il cennato D. Antonio, figlio di Teodoro Virgilio, fu una nuova luce nel Jus Civile, e Canonico, che per la sua rara dottrina fu degno di pi cariche onorevoli, cos in Palermo, come in tutto il Regno della Sicilia, e fuori di esso. Fu egli nell'anno 1695. fatto Giudice dell'Appellazione; nel 1696. Giudice della Corte Pretoriana; e nel 1698. fu poi promosso al Giudicato del Consistoro della S. R. C. Per quattro volte, cio nel 1702. 1706. 1710. e 1714. sostent il posto di Giudice della R. G. C. Civile, e Criminale; e per pi anni ebbe la Giudicatura del Grande Ammiraglio. Da Vittorio Amedeo, Duca di Savoja, mentre si ritrovava R di Sicilia, per un affare urgentissimo del Regno, appartenente alla sua Corona, fu inviato nell'anno 1715. a Roma alla Santit di Clemente XI. e nel ritorno poi (che fu nell'anno 1716.) dall'istesso Vittorio ebbe l'officio di Avvocato Fiscale del Real Patrimonio. E finalmente dalla Maest Cesarea-Reale-Cattolica dell'Imperatore CARLO VI. e III. R di Sicilia, nostro Signore, fu promosso all'officio di Maestro Razionale dell'istesso Real Patrimonio; nella quale carica nell'anno 1720. egli mor, lasciando di se memorie degne d'eterna lode. Costa tutto ci per l'officio del Regio Protonotaro ne' suoi registri sotto li medesimi anni. D. Giuseppe Virgilio, figlio primogenito del sopranominato Antonio Virgilio, e Mattina, ebbe in moglie donn'Aloisa della nobilissima Famiglia Capriata. Dalli sopradetti Giuseppe Virgilio, ed Aloisa Capriata ne nacque fra gli altri D. Antonio Virgilio, e Capriata, quale si spos con donna Teresa Diez, Famiglia assai riguardevole nella Castiglia, come per contratto matrimoniale appresso Notar Francesco Pirri di Palermo nell'anno 1687. a 29. Maggio, 10. Ind. Da questi ne nacquero tre figliuoli, due maschi, ed una femmina, D. Giovanni, che fu il primo, e D. Giuseppe-Mario, e D. Rosalia Virgilio, che al presente tutti tre sono viventi, e commorano in Palermo con molto lustro, ed universale estimazione, a causa delle loro virtuosissime qualit. D. Giuseppe-Mario Virgilio nell'anno 1724. a 28. Agosto, 2. Ind. per gli atti di Notar Giuseppe Palumbo di Palermo contrasse matrimonio con Donn'Anna Leonora Romagnolo, Famiglia delle pi nobili di Pisa, come potr vedersi in pi marmi: quale sempre ha contratta parentela con le principali Famiglie in questo Regno, come fra l'altre la Bologna de' Principi di Campo-Reale, Settimo, Blasco, Percolla, Restia, o Restivo, e Gerbino: lo che tutto si comprova con originali, ed autentiche Scritture, che per brevit si tralasciano. La prescritta Famiglia Virgilio in fine nella Citt di Sciacca si fece conoscere assai riguardevole, e per la nobilt del suo sangue, e per lo splendore delle sue ricchezze: e in detta Citt non lasci di godere i primi officj, come di Governatori, Capitani, e Giurati. Lo Stemma di questa Famiglia Virgilio  l'istesso della Famiglia Entensis de' Conti d'Ampurias, come riferisce il sopracitato Giovanni Ritonio: ed  un Giglio diviso, mezzo rosso in campo d'oro, e mezzo d'oro in campo rosso.
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IL FINE.
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 In Lode dell'Autore della presente Opera
Sonetto
DEL SIGNOR D. MARIO PALERMO.
Parla Giacomo.
Chi mi richiama a rimirar dell'Etra
Con ciglio di stupor l'alto fulgore,
E de' gorghi Letei dal nero orrore
Or mi ritorna a riveder TRIQUETRA?
D'una LUNA a me infausta l'ombra tetra
Di miei fasti eccliss l'ampio Splendore:
Ora un SOL di VIRT mio spento Onore
Al suo primo chiaror, che rieda, impetra.
Caddi in un mar di sangue; or per mia sorte
Nell'Eritreo di tal VIRT gradita
L'estinte Glorie mie scorgo risorte.
Anzi (o d'alto SAPER forza inaudita!)
Congiuraro pi SPADE a darmi morte,
Ora una PENNA mi ritorna in vita.
 In Lode dell'istesso
Sonetto
DEL SIGNOR MALGIDO TALAMINO.
Come da viva fonte, o da sorgiva
Scaturisce nel suol gelido umore;
Come dalla virt gloria deriva,
E del bene operar figlio  l'onore;
Come all'uscir di Febo si ravviva
Il d; come dal seme nasce il fiore;
Com'esce il suono da soffiata piva,
E'l corpo siegue l'ombra in tutte l'ore;
Com'esce lo splendor da accesa face;
E come in terso vetro, o in chiaro lago
Riflettendo leggero, impresso giace;
Cos tu, di te stesso non mai pago,
In quest'Opra, che tanto alletta, e piace,
Fai, che risplenda la tua illustre Imago.
 In Authoris Encomium
D. JOANNIS MARI LANCE
Panormitani.
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EPIGRAMMA.
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Splendentem Pallas festiv exporrige frontem;
Laudes namque tuas qui ferat, ecce nitet.
N?? tibi Priamides cm formam prtulit audax
Barbarus (& merit) serpsit in ossa dolor.
Quar etiam nostris Cypris pls floruit vis,
Qum tu, quanqum ill major, ut Ister Ebe.
Scommata tot cupiens igitur sarcire SABASTA
Quin im ulcisci, grande volumen habet.
Quo siquidem profert ade Saccensia doct
Gesta, ac ternum nomen ob eloquium;
Jurare ut cunctis cogat, nil pulchrius esse.
Tritone, atque ill clarius esse nihil.
Hinc celsa Ingenium FRANCISCI ad sydera fertur,
Laudibus immodicis ars neque mira caret.
Im vocaretur Cicero; sed mortuus ille est
Ob Patriam, contra vivit hic ob Patriam.
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Avvertenza a' Lettori.
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Per compiacere ad alcuni, che ne han fatto vive istanze, si  ancora aggiunto in fine della presente Opera un breve Compendio Istorico Latino dell'istesso Caso di Sciacca, composto dall'erudito, ed elegante Scrittore, P. Girolamo Renda-Ragusa Modicano della Comp. di Ges. Ma perch in detto Compendio occorrer a' Lettori di scorgervi alcune cose, delle quali diversamente ne ragiona l'Autore della presente Istoria Italiana, (come specialmente del numero di due sole figlie di Nicol Peralta, Giovanna, e Margarita: dell'avere Artale di Luna primo contratta in matrimonio la detta Giovanna, morta poi nell'istesso tempo, in cui si preparavano le sollennit de' sponsali: della presa, o cattivit del Barone di Solanto, fatta da Sericono Bass nella riviera di Trapani: dell'andata di Federico Perollo, figlio primogenito di Giacomo, in Messina dal Vice-R, D. Ettore Pignatelli, prima della venuta di Girolamo Statella da Messina in Sciacca:) perci si avverte a' medesimi Lettori, che tutta questa diversit non altronde pu derivare, che dal non essere giunte al sopracennato Compendiatore tutte le vere notizie de' M. SS. originali. Onde l'istesso Autore si protesta, che non ha inteso, n intende giammai approvare, come vero, quello, che nel sudetto Compendio si trover essere opposto alla verit della sua sincerissima Istoria.
 Breviarium histori?um Casus Saccensis.
Superiori sculo, cm externus hostis deesset, domestic factiones, atque bella civilia non uno malo Siciliam divexarunt. Hugo Moncata, Sicili Prorex, populari seditione in fugam ejectus, Suprem Curi primariis administris ad ludibrium, & crudelitatis exemplum captis, privatis tumultibus prlusit. Messan Siscarii, & Moletii Patritii Ordinis, Catan Guerrerii, & Paterniones, Drepani Sanclementes, & Fardell, Agrigenti Nasellii, & Montapertii, Neti Landolin Superni, & Inferni, invicem conteruntur. Ea tempora excurrere videbantur, in qu prolapsam Rempublicam Florentinorum tradit Antoninus, Archiepiscopus, & Civis Florentinus, in Chronico. Nam inquit simplici stylo: Anno MCCLXXXXII. cm Civitas Florentina cessaret  bellis exterioribus, & in prospero, & felici statu maneret, ac divitiis abundaret; ex superbia, & mulatione cperunt divisiones inter Nobiles. Nam frequenter rix erant, & contentiones inter Familias principales, ut inter Cavalcantes, & Buondelmontes, inter Adimares, & Thosingos, inter Rubeos, & Tornaquintios, inter Bardos, & Mozenos, inter ?uondelmontes, & Gandonatos, inter Bistodominos, & Falconerios, inter Bosticos, & Foraboscos, inter Donatos, & Frescobaldos, & alias Familias. H sibi invicem inimicabantur, habentes magnas sequelas, &c. (In Chron. Part. 3. Titul. 20. Cap. 7. . 2.) Florentissimum Regnum intestinis dissidiis fundits corruisset, nisi Carolus Austriacus, Ferdinandi Catholici ex Joanna filia nepos, postmodm Quintus ejus nominis Romanorum Imperator, extincta Regum Castellanorum, & Aragonensium prole mascula, Rex Sicili, cterorumque Regnorum in Belgio salutatus, su prsenti turbas composuisset. Nam, Bello Punico feliciter confecto, ex Africa in Siciliam venit, Victoris, & Regis majestate sedatis motibus, quos ccus furor excitaverat. Saccensis autem Casus, quem in sui perniciem ediderunt Perolli, & Lun, Famili, cumprims illustres, memorabilis pr reliquis fuit. Compendiariam hujus narrationem, Siculis Scriptoribus omissam, vel levissim tactam, ego scribere statui eo consilio, quo res gest, bon, malve e sint, ab aliis scribi solent: meoque, ut calamum parv materi exercerem, antequm opus grande de Rebus Siculis aggrederer. Siculam quipp Historiam duorum sculorum, ab ortu scilicet Caroli V. ad excessum usque Caroli II. Regum Austriacorum, jam di mecum in animo verso: ne in tanta scribendorum copia, qu hactens  ducentis annis successerunt, post Thomam Fazellum, tatis anteact Historicum non ignobilem, Scriptorem deesse aliquem, qui latin singula componat, ultr posteritas queratur. Id exemplo non caret: cm proxima tempestate Augustinus Mascardus, vir literatissimus, Aloysii Flisci Conjurationem prmiserit Commentariis rerum Italicarum, quos moliebatur. Commentariolum Pactian Conjurations conscriptit Angelus Politianus diverso aliquantulm stylo, cui assueverat, Ciceronian latinitatis studiosus. Neutra ver illarum varietate, atque acerbitate facinorum hanc Tragdiam exquat, qum vulgi vocabulo Saccensem Casum appellare malui, qum titulo eleganti. Utraque tamen public libertatis vindicand speciem obtendit: hc privat injuri ulciscend causam palm prsefert. Veritatem, ex libris manu exaratis potissimm erutam, nud proponam, nulli partium obratus. Attamen ad perfectiorem ejus notitiam ??ul altis facti originem repetam.
Nicolaus Peralta, Calatabilloctensium Comes, cm sibi finem vit adesse intelligeret, corm amicis, & cognatis testamento hredes instituit Joannam, & Margaritam, quas ex Elisabetha Claromontia, singularis exempli conjuge, susceperat: ea conditione, ut sin consensu Martini Senioris, Aragoni, & Sicili Regis, Infantis Leonor Aragoni, ejus parentis, tm Petri Serr Cardinalis, Bernardi Caprer, Motycensium Comitis, Joannis Perolli, Toparch Castri-maris Gulfi, Nini Talliavi, Baronis Castriveterani, necnon Calcerani Peralt, nemini nuberent. Erepto Sacc Nicolao, cupiditatem adjecre prter cteros in patrimonium latum, & copiosum Artales Luna Aragonensis, & ipse Regi stirpi propinquus, Perollus quoque supradictus. Utrinque diu certatum, donec, Martino aliis morem gerentibus, Joannam Artales in Matrimonium duceret, Perollo  ferendo suffragio excluso, ac spe nuptiarum injurosis dejecto. In ipso sponsaliorum apparatu Joann, diem suum obeunti, Margarita, minor natu, Pontificia facultate subrogatur, ex qua illustris soboles nascitur, Conceptum ind odium Antonius Artalis, & Petrus Joannis filius, perpetuis contentionibus pro Baronatu Sancti Bartholomi auxerunt. Non enim desunt litigiorum caus, ubi ad veterem injuriam ulciscendam ingenita discordia urget. Hos libido maxima invaserat alterius perdendi: dum atrox facinus patrarent, nihil pensi ducebant. Petrus maturandi sceleris avidior, anno MCCCCLV. octavo Idus Aprilis, quando Spina  Christi Servatoris Coron summ populi religione per Urbem circumfertur, Antonio, Andrea, Stephano  Perollis, Antonino Noto, aliisque nonnullis stipatus, quos adulatio in exitium rapuerat, Lunam ex improviso adoritur, n?? paucis vulneribus, quibusdam prsertim os turpiter fdantibus, affectum reliquit, extra mnia in Castellum Hieracense sibi perfugium qurens. Henricus Vigintimillius, illius Castelli Comes, Lun apprim infensus, Perolli consilium probaverat.
Interim Luna feroci animo cruentam vindictam meditari: qu melis ei esset, e magis gaudere proxim cdis memori. Confirmato igitur corpore, amicum quemque, manu promptum, delegit, perditorum hominum turmas prmii spe plan conduxit. His universis confisus, des Perollianorum aggreditur, vastat, incendit: in hostis consanguineos, inermes, atque imparatos, grassatur, familiares miserabiliter trucidat. Quotquot Perollo adhserant, vel hsisse putabantur, acerbissim pnas luerunt.
Rei insolenti perterritus Urbanus Magistratus, cm ad exortam procellam ablegandam, aut infringendam, impares vires obtineret; quid consilii caperet, ignorabat. Demm Alphonsus, cognomento Magnanimus, qui Martino, & Ferdinando Justo in Regnum successerat, ut modum tant calamitati poneret; prudenti consultatione utrique Famili omni Sicili interdixit. It in peregrinas terras transpositus, crudelem indolem exueret, quam patri damno in patrio solo contraxerat, Nobilis factiosus: Quemadmodm noxi plant, & exoticas oras migrantes, virus deponunt, edocto ad meliora ingenio sub novo clo. Cunctorum tamen Procerum rogatu paul post exules revocantur, percussoque velut fdere centum ferm annos simultates resedre.
Atqu di compressa inveterati odii flamma fdis erupit, Hectore Pignatellio Prorege, Carolo V. Rege, anno  partu Virgineo MDXXIX. Erat eo tempore Sacc Jacobus Perollus, Pandolfin Baro, Ports Prfectus. Is fretus Proregis consuetudine, quocum in Hispaniensi aul ephebus honorarius vixerat, simul opum abundanti elatus, nimia potestate in Urbe, Oppidisque vicinis dominabatur. Pro voluntate officia publica impertiri, reos suppliciis liberare, hos plectere. Arcem perantiquam, quam, Juliect fili  Magno Rogerio, Sicili Comit, pris traditam, per majores suos acceperat, undique tormentis munitam, centum militibus custodiendam tradiderat. Domi, forsque luxu diffluens, erg plebem impens liberalis, primores Regni Dynastas aut necessitudine, aut affinitate sanguinis conjunctissimos habebat. Magnam hinc invidiam, immodic potenti pedissequam, sibi constaverat apud Nobiles Saccenses. Ut alieno damno Perollo damnum accerserent, collectis velut studiis Sigismundum Lunam, virum cumprims pollentem, qu nobilitate, qu divitiis, Artalis Lun non minus fortunarum, qum fortun hredem, conveniunt. Adfure Accursius Amatus, Hieronymus Peralta, Joannes-Philippus Montiliana, iique Barones: ex Equestri ordine Bartholomus Talliavia, Nicolaus Vastus, un cum fratribus, Erasimus Lauria, Hieronymus, & Calogerus Calandrinus, Petrus-Antonius, Ferrans, Marcus-Antonius, & Julianus Lucchesii, Franciscus, & Joannes-Petrus Infontanecta, Honuphrius, & Antonius Imbiagna, Simon Mauricius, Vitus, & Franciscus Bicchectus, Joannes-Petrus Syracusa. Erant etiam complures, paul occultis hujusce consilii participes, Nobiles, quos Peroll domus prosperitas perstrinxerat. Principio in Sigismundi pectus illabuntur, Regiam ipsius Prosapiam extollunt, ipsum opibus, virtute prstare Siculis. Deinde Perolli superbiam exagerant, importatam iterum in Siciliam tyrannidem queruntur. Probra illata Lun genti  Perollis dilatant Jacobi jactanti, qu tanquam in prclaro suorum facinore gloriantem audivisse testabantur. Mod nos ignavi non torpemus? Quousque abutetur patienti nostr? Quosque feremus istam Reipublic pestem? Omnis gratia, honos apud illum sunt, aut ubi ille vult: nobis repuls, dedecus. Tua maxim interest Cives in libertatem asserere, Nobiles tueri, Avorum tuorum ignominias delere. Clamant eorum manes, inustam generi maculam hostis cruore detergendam. Tantummod incpto opus est: boni quique favebunt: nobis militibus utere: neque animus, neque corpus  te aberunt. Romanus Pontifex, Clemens Septimus, cujus neptem, Aloysiam Salviatam, & Medicam, uxorem tenes, dexteram tendit, suumque prsidium pollicetur.
Ferox Sigismundi animus, natur elatus, verbis conjuratorum impotenter exarsit: se Perollos extincturum sacramento affirmat. At Perollus non ignarus rerum, acri judicio pollens, Sigismundum, eructantem iras, humanitate mitigandum statuit, Gabrielem Salvum, Urbis Archipresbyterum, communem amicum, ei nunciatum misit: ne se prcipitem ferri sinat adulatorum falsis delationibus: oblitum se Majorum offensiones, im paribus officiis rependere paratum esse. Sin malit armis suspicionem decernere, periculos plenum opus ale impendere utrisque: deplorand posteris ruin specimen utrosque daturos. Ad hc, accedente Archipresbyteri probitate, placatus Sigismundus, forsitan pacem obfirmasset, nisi nova occasio in extremum exitium negotium traxisset.
Per eam tempestatem Sericonus Bassa, vulg, Judus, viginti duabus Turcicis navibus mare Siculum infestans, Baronem Bicarensem, alii Solontinum afferebant, ad Drepanum captivum fecerat. Prtoria in Sacc conspectu, grandioris tormenti displosione dato signo, Redemptions vexillum erexerat. Luna captand glori cupidus, ingenti auri pondere Bassam adit. Verm, barbari avariti infecta re, vald perturbatus domum redit. Contr Perollus, non pecuni magnitudine, sed muneribus, rebusque cibariis Baronem obtinuit: adeque infidelem piratam sibi obstrinxit, ut is edicto sanxerit, se daturum operam, ne quis unquam  Promontorio Sancti Marci ad Caput Candidum in catenas redigatur. Decem insuper Christianos in grati animi monumentum solutos vinculis abire permisit, Perollum ipsum ingenti adamante donavit. Mortales docens singulos, ne beneficia dilabi patiantur: conentur potis minora majoribus compensare. Tunc Sigismundus, invidi exagitatus, emulum su fam de medio tollendum decrevit. Communicato sociis consilio, dum ints necessaria parabantur, Perollus, fastu tumens, centum quinquaginta circiter comitantibus in obsequentium clientum speciem, dem Divo Vito sacram ingreditur: aderat Luna, quem nonnulli abjectioris spiritus  Perollianis indignis salibus pupugre.
Ea de causa porr Calatabilloctam anxius tendit. E venire jubet ex beneficiariis pagis equitatum omnem, atque pedites. Itaque CCCC. pedites, equites CCC. tumultuari coacti, Calatabilloctam advolant. Accesserunt Petrus Gilibertus, Nobilis Panormitanus, Michal Puxadius, Nobilis Agrigentinus, cum duobus fratribus, Petrus Ugo Thermitanus, Franciscus Sanchetta Salemitanus, qui & equites viginti duxit. Prtere homicid plures, re alieno oppressi, latrociniis infames, quique flagitiis mores  juventute corruperant. Hos inter Georgius Comitus, homo nequissimus, Grcorum Albanensium, qui morantur apud Siculos, ductor manipularis. Expedito ad perfectionem exercitu, rei gerend rationem ineundam deliberat cum Ducibus, ut nocte concubia per fenestram quandam, ex qua facilis intra pomrium patebat introitus, non amplis centum, & hi sensim, intr mnia introducantur. Aliquot dies silentio prterire, Perollum, qui se in arce continebat, frustr moratis Lunensibus. Prlusere tamen funest tragdi Antonii Morgecti, Viti Politii, aliorumqne Perollianorum occisione. In lupanari perpetrata nex ?st, non mins ad corporum, qum ad animorum perniciem. Cladis lacrymabilis auctores, Amatus, & Joannes-Petrus Infontanecta, pretiosis gemmis, Ferrans Lucchesius equo egregi armato, donantur.
Perculsus repentino casu Perollus, filium, natu maximum, secretis itineribus cum literis Hectori Pignatellio Proregi Messanam mittit: quibus redditis, decurritur ad illud ultimum: Vadat Dux armorum summa potestate, qui diligenter in reos inquirat, digna factis animadversione puniat. Acceptis mandatis Hieronymus Statella Catanensis, Mongellinorum ??ro, Patritii generis, incorrupt constanti, Saccam mittitur. Ejus adventu conjurati sibi timere occperunt. Amatus, Infontanecta, Lucchesius exilio, alii quidam morte mulctantur. Digressus ind Bivonam, Lunensis ditionis Oppidum, Hieronymum Crastam, Lun gratiosum, suspendio affecit. Severitatem qustionis gravat ferentes Oppidani, Statellam per tenebras Saccam expulerunt. Luna, deteriora consilia suggerente desperatione, ad bellum accingitur. Ergo Regiam auctoritatem nihil veritus, noctu Urbem ingressus, portas obstruit, vicos, plateasque indificat, fossas transversas viis perducit, atque ibi sudes, stipitesque pracutos defixit. Castramentatus Puxadius in area Parthenonis palmarum silvestrium, delect equitum turm subsidia obsessis arcebat. Portam Sanct Catharin, domumque Hieronymi Perolli occupat Luna. Vix illucescente die, post pugnam summa contentione pugnatam, Statellam, ejusque Regios administros ad unum interficit. Cadavera  fenestris projecta per summum dedecus inhumata jacuerunt: unus Statella sin ulla pompa funeris elatus  duobus viris Religiosis,  Marco Rappa, fabro ferrario, virili san pietate, cunctis Civium trepidantibus, in Divi Cataldi sepultur mandatur. Sciss pagin, in quibus acta notabantur, flammisque absumptum quidquid criminum in tabulis supererat. Obsecundante primis ausis fortuna, invadit arcem, expugnatque geminats arietibus Cotonii janu, qua in arcem ducebatur, alteram, qu in Divi Petri sacellum ultr, citrque transitum dabat, omni vi prtentat. Atqu Joannes Perollus, vir strenuus, militari disciplina instructus, qui bellis Gallicis interfuerat,  sublimi turri saxa, tela, ollas incendiarias dejiciens, subeuntem hostem attritum propulsavit, ac sp alis perculit.
Intere Luna in principe Templo militum extinctorum manibus parentari jubet, Nobilium corpora Bivonam asportari, eisque funus sats amplum faciendum curat. Obfirmatis deind suorum animis prfervida cohortatione, oppugnationem instaurat tribus locis. Ex adversis Cosm Lucchesii dibus pinnas, atque editiorem turrim quatit, gravi tectorum damno, atque incommodo Perollianorum. At obsessis ad biduanum impetum sustinendum virtus non defuit. Perollus laborantibus succurrere, integros pro sauciis accersere, omnia providere, multm ipse pugnare, sp hostem ferire: strenui militis, & boni imperatoris officia simul exequebatur. Atrox utrinque obstinatio, neutram in partem inclinante victoria. Desiderati  prcipuis Perollianis Petrus Genna, Petrus-Antonius Trombecta, Hieronymus Rizus:  Lunensibus Joannes Liparia, Petrus, & Franciscus Hugo, Joannes-Antonius Ritondus, Petrus, & Franciscus Rainerius.
Franciscus Sanchetta, dum muro scalas admovet, bitumine, lapidibus, calid obruitur. Periisset eodem fato Luna, dum intemperanter effervescens, spe capiund arcis, arriperet scalas; nisi Amatus temeritati obstitisset peropportuno monito. Amatus paucis adscitis per subterraneum specum confidentis intr arcis viscera emicans,  Perollo, quem quinquaginta stipabant, caput ense percutitur, cedente galea: prudentior alieno capiti avertendo malo, qum suo. Ade quisque in rebus suis fallaci consilio utitur. Gilibertus non mins illata, qum accepta clade insignis, loco cessit, partim csis, partim in fugam effusis militibus. Hinc Joannes-Paulus Perollus, vindict inhians, impressionem in hostem facit, contentus non audaci operis, aut incusso Lunensibus metu; sed exultans irrogato lethali vulnere Giliberto, qui, minoris fistul igneo globo prcordia transverberatus, corm Luna bellatricem animam effuderat, in arcem excipitur: portque interclus Lucchesium, & Infontanectam, qui subiti ad acclamantes accurrerant, elusit.
Cterm Luna reputando, qu sibi obvenerant, summum malum ultimis remediis curandum ratus, octo  majoribus tormentis ex Urbis propugnaculis subductis, excitatis opportunis ageribus, in arcem librat. Perollus intere portas munit, parietes imbecillos firmat, ruptos sarcit, omnis generis machinas educit. Prteritis successibus elatus, jam festas lacinias oblongis hastis prfigit, faustis clamoribus plaudente factione. Ecce lux tandem, horret campus, continenti tormentorum displosione ar immugit, obducitur fumo, contremiscunt dificia: utrinque obstinatissim pugnatur. Vel obsess fmin, importando pilas ferreas, vel jaculando tela, seu picem ebullientem deonerando  lebetibus in appropinquantem hostem, sese viros prbuere. At diruto propugnaculo, port prtento, undique fatiscentibus muris, Perollus de arce dedenda colloquium exposcit. Itaque in speciem componendarum legum arma per diem cessant. Postea vero qum intellexerit Perollus, tunc vitam  Luna impetraturum, cm ei per Deum, hominumque fidem supplex precaretur; intempestivam superbiam indignatus, Talliaviam internuncium flagris csum ad Lunam dimisit, atque Andre Carusello, veteri famulo, fidoque comitatus, occult per posticum dilapsus,  Luca Parisio in altam foveam abduntur domi. Sequenti die, postqum Lunenses arce potiti sunt, diversi Perollum qurere, occursantes interimere, scrutari loca abdita, clausa effringere, strepitu, ac tumultu cuncta miscere: vestes, vasa, tabulas diripere, equos in stabulo exenterare, nihil reliqui facere, salv mulierum vit, quas Parthenoni addixerunt. Matthus Bonfantius flexis genibus veniam petens, summis auribus, naso, labiisque obtruncatis, turpi dedecore mortem redemit. Ancill indicio pecuniam  cistema eruit, pr ltitia in insaniam traductus, miles. Ubi compertum per Antonellum Palermum, qui silentii fidem multis aureis Perollo vendiderat, latere Perollum apud Parisium; Erasimus Lauria cum Grcorum cohorte qusitum properat. Relicto Carusello, ne tot rumnarum socius eodem fato su culp raperetur, egressus  cavea Perollus ultr se qusitoribus offert. Cm ad Lunam deferretur, non victo, sed triumphanti similis, ingenit Nobilitatis memor in ipso quasi funere, nolente Lauria, non paucis vulneribus  flagitiosissimis quibusdam  tergo confossus, invictam animam exhalavit prop puteum Sancti Martini, decimo Kalendas Augusti anno M.D.XXIX. Eo exitu Jacobus Perollus, Baro Pandolfin, Ports Prfectus, Majorum splendore, suisque rebus gestis clarissimus, extremum vit actum clausit.
Luna capt prd ltabundus, cm in vivum immoderat vindict inclementiam experiri non posset; per vias, Urbisque principes regiones cadaver equi caud raptari mandat: deind biduo pr foribus Friderici Perolli miserando spectaculo jacre. Carmelit cum Franciscanis ter, atque iterm id precantes, squalenti, ac ftido in suo Templo justa exequiarum persolvunt. Ilict in Perollianos promiscu svitum: tribules, familiares interfici, rem domesticam extrahi, des fundamentis convelli, stemmata, monumenta, inscriptiones, deleri universa. Sunt, qui ferant, pyri arborem,  custode pomarii Perollo tantm cultam, exustis radicibus in Urbem delatam, atque in foro concrematam. Nec animantia bruta vindict caruerunt. Lunenses nec tot rapinis, nec prmiis expleti, Urbem tm latrociniis, adulteriis, sacrilegiis complere: donec omnes Bivonam cum Sigismundo migrarent. Publica facies immutata ex jucunda, atque hilari in mstissimam, atque teterrimam, strages, ruin, luctus ubique, & ejulatus. Clausa Curia, Tribunal silens, obserata Templa. Barbarus furor nunquam Sacc tantam calamitatem attulisset, quant civilis discordia fuit.
Brevi fam tanti facinoris divulgat, Prorex vehementer commotus, coacto Senatu, Lunam cum partibus perduellionis damnat. Nicolaum Pullastram, & Joannem Recanatum, Regi Curi Judices castissimos, ducentis velitibus, atque Hispanis peditibus sexcentis, ad persequendos reos mittit. Verm, cm non long abessent Bivon, ex insidiis  Lunensibus ad Castrum Novum funduntur, csis eorum triginta. Igitur Saccam obliquis itineribus sese recipiunt. Hc in conjurationis reliquias dur agunt. Joannes Mauricius, & Joannes Philippus Montiliana, Urbis Jurati, (eo nomine Urbanus Magistratus appellatur,) rerum participes, in arce Guelfonia Messan custodi traduntur. Antonius Sanchetta, Nobiles alii capite plectuntur, plures in exilium acti, fortunis spoliati,  popularibus in crucem sublati, ac triremibus damnati non pauci. Plures imminentem justiti gladium jugulo suo timentes, desertis laribus, ali demigrarunt. Urbs Saccensis, Agathocle Cive, patre figulo nato, Syracusarum rege, vetustis sculis clara, Selinuntinorum municipium, Civium frequenti, Nobilium prsertim Familiarum splendore ant id tempus florentissima, it intestino illo malo affligitur, ut nunquam convaluerit, accisis plag ill nervis, quibus Reipublic salus consistit, robur viget.
Sigismundus Luna, paucis amicorum, atque servorum ascitis, cum uxore, ac liberis, Romam celeri navigatione confugit. Clementem Pontificem obortis lacrymis orat, delictum absolvi sibi, veniam  Carolo Rege impetrari. At Clemens, misertus nepotis casum,  Carolo, cui totius facti series perspecta erat, cm esset Bononi Imperator inaugurandus, gr obtinuit, ut fortunas, qu perduellionis crimine Regio Fisco obvenerant, Petro filio attribueret. Is Petrus, pen extinctum, Lun doms splendorem prclaris animi dotibus ab interitu vindicavit: exaruit tamen in Joanne filio cum virili germine Lun nomen. Habita ex eo, & Elisabetha Vega, Joannis Veg, Sicili Proregis, filia, prter cteras Aloysia primo loco, Csari Moncat, Principi Paternionis, nupsit, ex quibus Duces Bivonenses, ac Duces Montis Alti, geminato Magnatum Hispaniensium titulo, successere. Cterm Sigismundus vitam, omni solatio vacuam, pertsus, sibi, atque aliis gravis, in profluentem Tyberim sese prcipitem dedit. Profect, si opes, nobilitatem, potentiam in meliores usus convertisset, nec privatis odiis animum plan corrupisset, majorem infami, quam spont subiit, gloriam sibi comparasset. Post hc summa tranquillitas Siciliam pervadit.
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FINIS.
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Questo Compendio  stato cavato dal Libro, intitolato: "Fragmenta Progymnasmatum diversorum, Auctore Hieronymo Renda-Ragusa Siculo Motycensi:" stampato in Venezia nell'anno 1706. appresso Girolamo Albriccio, e da un altro Essemplare, dall'istesso Autore pi corretto, ed accresciuto, stampato in Messina nell'anno 1715. appresso D. Giuseppe Maffei.
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FINE.